Ulrich Middeldorf
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la Donna ftoren
lina del buon tempo
antiCO *T affiorata da
Isidoro Del £nngo
Nei primi secoli del Comune p Da Dante al Boccaccio
° Beatrice o La donna ispiratrice o Nel Rinascimento
e negli ultimi anni della libertà o Una madrefamiglia
del Cinquecento o Un'altra lettera dell'Alessandra
Macinghi Strozzi.
R. BEMPORAD & FIGLIO - Editori
Firenze 1906. filiali: Milano, roma.
/
LA DONNA FIORENTINA
DEL BUON TEMPO ANTICO
La donna fiorentina m
ù& ù& ù% del buon tempo antico
affiorata da ISIDORO DEL LUNGO ^
Nei primi secoli del Comune — Da Dante al Boccaccio —
Beatrice — La donna ispiratrice — Nel Rinascimento e ne-
gli ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ — UNA MADREFAMIGLIA DEL
CINQUECENTO — Un'ALTRA LETTERA DELL'ALESSANDRA MACINGHI
Strozzi.
R. Bemporad & Figlio - editori ^*
FIRENZE 1906 3$ Filiali: MILANO, ROMA.
TORINO: S. Lattes e C°. — NAPOLI: Società
Commerciale Libraria.
PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD E FIGLIO
1905 — Firenze, Tipografìa della Biblioteca di cultura liberale.
TOE GETTY CF.NH6
A.LLA MIA EDUVIGE, E ALLE TRE NOSTRE BATTEZZATE IN
San Giovanni CAROLINA, ROMILDA, ALBERTINA
Palazzina, il ottobre 1905.
MI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
Bel Lungo
t
A-,Ì,lla^0f ^ PZ i?tru*ime della « Roma il 13 marzo, e al
Circolo Filologico dx Firenze il 25 aprile, del 1887
Conservo a questo e ad altri degli scritti che" compongono il pre-
sente volume la forma con la quale mi nacquero, di pubblica lettura.
BenS1 la materia, che qui si distende quant'occorreva alla tratta-
zione dell'argomento, fu in quelle letture contenuta entro limiti
di tempo e di discrezione.
Signore e Signori,
Più volte mi è occorso pensare, che si potrebbe ri-
trarre, cosi in punta di penna, la vita antica fiorentina,
delineandola per figure femminili: dalle donne casalinghe
de' tempi di Cacciaguida alle madrifamiglia dei primi
tempi medicei ; poi da queste alle popolane e gentildonne
animose e gagliarde degli ultimi anni repubblicani. Io mi
son provato ad abbozzare il ritratto della donna nel primo
di que' due periodi, cioè dai principi del Comune sino ai
tempi dell'oligarchia prevalente nella seconda metà del
secolo XIV. La donna fiorentina di questo periodo può
considerarsi nella realtà storica, nelle leggende, nella
idealità poetica. Mi fermo ai due primi capi; realtà sto-
rica, leggende ; e sotto di essi raccolgo (nè altro prometto
al mio cortese uditorio) alcune imagini e figure dal vero.
Ma una cosa, innanzi di procedere, giova che sia av-
vertita. Alla libertà fiorentina, da' primordi del Comune
sino alla distruzione degli ordini repubblicani nel 1530,
la donna non recò il tributo di atti virili ed eroici, come
fu in altre città d' Italia. Non ha Firenze, nè dalla storia
nè dalla leggenda, la Cinzica de'Sismondi, che salva Pisa
dalla notturna aggressione dei Saraceni; non ha Sta-
mura, che col ferro e col fuoco affronta impavida l'eser-
cito imperiale assediante la sua Ancona; nè Caterina
4
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
Segurana, a cui Nizza pose una statua sulla porta Peiro-
liera da lei difesa contro Turchi e Francesi ; nè madonna
Cia degli Ubaldini, la forte donna romagnola, « guidatore
della guerra e capitana de'soldati », i (*) che sostiene Ce-
sena contro le masnade sanguinarie del cardinale d'Albor-
noz, resistendo con pari fermezza e alle armi nemiche
e ai consigli di resa che le vengono da valorosi uomini
di guerra; nè, se vogliamo aggiungerla, Caterina Sforza
Riario, che, nella ròcca di Forlì, calpesta la fede data e
la vita stessa de' figliuoli, per assicurare la vendetta del-
l'ucciso marito ; madre poi, e non fa maraviglia, di Gio-
vanni delle Bande Nere. Nè sono fiorentine, ma della
terra e del tempo dei Vespri, le donne che aiutavano la
difesa della patria contro l'angioino oppressore ; e il po-
polo ne faceva la canzonetta, che Giovanni Villani 2
avrebbe dovuto conservarci intera :
Deli com' egli è gran piotate
delle donne di Messina,
veggendole scapigliate
portare pietre e calcina !
Eroismo rinnovato, bensì con tutta la pompa del sec. XVI,
dalle gentildonne e popolane senesi, che distribuite in
squadre con divise a tre colori, violetto rosa e bianco,
lavorarono alle fortificazioni di quell'ultimo baluardo della
democrazia toscana; e meritarono che un gentiluomo
francese, il Montluc, 3 rendesse loro l'omaggio dei prodi.
Non ebbe eroine Firenze, o le ha dimenticate. Ma che
perciò ? La donna non ismentisce nella storia la propria
natura e l'ufficio commessole dalla Provvidenza: la istoria
sua è (salvo eccezioni, cosi nell'ordine de' fatti come del
pensiero) storia senza nomi, ma di tutti i giorni e di tutte
(*) Vedi le note a pag. 55.
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
5
le ore, perchè nessun giorno e nessuna ora passano senza
lacrime umane, ed è lei che le raccoglie o le dona; nè
senza bisogno di conforti alle battaglie della vita, e dal
sorriso di lei ci vengono i più efficaci. Rintracciare tale
storia è invero malagevole ; ma non più di altre ricerche
morali e psicologiche intorno alle umane vicende. E se
non le mancano pagine nel mondo antico, dove V indi-
viduo era sì gagliardamente assorbito nella pubblica cosa ;
se in ciò che di benefico ebbe, contro quella tirannide
dello Stato, la violenza barbarica, uno dei simboli della
individuale libertà e della umana coscienza rivendicata
è appunto la donna ; sarebbe illogico, che la storia di
lei, nel senso e contenuto suoi veri, scarseggiasse in se-
coli di civiltà e libertà cristiane, e a noi tanto più vicini
e di tanto più agevole investigamento ; per modo che do-
vessimo limitarla alla genealogia delle case feudali o
principesche o magnatizie, che sarebbe quasi un abolirla
del tutto dai gloriosi annali delle nostre repubbliche. Ben
altramente hanno pensato della storia femminile menti
elette o sovrane. Il Tommaseo 4 scrisse, che « se pren-
« dessimo a considerare la donna quale ce la dipingono
« via via tutti i poeti gli storici i moralisti, de' varii luoghi
« e de' tempi, troveremmo in lei quasi l' ideale del se-
« colo » : nè egli era facile adulatore di nessuna potenza.
Il Guasti,5 raccogliendo le lettere d'una madre fiorentina
del Quattrocento, spera aver provato con quelle, che
« nelle lettere delle donne sia riposta la storia più intima
« di un popolo ». E il più grande Poeta dell'evo moderno
questa idealità della donna, immanente nella storia, rac-
colse in una vigorosa astrazione chiamandola « l'eterno
Femmineo » ; i cui splendori un Poeta nostro 6 ha salutati
sopr'una fronte regale, che ha corona invidiabile nel-
l'amore unanime del popolo suo.
6
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
L
Della donna fiorentina ne' secoli XI e XII, sul comin-
ciar del Comune italico, non potremmo desiderare più
autentica imagine nè più efficace. Nella mirabile rappre-
sentazione che, tra i fulgori del cielo di Marte, Dante fa
del vecchio Comune fiorentino, ponendone sè ascoltatore
devoto e commosso dalla bocca di Cacciaguida degli Elisei,
cavaliere e crociato ; alle memorie cittadine, ai titoli gen-
tilizi, ai desideri ai rimpianti della vita civile, antece-
dono le ricordanze casalinghe, gli affetti soavi della fa-
miglia, le santità della culla e della tomba : e su tutte
queste figurazioni, che fanno di quel canto del Paradiso 7
un vero idillio domestico, diffonde la sua luce, mite e mo-
desta regina, la donna. E non la donna idealizzata dal-
l'amore e dall'ingegno: Beatrice in quell'episodio si sta
in disparte, e solo accompagna con benigno sorriso il
colloquio fra l'Alighieri e il trisavolo ; 8 ma la donna del
focolare, la compagna della vita, quella che con l'uomo,
suo amore ed orgoglio, partecipa le gioie e i dolori, che
gli guarda l'avere, gli educa i figliuoli, lo conforta al bene
e ne lo fa degno, lo affida nelle avversità e nei pericoli,
soccombente lo incora, nelle vittorie lo affrena, gli fa
quieta e riposata la casa perchè la patria lo abbia cit-
tadino operoso. Alla custodia di lei sono commesse le due
virtù che il Poeta pone come principali del viver sociale,
parsimonia e pudore :
Fiorenza, dentro dalla cerchia antica, ....
si stava in pace sobria e pudica.
Non cerca sfoggio d'ornamenti,
che fosse a veder più che la persona, 9
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
7
È allegrezza e consolazione della casa dov' ella è nata, e
che non muterà con quella dello sposo, se non a tempo
debito, e contentandosi, essa e l'uomo che riamato ama
lei, di dote ragionevole ; cosicché « nè il tempo nè la dote
faranno al padre paura». L'austerità del costume le ri-
sparmia le frivole cure e gli artifizi procacciativi di bu-
giarda bellezza : ella « vien dallo specchio senza il viso
dipinto » ; e « contenta al fuso e al pennecchio », prepara
di propria mano le semplici vestimenta al marito. Un
solo amore comprende nell'anima sua la convivenza non
interrotta con esso, e il luogo del comune estremo riposo
nella dolce terra nativa: sentimento che il Poeta chiama
« la certezza della sepoltura », e « Oh fortunate ! » esclama
con una di quelle note che insegna V esilio. La giovine
sposa « veglia a studio della culla », e acqueta e sollazza
la sua creatura; mentre la nonna, filando, racconta ai
grandicelli le luminose leggende delle origini italiche e
della potenza latina,
favoleggiando con la sua famiglia,
de' Troiani, di Fiesole e di Roma :
però che essa, la donna del Comune italiano, indovina e
sente che questo è V erede e il rinnovatore legittimo di
quel glorioso passato ; e nel nome augusto di Roma, che
i fanciulli imparano dalle labbra materne a chiamar ma-
dre della loro città, sublima il concetto della patria in
quelle tenere menti, e ve lo impronta non cancellabile.
Dico, la donna del Comune italiano : e quel che dalla
storia di Firenze verrò, di figure femminili, delineando e
colorendo, s' intenda che sia in gran parte com' un ri-
tratto della donna italiana nella vita de' nostri liberi Co-
muni, io Però che anche rispetto a questa gentile imagine
del nostro passato, le diversità e le contingenze regionali
8
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
sottostanno alle ragioni di somiglianza, anzi alla identità
di certe generali condizioni storiche, entro le quali si
rimase involuto fino ai giorni presenti il benaugurato
germe della unità nazionale. Se non che la storia di Fi-
renze è forse la più ricca di qualsiasi altra delle città
nostre, rispetto a notizie e documenti di carattere parti-
colare e domestico ; è altresì quella, dove, per le ragioni
della lingua, anche tale ordine di fatti e di cose sia stato
rappresentato con maggior larghezza, e sia più univer-
salmente noto, per opera di storici, di novellatori, di trat-
tatisti, di poeti, di comici, che la città non tanto ha avuti
quanto dati alla nazione.
II.
Quella donna fiorentina de' secoli XI e XII, nella cu;
soave ricordanza Cacciaguida si esalta, e le congiunge
la memoria della madre sua « eh' è or santa », e i tra-
vagli di lei partoriente con la invocazione di Maria; non
ha un nome, perchè essa era nella mente di Dante un
universale, comprensivo e cumulativo delle figure indi-
vidue concorse a formarlo. Quella gentile, non d' altri
splendori luminosa che della fioca e carezzevole luce delle
pareti domestiche, invecchiò presto : poiché poco più d'un
secolo separa la realtà storica di lei dal rimpianto che
ne suona, come di cosa ormai remota, nei versi del fio-
rentino proscritto. Ma già eli' era vecchia, e di secoli
pur quando generava
a cosi riposato, a cosi bello,
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a cosi dolce ostello ;
perchè in lei, quale questa divina poesia 11 l'ha scolpita,
ritroviamo, immutata lungo il corso delle età procelloso,
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
0
l'antica madre fami gli a, sulla cui tomba il massimo della
lode è che fu da casa e filò la lana (domum servavit, la-
nam fecit). Questa parte delle tradizioni latine era affi-
data a lei, che la mantenesse, incontaminata dalle orgie
e dalle ebbrezze imperiali, poi fra le vendette sanguinose
della barbarie, nella silenziosa desolazione successa al-
l' immensa caduta, infine nei mescolamenti delle razze
sopravvenute addosso al volgo innominato e disperso, ma
conservatore tenace, finché gli rimane una famiglia, e della
famiglia, vigile e sospettosa e, occorrendo, fiera custodi-
trice la donna. La donna del secolo XII, adunque, piut-
tosto che da quello al successivo invecchiata, può dirsi
aver finito la parte sua, e andar cedendo alle condizioni,
che intorno a lei si atteggiano così diversamente, di vita
politica, di costumanze, di pensieri e propositi. Nella ci-
viltà nuova — della quale è resultato e compendio, istitu-
zione lentamente elaborata, il Comune — troppi elementi,
fin allora latenti più o meno e costretti, si svolgono alle
aure di libertà, cosicché anche la vita domestica, e le re-
lazioni eli questa con la civile, possano sfuggire ad una
mutazione. Nè fa maraviglia che tale mutazione non piac-
cia a Cacciaguida. Egli si ricorda de' bei tempi, quando,
lui giovinetto, vivevano ancora i cittadini della « picciola
« Firenze divisa per quartieri, cioè per quattro porte »,
delle quali Porta del Duomo era stato, dice la cronica,
« il primo ovile e stazzo della rifatta Firenze » (rifatta,
nessun Fiorentino ne dubitava, da Carlo Magno impera-
tore e dai Romani), « e dove tutti i nobili cittadini di Fi-
« renze la domenica facieno riparo e usanza di cittadi-
« nanza intorno al duomo », cioè al San Giovanni, « e ivi
« si faceano tutti i matrimoni e paci, e ogni grandezza
« e solennità di Comune ». 12 Cacciaguida ha vissuto di
questo Comune V età, com' a dire, inconscia e imperfetta,
10
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
senza ne la potenza nè le burrasche che poi sopravven-
nero : la pacifica età consolare, durante la quale la cit-
tadinanza si è venuta ordinando quasi estranea ai con-
trasti fra Chiesa ed Impero, che ha lasciati combattere
ai Marchesi di Toscana, alle contesse Beatrice e Matilde,
la cui nominale supremazia non pesò mai di fatto, nean-
che della grande e popolare Contessa, sulla indipendente
città. Scarse relazioni esterne, sia di commercio sia di
politica; qualche passata imperiale, fatta quasi sempre
innocua dallo spontaneo omaggio e dall' essere la Toscana
tenuta abitualmente fuori dell' itinerario strategico di
cotesti Cesari e di ciò che si moveva con loro ; qualche
soggiorno di papa profugo ; qualche guer*ricciuola di con-
tado : ecco gli episodi di quella vita tranquilla, che me-
navano gli uomini de' quali Cacciaguida ricorda la par-
simonia e la modestia. Cavalieri con semplici cintole di
cuoio e fibbie d'osso, non d'argento e perle : cittadini con
rozze sopravvesti di pelle di camoscio, non co' mantelli
e le guarnaccie di scarlatto foderate di vaio ; case stret-
tamente misurate agli abitatori; nessun lusso, nessuna deli-
catezza, nessuna corruzione. La sacra maestà dell' Impera-
tore era ospitata e festeggiata come in famiglia ; da Cor-
rado il Salico, « che si dilettò assai della città di Firenze,
« e molto Y avanzò, e più cittadini di Firenze si feciono
« cavalieri di sua mano, e furono al suo servigio ve-
nendo, per lo spazio di quei due secoli, a Ottone IV, del
quale sentiamo pure ciò che racconta, molto a proposito
nostro, la cronica. 14 « Quando lo 'mperadore Otto quarto
« venne in Firenze, e veggendo le belle donne della città che
« in Santa Reparata per lui erano raunate, questa pulcella »
(Gualdrada di messere Bellincion Berti de'Ravignani) « più
« piacque allo 'mperadore. E '1 padre di lei dicendo allo
« 'mperadore eh' egli avea podere di fargliela basciare, la
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
11
« donzella rispose che già uomo vivente non la basce-
« rebbe se non fosse suo marito. Per la quale parola lo
« 'mperadore molto la commendò : e '1 conte Guido, preso
« d'amore di lei per la sua avverientezza, e per consiglio
« del detto Otto 'mperadore, la si fece a moglie, non guar-
« dando perch' ella fosse di più basso lignaggio di lui, nè
« guardando a dote. Onde tutti i conti Guidi sono nati del
« detto conte e della detta donna ». Costei Dante chiama,
in altro luogo del Poema, « la buona Gualdrada », e quel
« buona » valeva quanto « saggia e valente »; e per bocca
di Cacciaguida lodando nel padre di lei la semplicità del
costume, ce lo conferma tale uomo quale nella ingenua
narrazione del Villani apprendiamo a conoscerlo. In sif-
fatta cittadinanza, piccola di numero e della purezza del
suo sangue gelosa, è vissuto Cacciaguida ; e da tale co-
munanza ben si usciva degni di cingere, come egli avea
fatto, la spada per Cristo, e armato cavaliere dalle mani
imperiali morire da valoroso in Terrasanta. Ahimè quanto
diversa da quella, di mezzo alle cui miserie il Poeta era
asceso allo spiritale viaggio, nella sede dei beati, solle-
vandosi
all'eterno dal tempo
e di Fiorenza in popol giusto e sano ! 18
E un dramma femminile è designato pur da Caccia-
guida come punto di separazione fra le due età. Buon-
delmonte che, per aver ceduto slealmente alle istigazioni
d'una Donati e alla bellezza d'una figliuola di questa, paga
col sangue lo spergiuro alla fidanzata Amidei, è la vittima
che dee segnare in Firenze gli estremi anni di pace :
vittima nella sua pace postrema. 10
Storico certamente nella sostanza, e sia pur leggendario
nei particolari, quel dramma ritrae mirabilmente la vita
12
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
fiorentina sul cominciare del secolo XIII. La comunanza
delP «ovile di San Giovanni » 17 è turbata: si è cominciata
battaglia tra gli Uberti, sangue germanico (o, com' altri
vogliono, da Catilina), e la signoria, latina, de' Consoli.
Gli umori imperiali e chiesastici son già penetrati fra i
cittadini, vi serpeggiano insidiosamente, hanno ormai di-
sposti gli animi alla divisione: la consumeranno la bel-
lezza d'una fanciulla, l'interessato zelo materno, la leg-
gerezza e slealtà d' un giovine. Nessuna di siffatte cause
avrebbe saputo così sinistramente operare nella sobria e
pudica Firenze del buon tempo antico, a cui terza e nona,
che le batteva la campana della vecchia Badia del mar-
chese Ugo, 18 segnavano giorni di pace virtuosa fra cit-
tadini Tuno all'altro affezionati e ossequenti. « E di ciò
« fu cagione in Firenze, che uno nobile giovane citta-
« dino, chiamato Buondalmonte de' Buondalmonti, avea
« promesso tórre per sua donna una figliuola di messer
« Oderigo Giantruffetti » (degli Amidei). « Passando dipoi
« un giorno da casa i Donati, una gentile donna chiamata
« madonna Aldruda, donna di messer Forteguerra Donati,
« che avea due figliuole molto belle, stando a' balconi del
« suo palagio, lo vide passare, e chiamollo, e mostrògli
« una delle dette figliuole, e disseli: — Chi ài tu tolta per
« moglie ? io ti serbavo questa. — La quale guardando
« molto li piacque, e rispose : — Non posso altro oramai.
« — A cui madonna Aldruda disse : — Sì, puoi, chè la
« pena pagherò io per te. — A cui Buondalmonte rispose :
« — E io la voglio. — E tolsela per moglie, lasciando
« quella avea tolta e giurata ». 19 II padre della*tradita se
ne duole eoi consorti ; deliberano di vendicarsi : ferirlo ?
ucciderlo? Il Mosca de' Lamberti pronuncia la mala pa-
rola: « Cosa fatta capo ha ». Buondelmonte, la mattina
di Pasqua del 1215, mentre si reca a impalmare la Do-
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
13
nati, è ucciso sul Ponte Vecchio, a piè della statua di
Marte; di dentro al cui idolo i vecchi e savi fiorentini
riconoscono operarsi dal diavolo, per vendetta, la distru-
zione della cristiana città,
che nel Batista
mutò il primo padrone ; ond' ei per questo
sempre con l'arte sua la farà trista. 20
Un' antica cronichetta 21 rappresenta, come in funebre
fantasmagoria, il corpo sanguinoso esser portato per la
città fra i pianti e le grida, e nella stessa bara, col capo in
grembo, starsi tutta in lacrime la seduttrice fatale, o forse
vittima innocente ella stessa delle suggestioni domesti-
che. Certo è che cotesta figura di donna, sott' ogni ri-
spetto sciagurata, ritrae dal vero e in sè bene raccoglie
i tanti e vari e ignorati patimenti che, per tanti anni ap-
presso di cittadine battaglie, si accumularono sulla donna
fiorentina :
.... infelici ....
che il duol consunse ; orbate
spose dal brando ; vergini
indarno fidanzate ;
madri che i nati videro
trafìtti impallidir. 22
Quel « nobilissimo e feroce leone » del quale racconta
la cronica che si teneva pel Comune nella piazza di San
Giovanni, — e uscito della sua stia, correndo verso Or San
Michele, afferra un fanciullo, e « tenealo traile branche »;
e la madre, « che non ne avea più /> se non questo che « le
« rimase in ventre » quando le fu ucciso il marito, « come
« disperata, con grande pianto, scapigliata, corse contro
« il leone, e trassegli il fanciullo delle branche, e il leone
« nullo male fece al fanciullo nè alla donna, se non ch'egli
« guatò e ristettesi » ; 23 — e' rendeva, il leone, i figliuoli
alle madri : ma il Comune, del quale egli era superbo
14
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
simbolo, li divorava senza pietà. Altre madri sulle vie di
Firenze imitarono quella d'Orlanduccio del Leone; ma esse
chiedevano pietà agli uomini, e agli uomini di parte !
« Deh quanto fu la dolorosa madre de' due figliuoli ingan-
« nata ! » (una madre di Guelfi Bianchi de' tempi di Dante)
« che con abbondanza di lagrime, scapigliata, in mezzo
« della via, ginocchione si gittò in terra innanzi a messer
« Andrea da Cerreto giudice, pregandolo, con le braccia in
« croce, per Dio s'aoperasse nello scampo de' suoi figliuoli.
« 11 quale rispose, che però andava a palazzo : e di ciò
« fu mentitore, perchè andò per farli morire ». 21 Oh se
nell'attraversare oggi quel tetro maestoso cortile, nel sa-
lire le lunghe erte scale di quel Palazzo del Podestà, stu-
diosi e commossi visitatori delle reliquie del nostro pas-
sato, pensassimo di quanto sangue furono bagnate quelle
pietre più che sei volte secolari, dovremmo dire che a
cancellarne la traccia, non ci voleva meno delle lacrime
tante che quel sangue è costato !
III.
Tutta ravvolta in questi foschi vapori di scellerato odio
fraterno, attraversa la donna fiorentina il secolo XIII,
compagna de' forti mercatanti ed artefici che lavorando
e combattendosi, non meno alacremente l'una cosa che
l'altra; e senza tuttavia rimanere insufficienti ad altre
faccende, soggiogare i magnati, osteggiare i Comuni
vicini, resistere all' Impero, tenere in rispetto la Curia Ro-
mana ; — fondano la guelfa democrazia. Arti e mestieri,
nonostante la intestina guerra, fioriscono; e con essi, i
commerci e le industrie : la ricchezza muta i sentimenti
e i costumi ; l'arte del bello, figurato e scritto, comincia
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
15
ad ingentilirli. Bensì lentamente. Siamo al primo di que-
gli ordinamenti popolari, a quello che fu chiamato « il
primo popolo » o « popolo vecchio », del 1250 ; e la cro-
nica25 nota « che al tempo del detto popolo, e in prima
« e poi a grande tempo, i cittadini di Fiorenza viveano
« sobrii e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti
« costumi e leggiadrie grossi e ruddi; e di grossi drappi ve-
« stieno loro e le loro donne, e molti portavano le pelli sco-
« perte senza panno, e colle berrette in capo, e tutti con gli
« usatti in piede, e le donne fiorentine co' calzari senza or-
« namento; e passavansi, le maggiori, d'una gonnella assai
« stretta di grosso scarlatto d' Ipro o di Camo, cinta ivi
« su d'uno scaggiale all'antica, e uno mantello foderato
« di vaio col tassello sopra, e portavanlo in capo ; e le
« comuni donne vestite d'uno grosso verde di Cambragio
« per lo simile modo. E lire cento era comune dota di
« moglie, e lire dugento o trecento era a quegli tempi te-
« nuta isfolgorata ; e le più delle pulcelle aveano venti e
« più anni anzi ch'andassono a marito ». 26 Ma soggiun-
gendosi poi che « di sì fatto abito e di grossi costumi erano
« allora i Fiorentini, ma erano di buona fe' e leali tra loro
« e al loro Comune », — il che quanto a « lealtà tra loro »
cioè concordia cittadina, non poteva dopo il 1215 dirsi
più, — mostra che molto della descrizione appartiene di
più stretto diritto ai tempi anteriori, dai quali il cronista
stesso ha dichiarato di muoverla. È insomma la descri-
zione d'una età di passaggio, dove, da un canto, le « pelli
scoperte » e gli usatti ci ricordano i contemporanei di
Cacciaguida
andar contenti alla pelle scoperta ;
mentre i nomi di que' panni francesi e inghilesi delle
gonnelle fiorentine, lo scarlatto d'Ypres o di Cam, il panno
16
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
di Cambrai, ci fanno avvertiti esser passati i tempi nei
quali
ancor nessuna
era per Francia nel letto deserta. 27
E passati, altresì, quelli ne' quali i matrimoni a matura
età conciliava non isforzato l'amore, che durante il de-
cimoterzo secolo addivennero anch' essi arme e instru-
mento, manco male che di difesa, alle animosità civili.
Tarda età da marito diventarono i venti anni od anche
i diciotto ; « grande etade e fiorita » i quindici ; quando
si affrettava la collocazione delle figliuole nelle case, o
de' consorti per raffermare i vincoli di parte, o degli av-
versari per suggello di pace : e talvolta anche il Comune
stesso vi cooperava. 28 Si faceva il parentado, essendo tut-
tora fanciulli gli sposi; e bastava l'età di dodici o tredici
anni, perchè la fidanzata fosse poi condotta all'altare e
divenisse moglie. Uno degli antichi commentatori di Dante
dice : « le maritavano nella culla ». 29 Guido Cavalcanti,
il gentilissimo de' nostri antichi rimatori, fu ammogliato
così; datagli dal padre a otto o nove anni, e datagli perchè
Guelfi, la Bice degli Uberti figliuola del magnanimo Fari-
nata, piccola ghibellina di forse cinqu'anni o sei, che so-
pravvisse poi lungamente co' figliuoli al marito, morto
giovine nel 1300. 30 Forse così anche fu conciliato il ma-
trimonio di Beatrice Portinari, giovanissima, con messer
Simone de' Bardi. 31 Matrimoni che avevano, nè poteva
essere diversamente, i loro drammi. Ma la elegia di co-
teste giovinezze tiranneggiate è notabile che ci rimanga
appunto nell'unico saggio di poesia femminile, offertoci,
di molto probabile autenticità, dal secolo XIII, e poesia
fiorentina, nei tre sonetti d'una donzella che nasconde il
suo nome (la Compiuta Donzella di Firenze, la chiama
l'antico Codice Vaticano che ce li ha conservati), 32 la
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
17
quale, dopo aver salutato col frasario provenzale de' ri-
matori dugentisti la primavera,
la stagion che '1 mondo foglia e fiora,
soggiunge :
ed ogni damigella in gioì' dimora,
e a me n' abbondan smarrimenti e pianti :
cliè lo mio padre m' à messa in errore,
e tenemi sovente in forte doglia ;
donar mi vuole, a mia forza, signore.
Ed io di ciò non ò disio nè voglia,
e 'n gran tormento vivo a tutte l'ore:
però non mi rallegra fior nè foglia.
Ed ecco poi, nella triste sua realtà, il dramma. Una Buon-
delmonti, di famiglia guelfa, « molto valente e savia e
bella », va il 1239 sposa negli Liberti a un fratello di
Farinata: che è quanto dire, parentado fra le due fa-
miglie, capo ciascuna di parte. Alcuni anni dipoi, in
un agguato, alcuni degli Uberti sono trucidati dai Buon-
delmonti : la città è tutta in armi e sossopra. Messer
Neri degli Uberti rimanda la donna alla casa paterna,
dicendo : « Io non voglio generare figliuoli di genti tra-
ditore. » La poveretta, che lo ama, obbedisce e lo lascia.
Il matrimonio è annullato : peggio ancora ; è dissimu-
lato dal padre di lei, in un altro trattato di nozze che
egli conchiude con un conte della maremma senese. Il
sacrificio è compiuto : ma la vittima, rimasta sola col
nuovo marito, gli dice : « Gentile uomo, io ti priego per
« cortesia, che tu non mi debbia appressare nè fare villa-
« nia, sappiendo che tu se' ingannato, eh' io non sono nè
« posso essere tua moglie, anzi sono moglie del più savio
« e migliore cavaliere della provincia d'Italia, cioè messer
« Neri delli Uberti di Firenze ». Il conte, gentiluomo dav-
vero, la rispetta, la conforta, la restituisce padrona di
sè: e quella nobile creatura ritorna alla sua Firenze, ma
Del Lungo
18
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
per vestirsi monaca in Monticelli, e quivi sparire dal mon-
do, che oggi ignora perfino il suo nome. 33
Il monastero riparò molte di queste infelicissime; il
monastero, del quale la Compiuta Donzella cantava :
Lasciar vorria lo mondo, e Dio servire,
e dipartirmi d'ogni vani tate:
marito non vorria nè sire,
nè star al mondo per mia volontate.
Membrandomi eh' ogni uom di mal s'adorna,
di ciaschedun son forte disdegnosa,
e verso Dio la mia persona torna.
Lo padre mio mi fa stare pensosa,
chè di servire a Cristo mi distorna,
nè saccio a cui mi vuol dar per isposa.
Ma neanco il monastero fu talvolta asilo sicuro alla loro
innocenza, alle loro sventure, alla libertà dell'anima loro.
Dio solo, ha detto Dante, conobbe que' misteriosi dolori :
e Dio si sa qual poi mia vita fusi. 31
Poiché a chi di voi non precorre qui alla mente la cele-
stiale figura di Piccarda, che rimpiange la dolce chiostra
dove giovinetta era fuggita dal mondo, e l'ombra delle
sacre bende che ella ed altre indarno sperarono conser-
vare sul capo canuto, e si compiace che
non fur dal vel del cuor giammai di sciolte?
Gli antichi commentatori raccontano che ella « fue bellis-
« sima donna, sorella di messer Corso Donati: stata questa
« donna nel monistero, occorse a messer Corso di fare
« un parentado in Fiorenza : non avea nè chi dare nè chi
« tórre : sì che fue consigliato di trarre la Piccarda del
« monistero, e fare tal parentado.... Sforzatamente la trasse
« del monistero, e maritolla ». 35 Con siffatti auspici entrò
Piccarda nei Della Tosa: ai quali, sebbene famiglia guelfa
e legatissima con la Chiesa e con l'episcopato fiorentino,
sembra fossero familiari, forse perchè più facilmente
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
19
impunite, siffatte violenze contro i monasteri; poiché
nel 1304, quando i Guelfi Bianchi fuorusciti tentarono ar-
mata mano il ritorno, uno dei Tosinghi si gettò, narrano i
contemporanei,36 nel monistero di San Domenico, alla
preda di due sue ricche nipoti. Le quali cose ricordando
di cotesta possente famiglia magnatizia, che l'Alighieri
pone fra le ingrassate a spese della Chiesa fiorentina,87
occorre altresì alla mente un' oscura pagina, o piuttosto
un curioso enigma, di storia, che risguarda e loro e la
donna fiorentina del secolo XIII : dico una cena che il reve-
rendo capitolo della Basilica di San Lorenzo dava il giorno
di calen di maggio, ossia il di delle feste primaverili, non
si sa a quali convitati, ma con abbondante imbandigione,
e che si chiamava « la cena delle maladette donne de' To-
singhi ». 38 Resta, ripeto, a sapersi il perchè di questa
maledizione, e dell'esservi mescolate le donne di auella
casa, e dello intitolarsi da una maledizione di donne una
cena imbandita per cura e a spese d'un capitolo di cano-
nici. Forse Dante potrebbe dircene qualche cosa per bocca
d'una delle donne del suo Poema, monna Cianghella della
Tosa; il cui nome egli lancia, con quella potenza di vi-
tupero ch'ei sa, come un ideale femminile di tutto quel
che non era Cornelia romana :
Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella
qual or saria Corniglia. 39
Ma che sulla donna pesasse duramente la maledizione
di quelle discordie, è certo pur troppo. Era già dura ser-
vitù la inferiorità civile nella quale era tenuta dalle leggi,
con subordinazione non pure della sua personalità giu-
ridica ma sottomissione della sua volontà al mundualdo o
procuratore che quelle le assegnavano, e senza la «parola»
del quale ella non poteva nè obbligarsi nò sciogliersi, in-
/
20
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
somma non fare un passo. Ponete caso; anzi sentitene uno
da autentico documento per man di notaro : 40 due donne
si accapigliano l'una con l'altra, monna Fiore e monna
Puccia ; si battono di santa ragione ; poi fanno la pace :
ma per fare la pace, e perchè monna Fiore, la più ga-
gliarda, sia liberata dalla condanna di lire 275 di piccioli
inflittale dal Potestà, occorre prima, che un notaio dia
loro il mundualdo, il quale poi dinanzi a un altro notaio
autorizza e fa valida la loro pacificazione. Tale la con-
dizion giuridica : le civili discordie poi, con gli esili, con
le violenze, con gli odi mortali col vincolare gli affetti,
col calcolare a stregua di parte i parentadi, distruggevano
alla donna ciò che per essa è tutto, la vita domestica. Si
pensa mai, quando si legge di quelle vendette premedi-
tate per dieci, venti, trent'anni, trasmesse in sanguinoso
legato da padre a figlio, le quali si sapeva, dall'una parte
e dall'altra, pesar com' un debito che era forza non meno
agli uni esigere che agli altri pagare, si pensa quante
trepidazioni materne e coniugali, di figliuole, di sorelle,
di fidanzate, quante lacrime di tenere creature impotenti
a rompere que' giuramenti di sangue, quanti sentimenti
repressi, quante vite spezzate, coteste atroci storie si tras-
sero seco? Alcune anime sensitive e ferventi, gittate in
età ancor quasi di bambine in quel vortice, ne contrae-
vano lo spavento d'ogni cosa del mondo, cominciando,
triste a dirsi 1, dalla famiglia. La Chiesa, consacrando con
la canonizzazione il distacco di tali donne dalla vita este-
riore, quali una Cerchi, una Falconieri (anche Piccarda
nel Calendario fiorentino, come nel Paradiso dantesco,
è, ma col nome di suor Costanza, tra i Beati), 41 può
dirsi abbia non solamente coronate virtù miti in età
feroce, 42 ma retribuito dolori ineffabili. Umiliana de'Cer-
chi, sposa e madre a sedici anni, vedova d'un bruta!
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
21
marito a venti, sfiduciata dell'avvenire de' suoi figliuoli
in quella società di crudeli, torna alla casa paterna, e
conforta la precoce vedovanza con la carità verso i po-
veri e i reietti : aborrente da nuove nozze che le si mi-
nacciano, spogliata con inganno della sua dote, le esce
di bocca questo pietoso lamento : 43 « Com' io veggio,
« non è fede in terra, perocché il padre inganna e toglie
« alla figliuola. Abbiami dunque il mio padre quinci in-
« nanzi me non per figliuola, ma per fante e serva. » E
si rinchiude più in sè, facendo della casa sua monastero ;
si ritira nella torre del palagio, la quale è a lei oratorio,
dice la leggenda, anzi quasi una carcere. L'umano, anche
nelle sue più care e sacre attinenze, le si allontana vie-
più sempre : « Al tempo dell'orazione, i vostri figliuoli vi
« sieno lupi, e la camera l'alpe di Montalpruno », dice ella
a delle buone madri che si accusano di essere distratte
dal pregare « per la occupazione della masserizia e de' fi-
« gliuoli »; ma essa medesima poi con lacrime chiede a
Maria la vita della piccola Regale, sua figlia, un giorno
che la poverina, dinanzi alle asprezze di quella penitenza,
le cade a' piedi come morta : « Abbi misericordia di me,
« e rendimi questa mia figliuola ». Presto la sua vita si
va consumando. Sul capo suo, dalla torre del padre, im-
perversa la guerra civile ; i mangani e i trabocchi gran-
dinano pietre ; si appicca il fuoco alle case : per Umiliana
tutto questo non è che il trionfo del diavolo, il quale viene
a lei dicendo : « Leva su, figliuola, e vedi la città che tutta
« si consuma ed arde ». A ventisett'anni, nel 1246, ella
muore. Doveva passare ancor più d'un secolo, perchè Fi-
renze e V Italia ammirassero in una vergine senese gli
affetti umani non spenti ma santificati dal fervor reli-
gioso ; carità di prossimo, di famiglia, di patria, di Chiesa,
avvivarsi come fiaccola alle procelle del mondo ; l'amore
22
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
allearsi allo sdegno in ardimenti virili con femminile mo-
destia; e Caterina rimanere nella memoria degli uomini,
ha scritto un suo devoto che propugnò con Daniele Manin
la libertà di Venezia, rimanere « donna di consolazione e
« di lagrime, fanciulla ed eroe, Clorinda ed Erminia del-
« l'eterno poema d' Italia ». 41
IV.
Se non che agli uomini del secolo XIV erano ormai
antiche, e eia non poter più rinnovarsi, quelle atroci bat-
taglie che desolavano, da un momento all'altro, V intera
città; quelle proscrizioni che schiantavano dalla cittadi-
nanza la metà dei cittadini ; que' ritorni di sbanditi, che
alle porte della patria esiliatrice si presentavano col ferro
in mano e col fuoco. A esiliare pur troppo si seguitò; la
condanna del padre colpì i figliuoli anche nelle culle :
ma la donna fu rispettata ; potè la donna rimanere nelle
case vedovate, e serbarle ai ritorni con dolorosa pre-
ghiera, nelle chiese della patria, dinanzi alle madonne
di Giotto, invocati. Diamo invece un ultimo sguardo al
secolo XIII, a questa forte età che nel grembo travaglioso
conteneva pure i germi della civiltà moderna. Ripensiamo
la prima cacciata di Guelfi nel 1249, che per estremo atto
nella patria, celebrano, tutti armati, le esequie del loro
portansegna messer Rustico Marignolli, lo depongono in
San Lorenzo, poi essi e le famiglie si partono e si disper-
dono pel Valdarno : i Ghibellini distruggono le case de-
serte (« maledizione del disfare » che cominciò allora, dice
la cronica), 45 e d' una torre, che dal vecchio cimitero
intorno a San Giovanni prendeva nome di Guardamorto,
vogliono « con maggiore empiezza », parole sempre della
cronica, vogliono far rovina addosso alla chiesa e batti-
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
23
stero, come guelfa anche lei, perchè ritrovo ab antico, e
fonte di vita e riposo in morte, di Guelfi. E nella seconda
cacciata, dopo Montaperti, « arriva in Fiorenza », lasciamo
ancora parlare la cronica, 46 « la novella della dolorosa
« isconfltta; e tornando i miseri fuggitivi, si leva il pianto
« d'uomini e di femmine sì grande, che va sino al cielo; im-
« perciocché non avea casa mima in Fiorenza, ne piccola
« n£» grande, che non vi rimanesse uomo morto o preso....
« I Guelfi, sanza altro comiato, colle loro famiglie, pia-
« gnendo, uscirono di Fiorenza e andaronsene a Lucca.... »:
fu una città che si riversava in un'altra. I vincitori, con
le masnade tedesche, rientrano in patria, e dentro e fuori
delle mura la demoliscono mezza. Strappano perfino rab-
biosamente dalle chiese le arche sepolcrali e le ossa dei
Guelfi : e se oggi un Aldobrandino Ottobuoni, cittadino
integerrimo che ai nostri vecchi parve l' imagine del
« buono romano Fabrizio », non ha più la sua tomba in
quella che allora era Santa Reparata, si deve a quei sa-
crilegi ; 47 a omissione, non a reverenza, si deve, che del
portansegna Marignolli sia rimasta in San Lorenzo con le
ceneri la pietra del sepolcro domestico. Se Fiorenza
non fu « tolta via » tuttaquanta, 49 ognun sa che fu
virtù e gloria di un uomo. Ma a quei rifugiati in Lucca,
che strazio l'udire, impotenti a ripararvi, la rovina delle
loro case, delle loro memorie, dell'avvenire de' loro
figliuoli ! che furore negli uomini ! che lacrime cocenti
si saranno serrate nel cuore quelle misere donne ! 50
Poi, rivolta fortuna, successero le vendette guelfe, meno
atroci ma più lente, più intime, più continuate, poiché
durarono quanto durò la repubblica, dove il nome ghi-
bellino rimase all'odio comune anche quando più non sus-
sisteva la cosa. Confiscati, distribuiti, dispersi gii averi,
i possessi delle famiglie ghibelline, come si distrugge il
24
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
nido d'una bestia feroce ; gli Uberti, votati a esilio per-
petuo, e nelle orazioni de'Guelfi supplicato Dio che si de-
gni di sradicarli ; 51 i Santi stessi, se del loro sangue, ri-
mossi dall' altare ; 5- vietato di contrar matrimonio coi
conti Guidi e altrettali signori di contado, e i figliuoli
di siffatte unioni sentenziati bastardi : 53 insomma, una
scomunica dalla convivenza sociale, che accompagna
Pan atema con che la Chiesa li separa dal suo grembo.
Sotto questa bufera di persecuzione, i più de' Ghibellini
cedevano, e, per ritornare o rimaner cittadini, si face-
vano Guelfi. Quasi soli i discendenti di Farinata rima-
sero fedeli alla parte degli avi loro : 54 portarono super-
bamente per le terre d' Italia la propria condanna e la
propria fermezza; pagarono intrepidi, sotto la mannaia
guelfa, il debito, com'essi stessi lo chiamarono, lasciato
loro da' padri ; « non mutarono aspetto, non mosser collo,
non piegarono costa », quale Dante, fra le tombe di Dite,
avea veduto giganteggiare il loro avo magnanimo, co' suoi
eretici ghibellini, col suo imperator Federigo.
Ma come in quel canto sublime, allato a cotesta figura
di bronzo, vediamo « in ginocchion levata » l'ombra af-
fettuosa e piangente d'un padre che cerca il figliuolo ;
così alle persone di quei profughi, che pure erano figliuoli
e padri e sposi e fratelli, noi congiungiamo l' imagine
delle povere, deboli creature, che dietro a loro trascina-
vano il tormentoso desiderio della patria e della casa
perdute. E quando leggiamo 55 che in una di quelle illu-
sorie pacificazioni, tornati per pochi giorni in Firenze
anche gli Uberti, fra la gente che venne loro incontro, fu-
rono viste donne, i cui vecchi erano stati ghibellini, baciar
l'arme degli Uberti sui palvesi di quei proscritti ; noi sen-
tiamo, a disianza di secoli, quel memore bacio, e 1' alito
che ne spira di affetti consacrati dal pianto e dal sangue.
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
25
Appartengono a quelli anni elei trionfo e della concor-
dia dei Guelfi, le feste del Calendimaggio che i cronisti
e il Boccaccio 56 descrivono ; le corti bandite, con appa-
rati allegorici d' amore ; 57 la poesia toscana che, rotto
il circolo siculo provenzalesco, prende nome dal « dolce
stil novo », 58 della quale può esser gentile imagine quel
vascelletto incantato, nel quale l'uno cle'due maggiori ri-
matori di cotesta scuola, Dante, affigura sè e Guido Ca-
valcanti e Lapo Gianni, insieme con le loro donne, mol-
lemente cullati dall'onde del mare tranquillo. 59
Ma presto si scatenò la bufera. Siccome il flagello di
quelle discordie si rivolgeva contro coloro stessi che lo
impugnavano, i vincitori Guelfi, presto gli uni con gli
altri guerreggianti, fecero della città conquistatasi e delle
case loro lo scellerato teatro di altri disordini. Si comin-
ciò col non credere più oltre sicuro il trionfo del popolo
guelfo artigiano, senza la oppressione, anzi P annienta-
mento dei Grandi : e i terribili Ordinamenti della Giu-
stizia rinnovarono, per le vie eli Firenze guelfa, il triste
spettacolo dei disfacimenti ghibellini. Or pensate voi che
possa essere stata disfatta pur una di quelle case, senza
che le donne di essa sentissero a uno a uno nel cuore i
colpi di quelle demolizioni ? Pochi anni dipoi, Guelfi Bian-
chi e Guelfi Neri, papa Bonifazio Vili e Carlo di Valois,
si aggruppano personaggi sinistri d'una tragedia mossa
dalle Erinni familiari, la quale ebbe fin d'allora storico
e poeta degni in Dino e in Dante. Raccogliamo breve-
mente, al proposito nostro, da quelle linee sparse, la ima-
gine della città caduta nel novembre del 1301 in mano del
paciaro francese, che al disprezzo dell'Alighieri non parve
meritare nemmeno il rinfaccio d'aver lacerato con la spada
il seno di Firenze ; egli, disse il Poeta, « le aveva, pon-
tando la lancia di Giuda, fatto scoppiare la pancia ». 60
20
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
Furono sei giorni di saccheggio e di desolazione : # ogni
uomo fece male a chi volle, a amico e a nemico : da
tutte le parti era un nascondersi, un trafugar roba, un fug-
gire: qua e colà, ogni tanto, un palagio che bruciava : ru-
berie di botteghe e di case, uomini posti alla corda, feri-
menti, omicidi : in contado andar le gualdane, rubando,
ardendo, ammazzando. Non rispettato l'onor delle donne : i
meno tristi imporre ad esse e alle famiglie forzati matri-
moni; fuggiti gli uomini, rimanere donne e fanciulli alla di-
screzione de'nemici ; sentite cojne ! e cuori di donna misu-
rino il dolore di quelle poverette, a vedere cosi iniquamente
violato il santuario domestico : « Vennero in casa nostra in
« Mercato Vecchio, di notte ; rubaron quello che vi trova-
ti; rono : ben l'avevamo la sera passata sgomberata delle più
« care cose. Noi uomini non v'eravamo, ch'eravamo cessati
« la sera dinanzi. In quella medesima notte, ci venne in
« casa un'altra masnada, e rubarono di quello che v' era
« rimaso. E dopo rubalo, i ,Tosinghi e i Medici si man-
« davano profferendo alle nostre donne. E non voglio che
« rimanga nella penna, che quella notte furono lasciati
« ignudi i fanciulli, maschi e femmine, in sul saccone, e
« portaron via la roba e' panni loro; che non fu fatto in
« Acri per li Saracini cosi fatte opere e pessime ». 62
Del resto, in quella divisione di parte Guelfa tra Bianchi
e Neri, anche le donne si erano più forse che in alcun
altra simile occasione, mescolate. Nò è da maravigliarne :
perocché questa volta la discordia si cacciava tra fami-
glie congiuntissime per vincoli di parte, di consorteria,
di vicinanza; e perciò turbava relazioni anche più in-
time, che non da Guelfi a Ghibellini : ne a tale turba-
mento poteva rimanere estranea la donna. Dice un cro-
nista, 63 con parole nella loro semplicità pittoresche : « Si
« divise la città di Firenze, e fecero di loro due parti per
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
27
« modo, che non fa ne maschio ne femmina, ne grande ne
<v piccolo, » (intendasi di condizione) « nò frale nò prete,
« che diviso non fosse ». E un novelliere, 61 toccando spe-
cialmente di questo parteggiar delle donne, e lodando a
paragone la bontà di altri tempi : « Ora che diremo dello
« ingegno della malizia femminina? Più acuto hanno Y in-
« telletto e più subito; e a fare e a dire il male assai più
« che gli uomini, sono fatte parziali : che a buon tempo
« elle averebbono ripresi i mariti loro, oggi li confortano
« a combattere per parte. E per questo da loro è disceso
« assai male nel mondo.... ».
Noi possiamo assistere a qualche singolare episodio di
cosiffatte guerricciuole a porte chiuse. Siamo in casa (l'ho
raccontato altra volta)65 di messer Vieri de' Cerchi la
mattina de' 23 aprile elei 1300, pochi giorni avanti che la
discordia guelfa prorompa in sanguinose violenze. È im-
bandita la mensa per un suntuoso convito : e madonna
Caterina, una Bardi moglie di messer Vieri, dispone a' lor
posti i convitati. Una Donati è da lei messa accanto a
una gentildonna pistoiese de' Cancellieri ; e il marito, con
poco prudente zelo, l'ammonisce : « Non far cosi, che non
« sono d'uno animo : tramezza chi che sia ». « Messere, »
gli dice la- Donati, che ha sentito, « voi fate una gran
« villania, a far me e i miei di parte o ni mici di persona :
« ed ho voglia andarne di fuori ». La Cerchi irritata ri-
sponde lei: «E tu te ne va' ». Il marito, dolente dello
scandalo, fa le sue scuse e trattiene la gentildonna con
garbata violenza; ma il rimedio è peggior del male, ch'ella
lo rimprovera, come di scortesia, di questo porle addosso
le mani. Allora egli impazientito, « contuttoché fosse savio
« cavaliere », esclama (chiedo scusa per messer Vieri al
mio gentile uditorio) : « Bene sono il diavolo le femmine ! »
E lascia, non si sa se andare o stare, la furiosa Donati :
•28
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
ma il diverbio seguitò fra gli uomini ; e poche ore dopo
co' ferri alle mani : « perocché erano sì vicini, che l'uno
« sempre era a casa l'altro ».
Varchiamo soglie più segrete e gelose, quelle di San
Pier Maggiore : chiesa di monache benedettine antichis-
sima, andata miseramente in isfacelo un cento anni fa.
La quale non può qui nominarsi, senza ricordare che in
essa i Vescovi fiorentini, quando facevano il loro solenne
ingresso, si recavano prima che altrove, e con cerimonie,
di cui ci rimangono minutissime descrizioni, inanellavano,
fra riti e pompe nuziali, la reverenda madre abbadessa,
che in persona della Chiesa fiorentina convitava e ospi-
tava per ventiquattr' ore il novello sposo. E ciò, dicono
gì' instrumenti, « per antica e ferma consuetudine da tanto
« tempo quanto è di là da memoria d'uomini ». 66 Al mo-
nastero pertanto di San Pier Maggiore, un giorno di gen-
naio del 1299, si presenta Lisa di ser Guidolino da Cale-
stano, venturiero lombardo che fu poi cagnotto attivissimo
dei Guelfi Neri, 67 e chiede di esser ricevuta monaca. La
badessa, suor Margherita, risponde che il numero è com-
pleto, e ch'ella non può senza offesa delle costituzioni
ricevere la Lisa. Allora questa esibisce lettere del San-
tissimo Padre papa Bonifazio Vili, che ingiungono sen-
z'altro alla madre abbadessa l'accettazione della nuova
religiosa. Ma la badessa prorompe: «Che di' tu Papa?
«che santissimo Padre? Bonifazio non è papa altrimenti,
« sibbene il diavolo in terra tribolator de' Cristiani ; ma
« il Signore Iddio darà tanto potere ai Colonnesi di Roma,
« eh' e' faranno di lui e de' parenti suoi quel che egli fece
« di loro contro diritto e giustizia ». E le porte del mo-
nastero si chiudono strepitosamente dietro l' iraconda e,
diciam pure, dantesca badessa; alla quale, del resto, non
sembra che mancasse nè la parola tagliente nò il dono
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
20
della profezia : perchè la trista violenza de' Colonna sul
pontefice in Anagni la predisse anche Dante, 68 ma a cose
fatte ; la badessa, quattro anni prima che avvenisse. Que-
sta volta però la qualificazione di « diavolo » investiva ben
altro che femmine, e non per bocca d'un cavaliere : una
sentenza della Curia vescovile a cui la Lisa, impenitente
nella sua vocazione, immediatamente ricorse, imponeva
« perpetuum silentium » a lei e al suo procuratore ; con
grande consolazione, non solamente delle pinzochere fio-
rentine, che appunto di que' giorni mandavano a loro spese
fantaccini a crociarsi nella guerra papale contro « i per-
fidi Colonnesi », 69 ma altresì del Comune, pel quale un
processo addosso a quel Monastero di San Pier Maggiore
non sarebbe stato, com' oggi parrebbe, una cosa da poco,
anzi una gravissima briga da non aggiungersi volentieri
alle molte, che in quelli anni funesti travagliavano V u-
moroso e mal disposto corpo della cittadinanza. Suor Mar-
gherita (aggiungo in parentesi) si trova, a piccola distanza
di tempo, aver ceduto ad un' altra il seggio abbaziale, che
teneva fin dal 93 ; poiché nelle nozze episcopali, eh' eb-
bero a rinnovarsi nel maggio del 1301, ella è bensì fra
le assistenti al rito, ma non essa la sposa. Aggiungo an-
cora che quand' ella fu eletta, due delle monache elet-
trici, agli scrutatori curiali che raccoglievano i voti, ave-
vano risposto che per consentire nel nome di qualsiasi
delle suore volevano innanzi consigliarsene col padre e
con gli altri della casa: eccezione dagli scrutatori re-
spinta come disonesta e contro diritto, e a noi evidente
esser suggerita da rispetti e legami di parte, i quali av-
vincevano dunque anche le donne, e quelle stesse che ogni
vincolo mondano avevano professato d' infrangere. 70
Alle donne fiorentine di cotesti anni, mordendone con
parole acerbissime i disordinati costumi, minaccia Dante,71
30
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
per bocca dello spirito d'uno dei Donati, che i peccati di
Firenze attireranno anche su di esse la meritata punizione
del cielo : avanti che siano adulti i pargoletti i quali ora
fanno la nanna sulle loro ginocchia, Dio le farà triste, e
avranno a « urlare » sui mali delle loro famiglie e della
loro città. Allusione indubitabile, ragguagliando le date,
— o alla rotta dei Guelfi sotto Montecatini, nel 1315, della
quale un rimatore contemporaneo 72 cantava :
Non vi ricorda di Montecatini,
come le mogli e le madri dolenti
fan vedovaggio per li Ghibellini,
e' babbi e' fratri e' figliuoli e' parenti ?
— o piuttosto alle vendette imperiali che nel 1312 Dante con
gli altri Bianchi sperò e invocò da Arrigo VII sui Guelfi
Neri. 73 È, a ogni modo, notevole in relazione col nostro
tema, che anche per Dani e, come per gli altri grandi in-
terpetri dell'ideale umano, un disastro di guerra, un civile
rovescio, si concretino, nella loro più dolorosa forma, in
lutto e pianto di donne. Così presso Omero, le matrone tro-
iane guidate da Ecuba veneranda sollevano con alti pianti
le mani a Minerva; e nella morte di Ettore, ai lamenti
della moglie e della madre e di Elena fatale, rispondono
i gemiti di tutto il popolo ; e nella caduta della città,
sente, fra il crosciar delle armi e degF incendi, il dispe-
rato gridar delle donne la pietosa anima di Virgilio; 74 a
tenore delle cui imagini, nelP assalto di Rodomonte a
Parigi, 75
sonar per gli alti e spaziosi tetti
s'odono gridi e feminil lamenti :
le afflitte donne, percotendo i petti,
corron per casa pallide e dolenti,
e abbraccian gli usci e i geniali letti
che tosto hanno a lasciare a estranie genti ....
Nell'Omero fiorentino del medio evo la figurazione è meno
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
31
plastica, ma forse più potente ; e la satira mesce nell'e-
pica intonazione la sua stridula nota :
Ma se le svergognate fosser certe
di quel che il ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte ;
r chè, se l'antiveder qui non m'inganna.
prima fian triste, che le guance impeli
colui che mo' si consola con nanna. 7(5
Se non che gli spiriti, al cui vaticinio confidava Dante
i rammarichi e le ire dell' ingiusto esilio, non antividero
che quella esaltazione di guelfìsmo, nella quale i Neri
avevano trascinato il Comune, e da cui i più onesti e tem-
perati fra i Guelfi, come esso l'Alighieri, avevano rifug-
gito, anche a costo di perder la patria; doveva ormar
quella esaltazione guelfa, rimanere durevol forma del con-
cetto politico a cui avrebbe seguitato a ispirarsi, pe' suoi
settant' anni di secolo XIV, il Comune democratico, e in
quella la perpetua « inferma » dell'Alighieri « trovar posa
« in sulle piume » del letto suo doloroso. 77 Cosi fu ; nè qui
accade discorrerne le varie e molteplici cagioni : fatto
sta, che la storia fiorentina del Trecento, nel cui ultimo
scorcio l'oligarchia prevalse, non offrì quelle fortunose
vicende di reggimenti e di fazioni, di disfatte e di esili,
di vincitori e di vinti, per le quali la continua muta-
bilità dello stato rese alla donna così procelloso e mal-
fido il porto della famiglia durante il secolo XIII : da-
gli esodi alternati di Ghibellini e Guelfi fra il 48 e il 67,
all' ostracismo di Giano della Bella nel 95 sbandeggiato
co' suoi compresavi la figliuola Caterina ; 78 dai disfa-
cimenti vandalici di mezza la città sotto il piccone
de' Ghibellini, 79 alle sillane proscrizioni bandite dai
Guelfi Neri contro i loro stessi compagni di Parte con-
dannati a divenire « ghibellini per forza ». 80 Gli uomini
del Trecento raccolsero da que' feroci contrasti la tradi-
32
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
zione democratica artigiana, che atteggiò la vita interna
del Comune a una progressiva espansione verso la plebe ;
espansione inefficacemente combattuta dalle Arti mag-
giori, e che fece capo al governo de' Ciompi : — ne raccol-
sero la tradizione guelfa francese, che in quello stesso
secolo finì con l'attirare sulla libera città l'abietta e scon-
cia tirannide del Duca d'Atene, e dispose incorreggibil-
mente la Repubblica a una parzialità lusinghevole e pe-
ricolosa, i cui estremi danni senti Firenze nel 1530, quando
a ripararli non si era più a tempo : — ne raccolsero infine
la sola forma di magistrato fiorentino che abbia avuta
durata ferma, i Priori e il Gonfalonier di Giustizia, la cui
insegna popolare piantata da Giano della Bella, trasmessa
dall'una all'altra di quelle mani gagliarde, fu, dopo quasi
due secoli e mezzo, il véssillo della patria nelle ultime
battaglie della libertà.
V.
Il Trecento, adunque, è nella storia di Firenze, com-
parativamente all'età che lo precede, secolo di confer-
mamento e di stabilità. « Nuovo popolo », come dicevano,
non si fa più. Non mancano le grandi commozioni, i
grandi pericoli, i grandi rovesci eziandio : la città è as-
sediata da Arrigo VII ; minacciata da Uguccione, e più
gravemente da Castruccio ; stremata del suo miglior san-
gue nelle battaglie di Montecatini e delPAltopascio ; le
calate imperiali del Bavaro, di Carlo IV, mettono alla
prova il senno e la borsa de' suoi mercatanti ; questa è
munta gagliardamente dai sovrani quasi di tutta Europa ;
i reali di Francia e di Napoli vengono a spadroneggiarci
in casa; un loro venturiero crede di essercisi insediato
signore e duca; la travagliano, con le armi e con le
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
cupidigie, Scaligeri e Visconti, i Papi Avignonesi e le Com-
pagnie di ventura; le epidemie, ed una sopra tutte spa-
ventevole, la disertano ; la tirannide guelfa turba l'equi-
librio delle Arti, e provoca gli eccessi della demagogia :
ma lo Stato rimane pur sempre saldo a tutti questi urti,
fra tutte queste burrasche ; saldo tanto, che il rivolgi-
mento verso Poligarchia si compie senza mutazióni, nè
di forma nei magistrati, nè di sostanza nella politica del
Comune. E così può Firenze, durante questa età gloriosa,
svolgere nelle forme più ampie e sino a' più alti gradi
la civiltà sviluppatasi faticosamente dalle tenebre dei
bassi tempi ; d' industrie e commerci alimentarla, affor-
zarla, propagarla nel mondo ; farle ministre le arti del
bello figurato, che Arnolfo, Giotto e 1* Orcagna, maestri
e operai del Comune, improntano di quella gentil com-
postezza che d' ora innanzi si chiamerà toscana ; ai di-
spersi elementi dell' eloquio latino, che di regione in
regione italica vennero atteggiandosi a lingua di po-
polo, dare Firenze la forma, farne il verbo della nazione,
anzi già il valido istrumento d'una letteratura, che, in-
torno a un altro grande triumvirato fiorentino, si afferma
italiana.
Di questa vita, tanto più spirituale e civile quanto meno
agitata e procellosa, la donna, resa quasi ad aere più spi-
rabile, partecipa, com' è naturale, e ne gode largamente.
Nella istoria di lei, il dramma fa luogo alle contingenze,
or liete or tristi, del familiare e cittadino consorzio ; è
finalmente ai tesori della bellezza e della tenerezza sua,
m
ispiratrici, ricomposto il nido domestico, com' era a tempo
delle avole buone, ma ora la ricchezza e l'arte gareggiano
in adornarlo : e i mercatanti di Calimala e di Por Santa
Maria, quasi a consolarla de' lunghi abbandoni, serbano
a lei le primizie de' panni che recarono d'oltremonte, e
Del Lungo
3
34
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
clic trasformati e triplicati di pregio rivarcheranno lo alpi
ed il mare.
Ed ella non sarebbe donna, se di quella ricchezza, di
quelle appariscenze, che son poi infine lieto testimonio
della forzà e della prosperità del Comune, la non si com-
piacesse, e non se ne circondasse volenterosa. Ed hanno
un bel gridare i religiosi dal pergamo ; e Dante anche
questa voce del tempo suo (e quale gliene sfugge V) ha
raccolta; hanno un belPammonire e minacciare e inter-
dire, e aggiungere le « spiritali » alle altre « discipline »,81
che correggono e frenano i mondani splendori e il tra-
scorrere nelle pompe e nel lusso.... Ma sono così belli, sotto
il raggio meridiano del sole di primavera o ne' rosei tra-
monti autunnali, quelli svariati colori, quegli arienti, quel-
l'oro, su quelle teste bionde, intorno a que1 candidi colli,
a prova con lo scintillare di que' neri occhi pensosi !
paion fatti apposta que' fini broccati per disegnare le vite
snelle e flessuose che aspettano di essere abbracciate pel
ballo ! quelle perle e pietre preziose, e i segni e lettere
nella cui forma sono disposte, che significato e qual va-
lore avrebbero, se fossero risparmiate a que' petti esube-
ranti di giovinezza e d'amore?
Ed ecco che il Comune, rigido ed inflessibile mante-
nitore de' propri diritti, arma 1' Esecutor della legge, di
capitoli e statuti suntuari 82 severissimi « contra i disor-
dinati ornamenti delle donne di Firenze » ; le quali pie-
gano crucciose il capo, e di mala voglia obbediscono :
siamo nel 1324. Ma son passati appena due anni ; e tolta
occasione dalla venuta del duca di Calabria, chiamato al
solito esercizio di signoria angioina sulla guelfa repub-
blica, le donne si fanno attorno alla duchessa sua mo-
glie, che è una francese, Maria di Valois ; e ottengono
sia loro reso « uno loro spiacevole e disonesto ornamento »
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
35
(è la borghesia che brontola per bocca di Giovanni Vil-
lani)83 «di trecce grosse di seta gialla e bianca, le quali
« portavano in luogo di trecce <li capelli dinanzi al viso....,
«ornamento disonesto e trasnaturato....: e così il disqr-
« dinato appetito delle donne vince la ragione e il senno
«degli uomini». Una corte «lucale, 84 quel codazzo cor-
tigiano e francese, operano, ne' pochi anni che Firenze
se li gode, il proprio effetto: e i Fiorentini, per calen
d'aprile del 1330, « tolgono tutti gli ornamenti alle loro
donne », e, si può ben dire con una parola di stampo
adatto al caso, le disabbigliano da capo a piò. Sentite!85
« Essendo le donne di Firenze molto trascorse in soperchi
« ornamenti di corone e ghirlande d'oro e d'argento, e di
« perle e pietre preziose, e reti e intrecciatoi di perle, e
« altri divisati ornamenti di testa di grande costo ; e si-
« mile, di vestiti intagliati di diversi panni e di drappi
« rilevati di seta, e di più maniere, con fregi e di perle
« e di bottoni d'ariento dorato ispessi, a quattro e sei fila,
« accoppiati insieme ; e Abbiati di perle e di pietre pre-
« ziose al petto, con diversi segni e lettere ; e per simile
« modo facendosi conviti disordinati per le nozze delle
« spose, ed altri, con più soperchio e disordinate vivande ; —
« sopra ciò si provvede e si fanno ordini, che niuna donna
« non possa portare nulla corona nè ghirlanda, nè d'oro
« nò d'ariento nè di perle nè di pietre nè di seta, nè niuna
« similitudine di corona nè di ghirlande, eziandio di carta
« dipinta; nè rete nè trecciere di nulla spezie, se non
« semplici ; nè nullo vestimento intagliato nè dipinto con
«niuna figura, se non fosse tessuto; nè nullo addogato
« nè traverso, se non semplice partita di due colori ; nè
« nnlla fregiatura, nè d'oro nè d'ariento nè di seta, nè
« niuna pietra preziosa, nè eziandio ismalto nè vetro ; nè
« potere portare più di due anella in dito, nè nullo seheg-
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
« giale nè cintura di più di dodici spranghe d'argento;
« e che d'ora innanzi nulla si possa vestire di sciamito,
« e quelle che V abbiano il debbano marcare, acciò che
« V altra noi possa fare ; e tutti i vestiri di drappi di seta
« rilevati sian tolti e difesi ; e che nulla donna possa por-
« tare panni lunghi dietro più di due braccia, nè iscollato
« di più di braccia uno e quarto il capezzale ; e per simile
« modo siano difese le gonnelle e robe divisate a' fanciulli
« e fanciulle, e tutti i fregi, ed eziandio ermellini, se non
« a' cavalieri e a loro donne ; e agli uomini tolto ogni
« ornamento e cintura d'argento, e' giubbetti di zendado
« o di drappo o di ciambellotto. E nullo convito si possa
« fare di più di tre vivande, nè a nozze avere più di venti
« taglieri, » (che vai quanto non più d'una quarantina di
convitati) « e la sposa menare sei donne seco e non più ;
« nè a' corredi di cavalieri novelli più di cento taglieri
« di tre vivande ; e a corte de' cavalieri novelli non si
« possano vestire per donare robe a' buffoni ». Sopra i detti
capitoli, continua la cronica, feciono uficiale forestiere a
cercare e uomini e donne e fanciulli delle dette cose di-
viete con grandi pene. E impongono norme e tariffe alle
arti e allo spaccio delle derrate : e curano insomma l' in-
teresse e la masserizia delle famiglie, senza darsi pen-
siero del danno che ne sentono specialmente « i setaiuoli
« e orafi », costituenti una medesima Arte, « che per loro
« profitto ogni dì trovavano ornamenti nuovi e diversi ».
Conchiude la cronica : 86 « 1 quali divieti fatti, furono
« molto commendati e lodati da tutti gli Italiani; e se le
« donne usavano soperchi ornamenti, furono recate al
« convenevole : onde forte si dolsono tutte, ma per gli
« forti ordini tutte si rimasono degli oltraggi » (cioè da
quelli eccessi); « e per non potere avere panni inta-
« gliati, vollono panni divisati e istrangi i più eh' elle
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
:*7
« poteano avere, mandandogli a fare infìno in Fiandra e
« in Brabante, non guardando a costo. Ma però molto fu
« grande vantaggio a tutti i cittadini in non fare le di-
« sordinate spese nelle loro donne e conviti e nozze, come
« prima faceano ; e molto furono commendati i detti or-
« dini, perocché furono utili e onesti ; e quasi tutte le
« città di Toscana, e molte d' Italia, mandarono a Firenze
« per esempio de' detti ordini, e confermargli nelle loro
« città ».
Ma chi dovette trovarsi a disagio, proseguiremo noi,
furono quelli « ufficiali forestieri », deputati dal Comune
all'applicazione della legge, ossia a combattere per essa
contro il malumore e l'astuzia delle donne fiorentine, con-
giurate per la difesa del loro abbigliamento. Delle tante
grottesche figure, in cui la gaia novella borghese ha at-
teggiato quei poveri potestà e capitani, cavalieri e giu-
dici, notai e famigli, che le città guelfe di Lombardia e
delle Marche mandavano per rettori a Firenze ; e sui quali
si motteggiava proverbialmente : « Se tu hai niuno a chi
« tu vogli male, Mandalo a Firenze per ufficiale »; 8? non ve
n'è forse nessuna così argutamente comica, come quella
disegnata da Franco Sacchetti 88 d'uno « iudice di ragione »
(de' suoi tempi die' egli, ma al dabben giudice non man-
carono di certo predecessori anche in questa tribolazione,
e Statuti suntuari fiorentini ne possediamo fin del 1306,
e testimonianza dì essi fin dal 1290), 89 il quale messosi
di buona lena, egli ed un suo notaio, ad eseguire certi
nuovi ordini, al solito, « sopra gli ornamenti delle donne »,
l'effetto n'è, e i cittadini ne fanno le giuste meraviglie
presso i Signori, che « Potici ale nuovo fa sì bene il suo
« oficio, che le donne non trascorsono mai nelle porta-
« ture, come al presente fanno. » Or ecco la risposta di
messer Amerigo al rimprovero de' signori Priori : « Si-
38
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
« gnori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato
« per apparar ragione ; e ora, quando io credea sapere
« qualche cosa, io trovo che io so nulla : perocché cer-
« cando degli ornamenti divietati alle vostre donne per
« gli ordini che m' avete dati, sì fatti argomenti non tro-
« vai mai in alcuna legge, come sono quelli ch'elle fanno ;
« e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni. E' si truova
« una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il
« cappuccio. Il notaio mio dice : Ditemi il nome vostro,
« perocché avete il becchetto intagliato. La buona donna
« piglia questo becchetto, che é appiccato al cappuccio
« con uno spillo, e recaselo in mano, e dice eh' egli è una
« ghirlanda, Or va' più oltre, truovo molti bottoni portare
« dinanzi. Dicesi a quella che è trovata : Questi bottoni
« voi non potete portare. E quella risponde : Messer sì,
« posso, che questi non sono bottoni, ma sono coppelle :
« e se non mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo ;
« e ancora, non c' è ni uno occhiello. Va il notaio all'altra
« che porta gli ermellini, e dice : Che potrà apporre co-
« stei ? Voi portate gli ermellini. E la vuole scrivere. La
« donna dice : Non iscrivete, no ; che questi non sono er-
« melimi, anzi sono 1 attizzi. Dice il notaio : Che cosa è
«questo lattizzo? E la donna risponde: È una bestia, »
I magnifici signori Priori, che conoscevano le loro donne
meglio di messer Amerigo da Pesaro, dicono l'uno con
l'altro : « Noi abbiamo tolto a contender col muro. Me' fa-
« remo attendere a' fatti che portano più. Chi vuole il ma-
« lamio se rabbia. » E infine esclama uno, dicerto il più
dotto della orrevol brigata : « Io vo' che voi sappiate,
« eh' e' Romani non poterò contro le loro donne : che vin-
« sono tutto il mondo ; ed elle, per levar gli ordini sopra
« gli ornamenti loro, corsono al Campidoglio, e vinsono i
« Romani, avendo quello che voleano ». E cita Tito Livio,
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
e vi dissertano sopra. E a messer Amerigo dicono, faccia
quello Ch' e' 'può, e tiri via, e lasci correre le ghirlande e
le coppelle e i lattizzi ; e così, d'allora in poi, narra il no-
velliere essere stato fatto, conchiudendo che l'uomo pro-
pone e la donna dispone, proverbio (come sentite) assai
antico, e che le donne fiorentine, senza studiare giurispru-
denza, hanno saputo portare le loro fogge a dispetto delle
leggi e de' dottori di queste.
Del resto, quelle severità suntuarie di cui possediamo
documenti bellissimi per la storia sì del costume e sì della
lingua ; 90 le quali limitavano la misura de' corredi nu-
ziali, o come dicevano delle « donora », che la sposa por-
tava al marito ; e proporzionavano alla dote il longobar-
dico morgincap, o dono del mattino, che questi faceva a
lei la mattina dopo il matrimonio ; e frenavano, com'ab-
biam sentito, il lusso e l'abbondanza delle feste e dei
conviti ; sarebbero oggi per noi violazioni di libertà in-
dividuale e quasi di domicilio. Eppure un alto concetto
democratico animava anche coteste disposizioni, in quanto
si voleva per esse, che il festeggiare de' cittadini fosse
il più possibilmente pubblico anziché privato. « Un sentir
« comune voleva comuni piaceri : le spese del ricco do-
« vevano sempre avere qualche cosa di popolare ; fatte a
« pubblico benefizio e spettacolo, dovevano essere un go-
« dimento per tutti. Nei palazzi, ciò che poi furono i salotti,
« allora era, aperta alla vista di tutti, la loggia. Per tal
« modo un paio di nozze rallegravano l' intera città : il
« ricco pagava le feste al povero per goderle insieme con
« lui : i giovani armeggiavano, le donne ballavano, sulle
«piazze, all'aria aperta, non al fumo di candele, nell'ug-
« già de' salotti ». Queste cose, di quella età democratica
del Comune fiorentino, scriveva nel 183G un giovine pa-
trizio; il (piale doveva poi da vecchio, a tutta Italia anzi
10
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
alla civile Europa venerando, essere il degno storico della
nostra Repubblica : il marchese Gino Capponi. 91
Altra materia, che di siffatte osservazioni morali, non è
da aspettarsi ci offra, intorno alla donna, come già dissi,
la storia fiorentina di quel secolo : non la storia de' fatti
politici, per le ragioni che vedemmo ; non la storia della
cultura, in tempi ne' quali i limiti di questa erano trac-
ciati cosi rigidamente, che la denominazione di uom colto
era « cherico », e gran mercè se alla donna rimaneva po-
sto fra il laicato. La Compiuta Donzella, se è, come pare,
« non ombra, ma donna certa », rimane un'eccezione, come
tutte le regole hanno la sua : nè della cultura della donna
in Firenze dal Due al Trecento altre testimonianze sa-
premmo indicare, all' infuori di qualche volgarizzamento
dal latino che vedesi fatto a loro istanza, come quello delle
Eroidi d'Ovidio (che chiamavano « Libro delle donne »),
a istanza di madonna Lisa Peruzzi condotto da ser Filippo
Ceffi notaio ; 92 o, più spesso, i volgarizzamenti che reli-
giosi o altre^persone spirituali, pure ad istanza di donne,
facevano di testi sacri od ascetici. 93 E dovremmo poi dire
che il precettar cortigiano che la donna fiorentina di quella
età ebbe in Francesco da Barberino, mostra evidente che
di qualunque virtù più che di cultura preme a lui che la
sua donna ideale si addobbi ; fino a porre in dubbio (tutto
ben considerato, anche i pericoli) se sia bene o male
eh' ella sappia « lo leggere e lo scrivere », ancoraché sia
di grande condizione; e sole eccettuando, manco male,
le destinate a monacarsi. 91 Ma oltre la storia politica
e la storia della cultura, noi possiam pure interrogare
una storia, le cui pagine, scritte senza intenzione d'arte
anzi non per un pubblico qualsiasi, a nulPaltro quasi hanno
servito sin oggi che a documento di lingua, e sono le Cro-
niche o Ricordanze domestiche : ed una di queste, ^ che
NE[ PRIIVlf SECOLI DEL COMUNE
*1
proprio comprende nel suo bel mezzo il Trecento, offre al
nostro studio, non geste e imprese di certo, bensì più d'una
fisionomia femminile.
Le parole di messer Donato Velluti, che io riferirò te-
stuali e dal manoscritto suo autografo, vi faranno qui rivi-
vere coteste donne, quali egli, nella casa propria o de* con-
sorti, le vide : « care e buone » le più ; testimonianza affet-
tuosa, e troppo in quelle schiette sue pagine frequente,96
cosicché io non debba ripeterla, anche a compenso di giu-
dizi sulla donna, e del Trecento e dell'Ottocento, non
sempre benigni. Sceglierò tipi diversi. E prima, poiché
abbiamo avuto testé a parlare di fogge e mode, sia d'una
alla quale l'avere il capo ben assettato giovò a qualche
cosa. « Monna Diana fu una bonissima donna, e molto
« amore mi portava...., e assai mi teneva a Bogoli quando
« era fanciullo. Portava molto in capo : intanto che es-
« sendo una volta al palagio vecchio de' Rossi, dirimpetto
« a Santa Fi licita, ove oggi è l'albergo, e cadendo d' in
« sul palagio una grande pietra, e cadendole in capo, non
« la sentì, se non come fosse stata polvere venuta giù per
« razolire di polli : onde ella, sentendosi, disse : — Chisci,
« chisci ; — e altro male non le fece, per cagione de'molti
« panni eh' avea in capo ». Resistente, del resto, e ga-
gliarda, era soprattutto la fibra, non meno eli quelle donne,
che degli uomini loro ; e sentite come guardavano in fac-
cia la morte : « Sopravvenne la mortalità del 1348 : ed
« essendo già morti il detto Gherarduccio e sua figliola e
« le serocchie, et essendo il detto Cino », l'ultimo rimasto di
tre fratelli, « e sua donna in contado al detto podere dal
« Poggio, infermarono ; et essendo infermi, deliberarono
« di venire », cioè alla città. « Ed essendo presso i fratelli
« della moglie, gli feciono fare testamento.... E poi si par-
« tirono : e la donna ne fu recata in istanghe, e giunta
42
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
«l'andai a visitare; e egli ne venia a cavallo in sella, e
« uno gli era in groppa. Di che dopo la detta visitazione,
« essendo io ito in Borgo San Iacopo a la sepultura di Ber-
« nardo Marsili, il quale era morto essendo de'Priori, » (e
lo stesso, di morire essendo de' Priori, in Palagio, toccò
allo scrittore ventidue anni appresso) « e tornando, essendo
« in capo del chiasso, vennono due a una ora, e l'uno disse:
« — Monna Lisa è morta ; — e l'altro disse : — Cino è morto
« a l'Olmo da San Gaggio, a cavallo, venendo di villa. —
« Fecili sotterrare.... ». Ritratto di due buone ragazze, in-
vecchiate in casa co' fratelli : « Le dette Cilia e Gherardina
« non si maritarono : stettono un grande tempo pulcelloni,
« con speranza di marito ; poi fuggita la speranza per non
« potere, si feciono pinzochere di San Spirito. Guadagna-
« vano bene, e francavano la loro vita, e più, dipanado
« lana ; sanza che, non fece mai bisogno a' detti fratelli
« tenere fante. Erano amorevoli molto, e grandi favella-
« trici. Morirono per la detta mortalità del 1348, essendo
« ciascuna d'età di quaranta anni e più ». Ma ben altra
donna una madonna Gilia, che in casa dei fratelli ritorna
da vedova, e piena d'affari e di briglie, e « consumò molto
« in piatire, nel quale molto si dilettava, però che era et
« è molto astuta e rea ; e tanto vi consumò, che non vo-
« gliendo vendere delle possessioni, vilmente vivea e ve-
« stiva, tutto dì cercando Firenze , e oggi vive in mendi-
« cume ». Ma ecco qua due figure simpatiche : di una
donnina da casa, « monna Lisetta, piccola della persona,
« ma savia e buona donna », che dopo la morte del marito
« rimane in casa co'figliuoli, onestamente vivendo, e go-
« vernando i detti suoi figliuoli », che le muoion giovanis-
simi, ed ella pure nella mortalità del 1363 ; — e di una bella
sposa, di quelle che, guardate negli affreschi o nelle ta-
vole de' nostri maestri, ci fanno non solamente ammirare
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
43
ma pensare, « monna Ginevra Covoni, più bella e mag-
« giore di ninna sua scrocchia, e sanza vergogna delle
« altre, fu delle vertudiose savie e facenti donne che io
« vedessi mai, e quella che per l'amorevolezza sua e pia-
« cevolezza e bontà si facea volere bene a ogni persona ».
Finalmente la madre del cronista e la moglie : « Monna
« Giovanna, mia madre, fu savia e bella donna, molto fre-
esca e vermiglia nel viso, e assai grande della persona
« onesta e con molta virtù. E molta fatica e sollecitudine
« durò in allevare me e1 miei fratelli ; considerato, che si
« può dire non avessimo altro gastigamento, e spezial-
« mente di padre, però che quasi del continuo nostro pa-
« dre stette difuori : per la qual cosa ella fu molto da
« lodare, e lodata fu, di sua onestà e vita, essendo bella,
« e stando il marito tanto di fuori. Di carnagione e fre-
« schezza fui molto somigliato a lei. Fu grande massaia;
« e bisogno ebbe di ciò fare, avendo nostro padre poco
« come avea, poi si divise da' fratelli, e avendo grande
« famiglia.... E la cagione della morte sua fu, che essendo
« nostro padre in Tunisi, avendo noi ricevuto in paga-
« mento.... uno podere...., e essendovi ella andata a stare
« là di state, tornando poi qua, e essendo salita a cavallo...,
« si mosse il cavallo, e corse un pezzo, e gittolla in terra;
« di che si sconciò la gamba. Soprastette alcuno dì là su,
« e non si fece trarre sangue ; e poi essendo recata in Fi-
« renze in stanghe, si rincannò la gamba : e stando così
« uno dì di San Martino nel letto, ed essendo con lei molte
« donne, e favellando e cianciando, subitamente dicendo
« O me!, passò di questa vita. Iddio abbia la sua anima;
« che così dovè essere, essendo buona e cara donna, e es-
« sendosi confessata il dì dinanzi.... ». E la moglie, monna
Bice Covoni : « La quale fu piccola e non bella ; ma sa-
« via, Jbuona, piacevole, amorevole, costumata, e d'ogni
44
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
« vertù piena e perfetta, e la quale si facea amare e vo-
« lere bene a ogni persona : e io molto me n' ò lodare,
« che me amava e desiderava con tutto quore. Era bo-
« nissima dell'anima sua : ed è da credere che Nostro Si-
« gnore Iesù Cristo l'abbia ricevuta nelle sue braccia, fac-
« cendo buone e ottime operazioni, limosiniera e d'orare
« e visitare la chiesa.... Vivette meco in santa pace, e ac-
« crebbe il mio assai di grazia onore e avere.... Ebbe gran-
« dissima infermità per la mortalità del 1348, e campò di
« quello che non ne campò una nel centinaio. Fu grazia
« di Dio e in iscampo di me, che di certo ho per opi-
« nione, che s*ella fosse morta, io non sarei scampato, per
« gli accidenti m'avvennono, che che di quella infermità
« non sentissi.... Morì di luglio 1357 : sì che vivette meco
«da diciassette anni. Iddio abbia la sua anima. »
VI.
Tale, nella realtà dei fatti, la donna che i Fiorentini dei
primi secoli ebbero compagna della vita, a tutto il periodo
schiettamente democratico del Comune; fermandoci sul
declinare del Trecento, quando, sfuriati i Ciompi, l'ari-
stocrazia borghese piglia campo, e paladini del popolo»
pericolosi paladini, si fanno avanti i Medici. Tale la donna
di quella antica Firenze : austera e gentile figura, che a
sè dice della gloria di cotesta età tanta parte esser do-
vuta, quanta fu quella eh' ella prese nella operosità, nei
dolori, ne' virili propositi, ne' luminosi concetti, ne' pas-
sionati traviamenti, d'un popolo forte, d'una democrazia
degna veramente di tal nome, perchè senza declamazioni
operante con gagliardia e per sentimento di cose grandi.
Se non che la realtà è solo un aspetto della storia
nò sempre il più agevole a risapersi e a ritrarsi ; e che
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
45
anche quando si dà a divedere con sufficiente larghezza,
lascia pur sempre luogo da un lato alla leggenda, dal-
l'altro alle idealità dell'arte, trasformatrice quella, imita-
trice questa, del vero, di cui la realtà è la identificazione.
Ma se vasto è il campo nel quale la donna fiorentina po-
trebbe considerarsi, in relazioni più o meno strette, più
o meno dirette, con le idealità della poesia e delle arti
nei secoli iniziali della moderna cultura, altrettanto an-
gusto, è, come in ogni altro ordine d' idee e di fatti fra
noi, così anche in questo, il dominio della leggenda. È
già stato osservato da parecchi, che la fioritura leggen-
daria, nelle età che Pavrebber portata, scarseggiò in Ita-
lia ; e ciò perchè, lo dirò con le parole d'un critico tede-
sco, 97 « gP Italiani avevano dietro a sè un'epoca di grande
« cultura nell'antichità, le cui traccie non si erano mai
« interamente perdute , essi non uscirono da un tempo di
« barbarie : e quindi mancavano loro appunto.... tradizioni,
« la origine delle quali risalisse a tempi oscuri e mitici ».
Siffatta condizione storica rivolse verso fonti oltramon-
tane il naturale appetito delle plebi al maraviglioso, ori-
ginando quella poesia romanzesca, la quale solamente fra
noi doveva inalzarsi a creazioni d'arte grandiose e squi-
site ; siffatta condizione storica, anche per altri o cicli tra-
dizionali, o temi individui di leggenda, fu causa che il
remoto e l'esotico apparissero quasi essenzial condizione
perchè un soggetto addivenisse leggendario. Ciò premesso,
sembrerà piuttosto troppo che poco, trovare circonfusa del
nimbo della leggenda qualche figura di donna fiorentina,
e non dai due primi secoli del Comune, sibbene da quelli
della sua piena maturità.
Al secolo XIV sembra invero appartenere, se si con-
siderano le circostanze dei fatti, il soggetto della novella,
fin dal XV popolare, e tale conservatasi, specialmente
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
nella sua forma metrica, fino a1 di nostri, di Ippolito e
Li onora ;88 una delle tante versioni sotto le quali si è per-
petuata la leggenda dell'amor contrastato, da Piramo e
Tisbe agli amanti veronesi che Guglielmo Shakspeare e
Vincenzio Bellini hanno resi immortali. Ma nella leg-
genda fiorentina mancano e la catastrofe tragica, conchiu-
dendosi l'amore con lieta fine, e quasi la forma stessa di
leggenda, alla cui scarna semplicità subentrano le forme
tornite e conversevoli della novella. Ippolito de'Buondel-
monti ama la Lionora, o Dianora, de' Bardi, e ri' è ria-
mato, nonostante la nimicizia che, sebben guelfe ambe-
due, divide le loro famiglie. Disperato del proprio amore,
il giovane si consuma e ne inferma; e alla madre, che
piangendo lo interroga, rivela la segreta cagione del suo
languire. L'amore materno spinge le donne, non avvi-
sando altro mezzo, a pregare una zia di Lionora, abba-
dessa nel convento di Monticelli, che procuri di far tro-
vare insieme i due amanti. Il che avuto effetto e giura-
tasi fede di sposi, e stabilito come rivedersi con maggior
agio nella casa di Lionora, nel recarvisi Ippolito notte-
tempo, è fermato dalla famiglia del Potestà. Egli, per sal-
vare l'onore della donna amata, si dà per ladro, e tale
persiste a dichiararsi, nonostante V onta e la desolazione
de' suoi ; tacendo, a quel che sembra, le donne, per ispa-
vento che, risapendosi il vero, le due famiglie e respet-
ti ve consorterie non s' arrovescino V una contro P altra, e
prima vittima sia lo stesso Ippolito. Il giovine generoso,
condannato a ignominiosa morte, prega, per la salvezza al-
meno dell'anima, « che vi piaccia, nel mandarmi alla giu-
« stizia, che io faccia la via alla casa de' Bardi, acciò che
« gli possa domandare perdono dell'odio che io come ini-
« mico ho portato loro»; ma in realtà, «solamente per
« vedere una volta Lionora, prima che morisse ». Gli è
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
concesso; e il lugubre corteggi Oj a suon di trombe e con
10 stendardo della giustizia alla testa, s' incammina :
Lionora si fa alla finestra, e gli sguardi de' due sposi s'in-
contrano : allora ella « come furiosa discende la scala, a
« malgrado di tutte le donne di casa , si gitta fuori della
« porta, afferra per la briglia il cavallo del cavaliere del
«Potestà, e grida: Finché la vita mi starà nel corpo,
« tu non menerai Ippolito alla morte, la quale lui non ha
« meritata. » E si gitta nelle braccia del condannato. 11
cavaliere non sa che si fare, la gente romoreggia ; la Si-
gnoria chiama a sè i due giovani : <- Ippolito, legato con
« la corda intorno al collo, e Lionora scapigliata e pian-
« gente, seguendoli gran copia di popolo ». La giovine si
fa innanzi e domanda ragione : « cioè, che voi mi ren-
« diate il mio marito e sposo ; altrimente io appello a Dio
« ed al mondo, chiamando vendetta di tanta ingiustizia,
« pregando Dio che con i suoi giusti occhi riguardi le
« vostre inique sentenze e malvagi giudizi. » La Signoria,
verificati i fatti, chiama i padri de' due sposi : « li quali
« intendono la cosa per dritto modo, e quivi in presenza
« de' Signori e del popolo, fermano il parentado. E dove
« già duecento anni i Buondelmonti e i Bardi erano stati
« inimici a morte, divennero amicissimi per il parentado
« che tutti parevano d'uno sangue. » Vedete, o Signore
gentili, che la leggenda ha pur voluto dare la sua eroina
a Firenze, e l'ha chiesta all'amore.
Amorosa pure è la leggenda della sepolta viva ; che^
11 suo rozzo cantastorie quattrocentista riferisce al 1393.
Ginevra degli Amieri (Almieri, per corruzione popolare)
è amata da Antonio dei Rondinelli, ma dal padre sposata
invece a Francesco degli Agolanti. Infermatasi e tramor-
tita è, in que' sospetti di morìa, creduta estinta, e la
seppelliscono da Santa Reparafa. Ritorna ai sensi dentro
48
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
la tomba, si accorge dell'atroce suo caso, si raccomanda
alla Vergine, e guidata da un debole raggio di luna che
trapela da uno spiraglio del sepolcro, sale una scaletta,
riesce a smuovere la pietra testé murata ; ed ecco la sua
bianca figura, che rasente al Campanile, pel chiasso che
poi da lei si vorrebbe essere stato chiamato della Morte,
incamminasi alla casa del marito. Batte, ed è il marito
stesso che si affaccia alla finestra ;
Chi è là ? chi batte ? — Io son la tua Ginevra,
Non m'odi tu ?...
Il marito spaventato si fa il segno della croce, promette
a quella pover' anima errante orazioni e messe, e si ritira.
Ginevra prosegue alla casa paterna, in Mercato Vecchio.
Bussa; e si affaccia la madre.
Aprite.... io son la vostra figlia. —
Va' in pace, anima benedetta,... —
E riserrò la finestra con fretta.
La sventurata
fece del cor ròcca, e tirò via
sempre piangendo, misera dolente ;
e incontra la stessa accoglienza sotto la casa d'un suo
zio. Allora si ricorda del virtuoso amante ; va alla sua
casa : egli, pur credendola spirito,
vuol veder se tal spirito gli nuoce :
scende, la raccoglie, chiama la madre e le altre donne
di casa; la confortano, l'assistono, la salvano. Ella vuol
'esser come morta al marito che Y ha seppellita, e passare
a seconde nozze con l'uomo pel quale è rivissuta. Sostiene
la sua causa dinanzi alla curia vescovile, e la vince.
L'Amore questa volta (bene è stato detto da chi illustrò
criticamente la leggenda) ®> l'Amore trionfa della Morte.
Ma, non che antica, antichissima sarebbe, e non di
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
49
amore ma civile e patriottica, una tradizione che risale
nientemeno che a' tempi di Totila ; se però non si avesse
piuttosto a tenere come una postuma trovata del popolo.
Il re barbaro, entrato per inganno in Firenze, si è inse-
diato nel centro della piccola città romana, nel palazzo
del Campidoglio. E volendo toglier di mezzo « li maggiori
« e più possenti caporali della terra, li fa uno giorno ri-
« chiedere a suo consiglio in grande quantità. E come giù-
« gnevano in Campidoglio, passando ad uno ad uno per
« uno valico di camera, gli faceva uccidere e ammaz-
« zare, non sentendo l'uno dell'altro, e poi i corpi gittare
« negli acquidocci ». L0° Una trecca di mercato, che ha la
sua botteguccia accanto alla chiesa di San Pietro lì presso,
entrata in sospetto, avverte i cittadini « guardino bene,
« chè, come ha quella favola d'Esopo, di quanti vi sono
« entrati, niuno se n'è veduto uscire ». Il che salva la vita
a molti, e guadagna alla chiesa il nome di San Pier Bon-
consiglio ; 101 ma non impedisce la distruzione della città
per mano del barbaro. La trecca e Totìla poi si sono con-
vertiti, e ciò a' dì nostri, egli nel più aborrito fantasma
di tirannide che sia rimasto nella memoria del popolo
fiorentino, il Duca d'Atene, ed essa nella Cavolaia di Fi-
renze ; il Consiglio de' maggiorenti al Palazzo del Cam-
pidoglio è addivenuto una veglia in maschera, con an-
nessi trabocchetti, nella residenza ducale; e la maggior
campana del Duomo, che d' inverno suona per l'ultima
volta a sera inoltrata, e che al buon tempo dei nostri
nonni, quando si andava a letto presto per alzarsi al-
l'alba, faceva segno della cessazione delle veglie, è per
la plebe la campana della Cavolaia, e rammenta come per
opera di questa brava fiorentina la veglia micidiale del
Duca finisse (nessun istorico lo sapeva) con la sua igno-
miniosa cacciata. La Cavolaia di Firenze, eroica moglie
Del Lungo
4
50
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
di Stenterello, divide oggi gli onori del teatro popolare
fiorentino con la Ginevra degli Almieri, della quale il sud-
detto Stenterello è pur diventato non so se dissotterra-
tore o che altro. I suoi personaggi la plebe, una volta at-
tiratili a sè, li avvolge nelle spire di simpatie secolari,
che' si modificano, si trasformano, ma morire del tutto,
non muoiono mai.
E un altro amore tradizionale del popolo fiorentino è,
pure in questa età del Comune democratico, monna Tessa,
la virtuosa fantesca di messer Folco Portinari, che per
consiglio e cominciamento principalmente di lei si vorrebbe
avesse fondato lo spedale di Santa Maria Nuova. ^ Al po-
polo, che vede scolpita in marmo la imagine della caritate-
vole donna sul limitare della grande casa, ospitale alle
sue infermità e alle sue miserie, vano sarebbe, se già non
fosse una pedanteria crudele, ammonirlo che la tradizione
di monna Tessa, attestata sotto quel marmo da una iscri-
zione del secolo XVII, è tanto dubitabile quanto è, a ogni
modo, evidente che cotesto mezzo rilievo, posteriore al-
meno di un secolo ai tempi ne' quali ella sarebbe vissuta,
e che anticamente era collocato in una delle cappelle
della chiesa, non è se non la effigie o d'una benefattrice
del luogo pio, o d'una delle oblate addette ad esso. La
tradizione poi, è molto probabile che avesse occasione od
appiglio da una iscrizion del Trecento, che scolpita in
rozzi caratteri gotici era sulla mensa dell'altare di quella
medesima cappella, e vi rimase almeno fino al 1647, e
dove si raccomandava l'anima d'una monna Tessa, mo-
glie di Tura bastaio, la quale aveva fatto costruire co-
testo altare. 103 Oltre a ciò, riescirebbe malagevole attri-
buire tanta potenza di effetti all' opera d' una femminella
di condizione servile, in tempi ne' quali tale condizione
rimaneva tuttavia molto prossima alla schiavitù ; e schiave
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
51
infatti le chiamavano, e dall'Oriente ne condussero e ten-
nero effettivamente di tali. 101 Ma non è egli bello che il
popolo lasci tutto questo, ed altro ancora, alla nostra sac-
centeria, e si tenga per sè la imagine cara della sua
monna Tessa, fantesca poveretta; e di questa umile donna
che sarebbe uscita da lui, esperta del suo patire, passata
nel mondo fra i medesimi dolori, faccia egli a sè come
l'angelo consolatore di questi dolori, la confortatrice di
quei patimenti? Certo, io credo, non sarebbe mai una
donna, per dottissima eh' ella fosse, che aspirerebbe alla
gloria di combattere l'autenticità di monna Tessa. Più
facile invece, che qualche rappresentatrice ingegnosa di
quel vero, il quale, fuor d'ogni contingenza di persone
e di tempi, è suggello perpetuo dell'essere umano, la ri-
tragga nelle case dei Portinari, tutta intesa alle faccende
domestiche, abbellire di carità la vita rassegnata e pa-
ziente, e disporre al soccorso dei poveri l'animo del ric-
chissimo messer Folco e della moglie sua madonna Cilia
de' Caponsacchi : e pargoletta sulle ginocchia della po-
vera serva, la loro figliuola, la predestinata Beatrice.
Nel nome di Beatrice, le realtà della storia e le fan-
tasie della leggenda si congiungono con le idealità superbe
a cui l'arte del bello solleva la manifestazione del bello
più eletta fra le create, la donna. Ed io tocco i limiti che
ho assegnati alla mia lettura. Non potrei lasciarvi con
nome di donna fiorentina che suoni più alto e più soave.
Da nessun' altra delle tombe della vecchia Firenze, alle
quali abbiamo richiesta la donna del nostro antico glo-
rioso Comune, da nessuna la donna fiorentina si solleva
irraggiata di tanto splendore. E se, come di Folco, 10» fosse
a noi rimasta la tomba di Beatrice Portinari, c' inchine-
remmo su quella forse con non minor reverenza che sul
sepolcro dell'esule amante in Ravenna.
52
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
VII.
Il più solenne monumento della democrazia fiorentina,
Santa Maria del Fiore, ha distese le braccia immense su
molte di quelle tombe de' secoli XIII e XIV, con altre in-
sieme più antiche, fin da quando le basi poste alle na-
vate di Arnolfo e del Talenti, alla mole aerea di Giotto,
alle tribune su cui poi voltò la cupola il Brunelleschi,
coprirono l'antichissimo cimitero di Santa Reparata ; esul
tanti, è da credere, le anime de' sepolti, che le loro lapide
sparissero e le ossa si confondessero nelle fondamenta
del tempio che a Dio inalzavano i forti loro figliuoli. Un
prezioso Obituario *o6 ci ha conservato i nomi dei sepolti
e nell'antico cimitero e poi presso alla nuova chiesa : e
su quelle pergamene, ingiallite dai secoli, leggendo i nomi,
nella pace della morte congiunti, di liberti e Buondel-
monti, Lamberti e Adimari, Cavalcanti (e vi è Guido il
poeta) e Donati, Abati e Brunelleschi ; dei combattenti a
Montaperti (e vi è Farinata magnanimo), e dei giustiziati
dai Guelfi Neri, e degli uccisi nelle zuffe cittadine ; e poi
nomi di artisti, specialmente di addetti ai lavori della
chiesa, e nomi di loro donne, primo Arnolfo e madonna
Perfetta la madre sua, invidiabile madre per tale figliuolo
e per tal sepoltura ; 107 e poi anche i nomi di tanti ignoti
che pur fanno, anzi fanno perchè ignoti, fantasticare la
mente ; siam tratti a ripensare e meditare tutta la storia
d'un' età che ci è sopravvissuta ne' mirabili monumenti
del suo pensiero e del cuor suo. E i nomi tanti di
donne, molti de' quali al nostro orecchio novissimi, per
esempio (e taluni hanno del longobardico) Bellantese,
Bellamprato, Bellatedesca, Berricevuta, Ringraziata, Dol-
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
53
cedonna, Altadonna, Donnetta, Buona, Moltobuona, Di-
bene, Piubbella, Rimbellita, Belcolore, Macchiettina, Vez-
zosa, Ruvinosa, Leggiera; altri di storica ricordanza,
sia pe' loro casati, sia per sè medesimi come le molte
Tesse e Contesse, tributo onomastico alla Matelda fa-
mosa; tutti cotesti nomi, quanta ignorata storia di af-
fetti non racchiudono, addormentati per sempre sotto quel
sacro terreno !
Mai non t'appresentò natura ed arte
piacer, quanto le belle membra, in ch'io
rinchiusa fui, ed or son terra sparte :
sono i versi 108 ne' quali Beatrice, pure in grembo al di-
vino, si ricorda di quando fu donna ; e perciò da potersi
inscrivere anche sulla tomba di ignote.
Signore e Signori,
Fra pochi giorni, su quel terreno che la religione e
l'arte hanno fatto sacro all' Italia e al mondo civile, con-
verrà da tutte le nazioni, alle solenni fratellanze del pen-
siero, un devoto unanime pellegrinaggio. 'Santa Maria del
Fiore avrà avuto, dopo quasi seicent'anni dalla prima
pietra, il suo compimento. 109 Ma i nostri vecchi, lasciando
questa gloria al secolo che ora tramonta, non potettero
prevedere, nè avrebbero osato augurarsi, che la pietra
ultima sarebbe stata consegnata alle fondamenta dalla
mano invitta di Colui che la patria italiana doveva sa-
lutare suo unificatore, suo padre, suo re ; 110 che le feste
dell'opera degnamente compiuta avrebbero inauguratori
i figli di lui, il Re la Regina i Principi d' Italia ; dell' Italia
finalmente pacificata e concorde in tutte le sue terre, di
nazione storica rivendicatasi a nazione vivente, e del
54
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
l'avvenire affidata dalla coscienza del proprio diritto, e
dal valore de' suoi soldati che combattono e muoiono,
senza contare i nemici, nel nome di lei e del dovere. 111
Santa Maria del Fiore si apparecchia a dischiudere le sue
porte ai sovrani benedetti da Dio e dal popolo ; e di sotto
ai novelli marmi del suo limitare fremeranno in quel
giorno le ossa, e per gli spazi delle arcate severe si af-
folleranno invisibili, intorno agli Eletti della nazione, i
magnanimi spiriti dell'antica Firenze. Il difensore a viso
aperto e tutelatore della patria, P Uberti, « si ergerà col
petto e con la fronte » dalla tomba sua vera, n^ drappel-
lando nel cospetto del Re prode e leale la vecchia insegna
del popolo fiorentino, la Croce, oggi per virtù di Casa Sa-
voia insegna di popolo e di re. Ma a Guido Cavalcanti,
nel suo riaffacciarsi dal sepolcro al « dolce lume » del
sole, « ferirà gli occhi » una visione gentile, come quelle
da lui già idoleggiate nella sdegnosa fantasia, e gli farà
ripetere li amorosi suoi versi, 113 per entro a' quali tre-
pida, interrogando, l'affetto :
Chi è questa che vien, eh' ogni uom la mira,
e fa di chiarità l'aer tremare ?
E mille voci concordi risponderanno a quella sospirosa
melodia d'oltretomba, acclamando il nome dell'Augusta
Donna, alle cui speranze materne è raccomandata tanta
e sì cara parte delle speranze d' Italia.
NOTE
1 Matteo Villani, Cronica, VII, lxiv.
2 Giovanni Villani, Cronica, VII, lxviii.
3 Commentaires de messire Blaise de Montluc, mareschal de Frauce;
Lyon, 1593; pag. 176.
4 La donna ; Milano, Agnelli, 1868 ; a pag. 41.
s Lettere di ima Gentildonna fiorentina del secolo X V ai figliuoli esuli
pubblicate da Cesare Guasti ; Firenze, Sansoni, 1877 ; a pag. xliv : « Che
« le lettere familiari sono la prima fonte storica, è cosa nota ; ma
« che nelle lettere delle donne sia riposta la storia più intima di un
« popolo, vorrei averlo mostrato io con questo volume ». Lo stesso
Guasti altrove {Opere; Prato, Succ. Vestri ; I, 596) osserva che «gli
« storici fiorentini non sono molto larghi nel darci tipi di donna ; ma
« quelle che ci mettono dinanzi agli occhi, son proprio degnissime di
« poema non che di storia. »
6 Giosuè Carducci, Alla regina d'Italia, XX novembre MDCCCLXXVIII.
A pag. 858-860 delle Poesie, Bologna, Zanichelli, 1902. E in Confessioni
e Battaglie, voi. IV delle Opere (Bologna, Zanichelli, 1890), a pag. 333-357,
eterno Femminino regale. — Su l'uso e 1' abuso, e la interpretazione
critica, della frase goethiana « das Ewigweibliche » è da vedersi un
bellissimo saggio di Michele Kerbaker, L'eterno Femminino e l'epilogo
celeste nel Fausto di W. Goethe ; Napoli, Pierro, 1903. « Per l'eterno
« Femminino, cioè l'eterna femminilità, nel senso più ovvio, chi non
« abbia riguardo al passo del Fausto, potrebbe intendersi la potente
« ed arcana attrattiva che la donna esercita sui sentimenti dell'uomo,
« mediante le speciali prerogative congenite alla sua complessione fi-
« sica e morale. » Ma dall'esame critico dell'epilogo celeste nel Fausto
il Kerbaker conchiude, che quella « femminilità eterna » è « l'essenza
« stessa dell'indole femminile riguardata come una legge costante e
« provvidenziale della natura, in contrapposizione alla Mascolinità,
« e di cui la Beata Vergine, Madre di Dio e Regina dei cieli, è un
« simbolo ». In quanto però la frase si presti, come s'è anche troppo
compiacentemente prestata, a interpretazione astrattamente umana,
56
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
non credo aver da pentirmi di quella che, in relazione col mio tema,
a me venne fatto di darle : « idealità della donna, immanente nella
storia ».
7 II canto XV, primo della trilogia fiorentina che il poeta svolge in-
torno alla figura luminosa del suo trisavolo Cacciaguida degli Elisei.
8 Io mi volsi a Beatrice ; e quella udio
pria ch'io parlassi, ed arrisemi un cenno
che fece crescer 1' ali al voler mio.
Poi cominciai così....
XV, 70-73
Vincendo me col lume d'un sorriso
ella mi disse : Volgiti ed ascolta,
chè non pur ne' miei occhi è paradiso.
XVIII, 19-21
» XV, 97-99 e segg.
10 Al geniale argomento appartengono : La donna genovese del se-
colo XV, di Carlo Braggio ; Genova, dal Giornale ligustico, an. XII,
1885 : — La donna nel Medio Evo a Venezia, di B. Cecchetti, Venezia, dal-
l' Archivio veneto, an. XVI, 1886; e La storia di Venezia nella vita privala,
di P. G. Molmenti, Torino, Roux,? 1885 : — gli studi di Lodovico Frati
su La vita privata di Bologna dal secolo XIII al XVII; Bologna, Zani-
chelli, mdcccc (dello stesso autore, anche La donna italiana secondo i più
recenti sUidi ; Torino, Bocca, 1899): — una Conferenza di Guido Biagi, La
vita privata dei Fiorentini, fra quelle su La vita italiana nel Rinasci"
mento; Milano, Treves, 1893 — una di Lodovico Zdekauer, La vita pri-
vala dei Senesi ne\ Dugento, e una di Eugenio Casanova, La donna senese
del Quattrocento nella vita privala, fra quelle tenute dalla Commissione
senese di Storia patria ; Siena, Lazzeri, 1895-98 ; — La storia di Peseta
nella vita privala, di Carlo Stiavelli ; Firenze, Lumachi, 1903 — e nel
libro La donna italiana descritta da scrittrici italiane in una serie di Con-
ferenze tenute all' Esposizione Beatrice in Firenze (Firenze, Civelli, 1890),
quelle specialmente di Maria Savi Lopez, La donna italiana nel Tre-
cento ; di Filippina Rossi Gasti, Le donne nella Divina Commedia ; di
Alinda Bonacci Brunamonti, Beatrice Portinari e l'idealità della donna nei
canti d'amore in Italia.
11 Parad. XV, 130-135; XVI, 34-39.
ia G. Villani, IV, x,
13 G. Villani, IV, ix.
14 G. Villani, V, xxxvn. « Ma se nel 1209 accadde la venuta di
Ottone in Firenze, il racconto è favola ; chè.... diciannove anni
« avanti, Gualdrada e Guido eran congiunti, e fin dal 1196 avevano
« figliolanza » : nota il Guasti, Opere, I, 71. Ciò nonostante, il valor
morale della gentile tradizione rimane intatto.
15 Parad. XXXI, 38-39.
16 Parad. XVI, 145-147.
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
57
17 Par ad. XVI, 25.
18 Parad. XV, 97-99.
19 Dino Compagni, I, n.
20 Inf. XIII, 143445.
21 « Allora lo romore fue grande ; e fue messo in una bara, e
<< la moglie istava nella bara, e tenea il capo in grembo fortemente
« piangendo ; e per tutta Firenze in questo modo il portarono ». Cro-
nica- fiorentina compilata nel secolo XIII; a pag. 234 del voi. II, P. Vil-
l ari, I primi dice secoli della storia di Firenze ; Firenze, Sansoni, 189-1.
22 Manzoni, Adelchi, IV, i.
23 G. Villani, VI, lxix ; Cronica malisp intana, clxiv.
21 Dino Compagni, II, xxix.
23 G. Villani, 1. c.
26 Una di quelle « doti isfolgorate » di lire dugento, sappiamo
oggi essere stata la dote che la Gemma di Manetto Donati portò a
Dante Alighieri. L' illustratore di questo Nuovo Documento concernente
Gemma Donati (U. Dorini, nel Bullettino della Società Dantesca italiana,
N. S., IX (1902), fase. 7-8, pag. 181-184) ha potuto sopra altri documenti
fiorentini consimili rilevare che fra il 1276 e il 1316, sopra sessan-
tasei doti, dieci vanno dalle 50 alle 200 lire o poco più, quattordici
dalle 250 alle 500, quindici dalle 500 alle 700, tredici dalle 700 alle 1218,
sei da fiorini 100 a 300, otto da fiorini 300 a 560. E si seguitò per questa
via. Guido Biagi ha pubblicato (per nozze Corazzini-Brenzinl; Firenze,
1899) Due corredi nuziali fiorentini (1320-1493), da un libro di Ricordanze
dei Minerbetti, istituendo confronti su « ciò che fosse la vita fiorentina
« e nei primi del Trecento, quando non era ancor fatta la roba, e sul
« declinare di quel secolo decimoquinto, in cui la squisitezza del gu-
« sto raffinava e ammolliva il costume ». Nel matrimonio del 1320 la
dote è di 325 fiorini d'oro, e 35 fiorini d'oro le « dónora » ossia il cor-
redo. Nel 1493, fiorini 800 la dote, fiorini 240 le « dónora stimate » con
altre assai non stimate, e poi per fiorini 340 di « cose consegnate e
date » agli sposi dai genitori dello sposo. Un altro matrimonio, d'una
Valori a uno Strozzi nel 1185, porta (Scritta di parentado ec. pubbli-
cata da G. O. Corazzini per nozze Ciampolini-Magagnini ; Firenze,
1891) fiorini duemila di suggello fra dote e dónora, delle quali segue
la lista. Vorrei poter riferire quelle liste, preziosa testimonianza
anche alla storia del costume. Consimili documenti di tempi ulte-
riori ha pubblicato Carlo Carnesecchi nel suo opuscolo Donne e lusso
a Firenze nel secolo XVI. Cosimo I e la sua legge suntuaria del 1562 ;
Firenze, Pellas, 1902.
27 Parad. XV, 112-120.
28 Vedi appresso, nel mio Studio su Beatrice. -
29 Ottimo, III, 355 (Parad. XV, 103-105).
30 Vedi il mio libro Dino Compagni e la sua Cronica ; Firenze,
Succ. Le Monnier, 1880-87; I, 1113.
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NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
31 Vedi il citato mio studio su Beatrice; ed ivi anche ciò che
concerne il matrimonio stesso dell'Alighieri con la Donati.
32 Le antiche rime volgari secondo la lezione del codice vaticano 3793,
pubblicate per cura di A. D'Ancona e D. Comparetti; Bologna, 1875-1888;
n.' dx, dxi, cmx. D'autenticità e realtà della «compiuta donzella di Fi-
renze », che io, fin da quando (1887) scrivevo queste pagine, propen-
devo a sostenere contro gli assalti della critica dubitatrice, mi
paiono ora validamente confermate nel bello Studio di Liborio Az-
zolina, La Compiuta Donzella di Firenze ; Palermo, 1902 ; dove e quelle
e altre (d' argomento amoroso) rime del Codice Vaticano ad essa
comecchessia attinenti, sono esaminate con finezza di osservazione
critica e con appropriata dottrina di storia e d' arte.
33 Cronica fiorentina cit. in nota 21 a pag. 235-236.
34 Parad. Ili, 108.
88 Commento alla D. C. d'Anonimo fiorentino III, 51.
36 Dino Compagni, III, x.
37 Parad. XVI, 112-114.
ss pr0 Coena maledictarum dominarum de Tosingis, riferisce il cano-
nico P. N. Cianfogni (Memorie istoriche della basilica di S. Lorenzo ; Fi-
renze, 1804 ) essere intitolata, nel libro di Entrata e Uscita del Capi-
tolo di San Lorenzo, sotto 1' 1 Maggio 1306, la spesa di quella imbandi-
gione, « consistente in due capretti, due ventri di vitella, cinque
« paia di pollastri e altrettante di piccioni, un ventre di castrato,
« tre caci, otto dozzine e mezzo di pani, vino, frutte, pomaranci, treg-
« gea, spezie e lardo, colla spesa, in tutto, di otto lire, quattro soldi
« e sei danari » (vedi, qui subito appresso, il conteggio, di poco supe-
riore, del Borghini). E poi lo stesso canonico Cianfogni soggiunge :
« Chi fossero queste donne maledette, le quali dalla quantità delle vi-
« vande si vede che erano di un mimerò non indifferente, io non ho
« potuto rinvenirlo ; siccome neppure si sa se questo fosse un
« obbligo del Capitolo, perocché non vi sono libri anteriori, e dal
« 1307 fino al 1343 mancano tutti ; e in quelli che seguono, di questa
« cena non se ne vede più fatta menzione ». Io non sarei d'avviso
che la cena fosse imbandita a donne, cioè non crederei che le « ma-
ledette » fossero le commensali e consumatrici : parecchia gente,
osserva pure il Cianfogni, se si guarda la lista delle pietanze. Direi
piuttosto che le « maledette » dessero, come di certo l'occasione e l'o-
rigine, cosi anche il nome alla cena ; ma che questa poi fosse am-
mannita a tutt' altre persone che donne e Tosinghi, ma o a poveri o
a religiosi, o altro che di simile : e ciò per un lascito nel cui titolo
le « maledette donne dei Tosinghi » rimangono per noi un mistero.
Mi capacita poco, che una casa come i Tosinghi, così fiera e burban-
zosa e potente, volesse mandar le sue donne a quella periodica im-
pinzatura di calendimaggio, accompagnata poi da quella amorevole
denominazione. Peccato non usino più i romanzi storici, per ricamarvi
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
59
un po' sopra ! Il gran maestro di antichità fiorentine, Vincenzio Bor-
ghini (Autografi magliabechiani, X, 98, c. 57), pare vegga nella denomi-
nazione di «maledette» non altro che nna imprecazione de'canonici
all' indirizzo delle Tosinghe, seccati di dover tutti gli anni per ca-
gion d'esse metter mano alla borsa e registrar quella spesa ; impre-
cazione raccolta dal camarlingo, e sopravvissutaci in cotesta come
motteggevole intestatura della partita : « Pro coena maledictarum do-
« minarum de Tosinghis. Erano parenti del Vescovo, e dovevano farsi
« fare questa cena per piacevolezza : ma questi buon preti non ci ave-
« vano pazienza, chè spesono in tutto lire 8. 9. 10, che erano più di 3
« lire delle nostre ». Ma questa volta io non consentirei al maestro.
In quel « maledette » della cena laurenziana commemorativa, mi par
di sentire alcun che di consono al grido misterioso che aleggia fra
gli alberi del sesto girone del Purgatorio dantesco : « Ricordivi, di-
cea, de' maledetti.... »
E stato popolare in Firenze, fino ai dì nostri il «lunedi del-
l' unte », cioè delle tessitore, che era il penultimo, o l'antepenultimo,
lunedì del carnevale, giorno di scialo per cotesto donne dei nostri
camaldoli, con tavole apparecchiate anche su la strada : e doveva
essere antichissimo, quanto forse la cena (tutf altra cosa) delle
« maledette ».
39 Parad. XV, 127-129.
so Protocollo di ser Uguccione di messer Ranieri Bondoni, B.
2126 dell' Archivio antecosimiano dei Contratti, nell' Archivio fio-
rentino di Stato. A c. 130 1., 11 aprile 1301.
',l Gr. M. Brocchi, Le vite de* Santi e Beati fiorentini; Firenze,
1742-61; II, 339 seg. Vedi anche L. Santoni, Diario sacro ecc. con VE-
/eneo di tutti i Santi, Beati e Venerabili che sono nati domiciliati e morti
in Toscana; Firenze, 1853; pag. 105. Piccarda, o col suo nome france-
scano suor Costanza, Donati è sotto il 17 ottobre.
/l2 Questo concetto fermai in una iscrizione pel Centenario di
Santa Margherita da Cortona (1897), che qui ripubblico siccome non
aliena dal carattere del presente mio libro :
Coronazione di virtù miti in secolo feroce
fu l'aureola della santità
sulla fronte della donna medievale.
Ma di eroica redenzione dalle abiezioni del peccato
voluta e combattuta e vinta,
ma di rivendicazione dello spirito immortale alla sua libertà,
è confortevole simbolo anche nei mutati tempi
la santità tua, o Margherita,
o bella penitente,
o consigliatrice di pace ai potenti del mondo,
n iniziatrice di carità dagli abbienti ai poveretti ;
Maddalena dell'età fosca e luminosa,
a cui Francesco ebbe
nelle stigmate dell1 amore universale
rinnovato il dolce crocifisso Gesù.
60
NEI PRIMI SECOLI, DEL COMUNE
43 Leggenda della beata Umiliarla de' Cerchi; Firenze 1827; a pag. 23,
34, 94, 50.
44 N.Tommaseo, Lo spirito, il cuore, la parola di Caterina da Siena;
premesso alle Lettere di lei (Firenze, Barbèra, 1860), a pag. clxxxvi.
43 G. Villani, VI, xxxm : Gino Capponi, Storia della Repubblica dì
Firenze ; Firenze, Barbèra, 1875 ; I, 29-30.
46 G. Villani, VI, lxxix.
47 G. Villani. VI, lxii.
48 II sepolcro in chiesa nella cappella di San Matteo. La pie-
tra (con lo stemma, e figurazioni guelfe, e la scritta Sepulchrum
filiorum de Marignolle. A. D. MCCLVII1I. Restauratum A. D. MCCCCCV),
che serviva di dossale all' altare (Richa, Chiese fiorentine, V, 73, 33-34;,
fu trasferita nel chiostro della Canonica, a man destra appena en-
trati, nel 1739 per cura degli Ubaldini novelli patroni della cappella.
E così deve correggersi un accenno del Capponi, 1. c.
49 Inf. X, 92.
50 Dramma ritratto con veracità d' arte possente, in una lirica
del Tommaseo : a pag. 374-377 delle Poesie, Firenze, Succ. Le Monnier,
1872 e 1902.
51 Vedi nel mio libro Dino Compagni e la sua Cronica, II, 519.
32 Vedi nel citato mio libro, II, 457-58.
53 Statuti fiorentini, III, clxxix : « Di non contraere parentado
« co' conti Guidi e altri {conti Alberti, libertini, Pazzi di Valdarno, Ubal-
« dini), e di pagare la gabella pe' contraenti matrimonio con alcuno Sì*
« gnore confinante col territorio fiorentino.... E coloro e' quali di tale
« matrimonio nascesseno, come bastardi a successione d'alcuno venire
« non possano, ma da la successione s' intendano per essa ragione
« schiusi, in quel modo eh' e' bastardi sono eschiusi. » Disposizioni
che dai più antichi Statuti si veggono perdurare fino in quelli del
1115 : ed erano spada sempre tagliente, sospesa sul capo delle fami-
glie ribelli ; come ne danno pietoso esempio due gentildonne del
primo Quattrocento : una Bardi negli Alberti, e una Alberti nei Cor
sani (vedi C. Carnesecchi, Madonna Caterina degli Alberti Corsini, Noti-
zie inedite; nell'Archivio Storico Italiano, 1892, X, 116-122).
34 Dino Compagni, II, xxi ; G. Villani, Vili, xxxv.
ss Dino Compagni, III, vii.
S6 Dino Compagni, I, xxu : « In tal sera, che è il rinnovamento
« della primavera, le donne usano molto per le vicinanze i balli. »
G. Villani, VII, cxxxii ; Vili, xxxix : « Ogni anno per calen di mag-
« gio, si faceano le brigate e compagnie di gentili giovani....; e simile
« di donne e pulcelle, ec. » G. Boccaccio, Vita di Dante, ih: « Nel tempo
« nel quale la dolcezza del cielo riveste de' suoi ornamenti la terra,
« e tutta per la varietà de' fiori mescolati tra le verdi frondi la fa
« ridente, era usanza nella nostra città e degli uomini e delle donne,
« nelle loro contrade ciascuno, e in distinte compagnie, festeggiare. »
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
61
87 « Neil' anno 1283, del mese di giugno per la festa di San
« Giovanni, essendo la città di Firenze in felice e buono stato di
« riposo, e tranquillo e pacifico stato, e utile per li mercatanti e ar-
« tefici, e massimamente per gli Guelfi che signoreggiavano la terra,
« si fece nella contrada di Santa Felicita oltrarno, onde furono capo
« e cominciatori quegli della casa de' Rossi con loro vicinanze, una
« compagnia e brigata di mille uomini o più, tutti vestiti di robe
« bianche, con uno Signore detto dell'Amore. Per la qual brigata non
« s' intendea se non in giuochi e in sollazzi, e in balli di donne e di
« cavalieri e d'altri, popolani, andando per la terra con trombe e
« diversi stormenti in gioia e allegrezza, e stando in conviti insieme
« in desinari e in cene. La quale corte durò presso a due mesi, e fu
« la più nobile e nominata che mai fosse nella città di Firenze o in
« Toscana ; alla quale vennero, di diverse parti e paesi, molti gentili
« uomini di corte e giocolari, e tutti furono ricevuti e provveduti
« onorevolmente. » G. Villani, VII, lxxxix.
88 Purg. XXIV, 50, 57.
89 Rime, ediz. Fraticelli, pag. 74.
60 Purg. XX, 70-75.
61 Dino Compagni, II, xix segg.
62 Neri Strinati, Cronichetta ; Firenze, 1753, pag. 115-116.
63 Istorie pistoiesi, pag. 1.
61 Franco Sacchetti, Nov. clxxix.
68 A pag. 49-51 di Dante né1 tempi di Dante, Ritratti e Studi; Bolo-
gna, Zanichelli, 1888. I particolari dalla Cronica di Marchionne Ste-
fani, ccxvn.
66 Vedi qui appresso, La donna fiorentina nel rinascimento ecc.
67 Curioso inedito episodio di storia fiorentina, che io ebbi oc-
casione di raccontare nel cit. mio libro Dino Compagni e la sica Cro-
nica,- I, 1086-88.
68 Purg. XIX, 85-90.
69 Monna Giovanna di Buonaccorso del Velluto, donna della Pe-
nitenza delle Vestite di Santa Croce, manda (14 maggio 1298) Michele
del fu Orlando, servigiale delle monache di Monticelli, a stare per
sei mesi nell'esercito del venerabile padre messer Bonifazio sommo
Pontefice e di Santa Chiesa contro i perfidi (intendi, miscredenti)
Colonnesi e qualsisiano altri inimici e rubelli di detta Chiesa e Pon-
tefice ; con riportare a suo tempo pubblico instrumento, o lettere si-
gillate papali, del servizio fatto e relativa indulgenza, lucrata per
tal mezzo da essa monna Giovanna. Vedi il mio Commento alla Cror
nica di Dino, II, n, 6.
70 L' episodio monastico di suor Margherita, dico quello della
sfuriata profetica contro papa Bonifazio, è consegnato a un atto dei
23 maggio 1299, pubblicato da D. Moreni {Contorni di Firenze, VI, 77 seg.)
che è fra le pergamene dell'Archivio fiorentino di Stato, insieme con
62
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
altri (de' 25 maggio e 23 luglio successivi) pur concernenti il bizzarro
episodio. Dei contrasti poi, diciam pure politici, per la sua elezione
a badessa nel 1291, ci dà i particolari un altro atto dei 5 gennaio di
cotesto medesimo anno, e che è altresì, col corredo di altri, fra le
pergamene dell' Archivio fiorentino. In quella elezione a badessa di
suor Margherita, che succede a una Giovanna, le elettrici in numero
di sette, convengono nel nome di suor Margherita, eccetto due,
suor Petronilla e suor Giovanna, delle quali la prima dice che non
vuol consentire in nessun nome, finché non abbia l'assentimento del
proprio padre e degli altri di casa sua, e perciò chiede dilazione ; e
suor Giovanna, parimente, dichiara di voler prima l'assenso degli zii.
Gli scrutatori non l'accordano, protestando che la causa, per la quale
le due monache fanno tale richiesta, è riprovevole e disonesta e con-
tro il diritto e i buoni costumi. A dì 8 il vescovo Andrea dei Mozzi
conferma l'elezione. Ho cercato inutilmente, a quali famiglie fioren-
tine appartenessero e suor Margherita e le due elettrici che, in nome
e nell' interesse del respettivo parentado, facevano quelle eccezioni
partigiane.
Nell'Archivio fiorentino di Stato (Sezione del Diplomatico) sono,
oltre gl'indicati, anche i documenti dello sposalizio episcopomona-
cale, così di quello del 1301 come di altri.
71 Purg. XXIII, 98-111.
72 Folgore da San Gimignano ; II, 194, dei Poeti del primo secolo ;
Firenze, 1816.
73 Vedi, nell'Appendice al mio Commento alla Cronica di Dino,
la XVII.a delle Note dantesche, pag. 621-27.
74 Iliade, lib. VI e XXIV. Eneide, II, 790-97, nella traduz. del Caro :
S'ode più dentro un gemito, un tumulto,
un compianto di donne, un ululato,
e di confusione e di miseria
tale un suon che feria l'aura e le stelle.
Le misere matrone spaventate,
chi qua chi là per le gran sale errando,
battonsi i petti, e con dirotti pianti
danno infino alle porte amplessi e baci.
73 Orlando furioso, XVII, 13.
7,5 Purg, XXIV, 106-111.
77 Purg. VI, 148-151.
78 Caterina della Bella, moglie di Galassino Castellani : esiliata
col padre nel 1295, prosciolta dal bando nel 1317.
79 Vedi a pag. 66-73 del mio libro Dal secolo e dal poema di Dante,
Altri Eilratti e Studi; Bologna, Zanichelli, 1898.
80 Vedi delle cit. mie Note dantesche la XVa Del ghibellinismo di Da/de,
pag. 604-610; e gli Atti della proscrizione dei Guelfi Bianchi, fra i Docu-
menti al mio Discorso Dell'esilio di Dante; Firenze, Succ. Le Mounier, 1881.
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
99
** Purg. XXIII, 103-105.
82 G. Villani, IX, ccxlv.
88 a. Villani, X, xi.
84 Nel protocollo notarile di ser Lapo Gianni (Archivio anteco-
simiano dei Contratti, nell'Archivio fiorentino di Stato) occorre nn
atto dei 2 gennaio 1328, risguardante condottieri e milizie a soldo,
intestato così: « Aotum in ducali Palatio Florentie, presentibus te-
stibus ecc. ».
815 G. Villani, X, xi.
86 G. Villani, 1. c.
87 G. Carducci, Rime antiche da carte di archivi; nel Propugnatore,
voi. XXI (an. 1888), pag. 8.
88 Nov. cxxxvn : « Come le donne fiorentine, senza studiare o ap-
« parare leggi, hanno vinto e confuso già con le loro legge, portando
« le loro fogge, alcuno dottor di legge. »
89 Al 1306 mostrano risalire gli Ordinamenti intorno agli sponsali
ed ai mortori (P. Emiliani Giudici, Storia dei Comuni italiani, III, 149-170),
in quanto si connettano con la istituzione fatta nel 1306 dell' Esecu-
tore degli Ordinamenti di giustizia. E in un Consiglio del 1290 si discu-
teva dello « scrivere le vestimenta >>, cioè far l' inventario degli or-
namenti femminili ; e fra i consulenti era ser Brunetto Latini (Alla
biografia di ser B. L. contributo di documenti per I. Del Lungo ; a pag.
251-52 della Monografia di T. Sundby, tradotta da R. Renier, Della vita
e delle opere di B. L.; Firenze, Suoc. Le Mounier, 1884). Vedi poi la
cit. Conferenza di G. Biagi, La vita privata dei Fiorentini, §§ VI, VII,
pag. 100 segg.
90 Chi voglia gustare un saggio del bel volgare di quei docu-
menti, può vedere i citati Ordinamenti intorno agli sponsali e ai mortori,
e altri Ordinamenti del 1388 pubblicati e illustrati da D. Salvi a pag.
221-237 della Regola del governo di cura familiare del beato Giovanni Do-
minici fiorentino ; Firenze, 1860.
91 Scritti editi e inediti; Firenze, Barbèra, 1877; I, 409-410.
92 Da quell'Ovidio « delle donne » vedi curiosi saggi di psicolo-
gia femminile in alcune pagine del cit. mio libro su Dino Compa-
gni ec, I, 418 seg.
93 Esempio insigne Fra Domenico Cavalca, Volgarizzamento della
Epistola di S. Girolamo ad Eustochio (Eoma, 1764), pag. 356 : « Volendo per
« utilità di molte donne religiose e altre oneste vergini, e ancora
« molte altre persone che non sanno grammatica, recare in vulgare
« quella bella Pistola la quale San Girolamo mandò ad Eustochio no-
« bilissima vergine di Roma, inducendola ad amare e ben guardare
« la santa verginità, e a bene renunciare lo mondo tutto ; do ad in-
« tendere a ciascuno che legge, che ecc. »
94 Documenti d'Amore ; Roma, 1640. — Del Reggimento e costumi di don'
na; Bologna, 1875. — Sulla precettistica femminile del Barberino, vedi
64
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
qui appresso, pag. 81 segg. Il quesito circa « lo leggere e lo scri-
vere » è nella seconda delle indicate opere, a pag. 40-42.
95 Cronica domestica, secondo il titolo col quale io la ho prepa-
rata per le stampe sull'autografo, che si conserva presso i signori
Velluti-Zati. Tedine notizia e saggi nel Manuale della letteratura ita-
liana di A. D'Ancona e O. Bacci ; voi. I (ediz. 1903), pag. 572-78. La
edizione, unica sinora, fatta da D. M. Manni, fu condotta sulle copie,
ed è difettosa per troppi rispetti, e improprio il titolo : Cronica di
Firenze dall'anno 1300 in circa fino al 1370. Ai passi, che qui adduco
di sull' autografo, corrispondono nella edizione del Manni le pagine
14, 25, 26, 36, 56, 132, 53, 129.
96 Rilevata come popolare da Vincenzio Borghini (postille al
Sacchetti, ediz. Le Monnier, Nov. lxxxv) : «Delle care, delle compiute e
« dell' oneste donne della nostra città: è nostro modo di dire, et ha
« sapore di comparativo o presso che superlativo. »
97 A. Gaspary, La scuola poetica siciliana del secolo XIII ; Livorno,
Vigo, 1882 ; a pag. 5.
98 Istoria d'Ippolito e Lionora, o Istoria d'Ippolito e Dianora; così in
prosa come in ottava rima : stampata e ristampata, ormai da più di
quattro secoli, in libercoli di edizione popolare.
99 A. D'Ancona, nella edizione critica che di sulle popolari, mol-
tiplicatesi fin dai primi tempi della stampa, ne fece nel 1863 (Pisa, Ni-
stri) : La storia di Ginevra degli Almieri che fu sepolta viva in Firenze, di
Agostino Velletti, riprodotta sulle antiche stampe. E criticamente ne
ha discorso P. Rajna, in Romania, voi. XXXI (an. 1902), pag. 62-68.
100 G. Villani, II, I.
101 « Ma del nome del Buonconsiglio, egli è noto quel che ne porta
« attorno la fama comune : che andando liberamente e senza sospetto
« i cittadini chiamati da Totila nel palazzo del Campidoglio, dove
« egli gli mandava invitando per ammazzargli, furono avvisati da una
« donna che stava a vendere accanto a quella chiesa, che guardas-
« ser bene, chè, come ha quella favola d'Esopo, di quanti vi erano
« entrati niuno se n'era veduto uscire. Donde vogliono che e' si sal-
« vasse la vita a molti per lo buon consiglio di quella trecca. Ma io
« non veggo che si abbia a fare o riferire alla chiesa il fatto di questa
« feminella ; però, se vale a indovinare, credo che più si appressi al
« vero il pensiero di coloro che pensano che, come alcuna
« volta ed in certi casi nel tempio di Giove Capitolino {in Roma) si
« ragunava il Senato, così si ragunasse in questo, ne' primi tempi, il
« Consiglio della città. » V. Borghini, Discorsi, I, 143-144.
102 II documento storico di quella fondazione vedilo, con un mio
tentativo di versione in antico volgar fiorentino, a pag. 115-134 del
mio volumetto Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII ; Milano,
Hoepli, 1891.
103 Vedasi, di tuttociò, a pag. 285-288 della Storia degli Stabilimenti
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
65
di beneficenza ec. della ciilà di Firenze (Firenze, Le Monnier, 1853) di
Luigi Passerini. Della leggenda di monna Tessa, sfatandola, parla
anche im antiquario settecentista G. B. Dei {Memorie di famiglie,
XXXVII, 89 ; nell'Archivio fiorentino di Stato), raccogliendo notizie
sui Portinari.
104 Gr. Biagi, a pag. 90-91 della cit. Conferenza su Là vita privala
dei Fiorentini.
ìos ye(ìi appresso, Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII,
106 U Obituario di Santa Reparata, nell'Archivio dell'Opera di Santa
Maria del Fiore.
107 Yedi a pag. 339, voi. IV (Prato, Succ. Vestri, 1897) delle Òpere
di Cesare Guasti.
108 Purg. XXXI, 49-51.
109 12 maggio 1887: inaugurazione della facciata di Santa Maria
del Fiore.
110 22 aprile 1860.
111 In Affrica, a Dogali, il 26 gennaio 1887.
112 Inf. X, 35, 69.
113 Guido Cavalcanti, Rime (ed. P. Ercole, Livorno, 1885), pag. 266.
Del Lungo
5
DA DANTE AL BOCCACCIO
Nella solenne adunanza della Società Colombaria, tenuta il 21 mag
1887 nel Palazzo del Presidente, principe don Tommaso Corsini
Colleghi egregi, Signore e Signori,
Fu cortese desiderio del mentissimo Presidente e del
Consiglio degli Anziani della nostra Società, che fra i let-
tori designati, secondo le Costituzioni, per l'anno presente,
10 trattenessi oggi per breve tempo l'udienza, invitata alla
Relazione, che con la consueta nobiltà di pensieri e schiet-
tezza affettuosa di forme, ci avrebbe fatta ascoltare il Se-
gretario 1 (*) nella fratellevole allegrezza di questo, cornei
vecchi dicevano, nostro annuale. A più modesta adunanza
veramente che a questa, la quale celebriamo in città tut-
tavia festeggiante e all'ombra di quell'ospitalità di cui
11 patriziato fiorentino si onorò sempre verso gli umani
studi, a più modesta adunanza riserbavo io le osserva-
zioni, piuttosto accennative che dissertative, le quali
sono per leggervi, sulla idealità femminile nella lettera-
tura fiorentina da Dante al Boccaccio : nè dell'adunanza,
in cui si è voluto che io le rechi, intendo occupar con
esse altro luogo che una estrema linea e come d'appen-
dice. Appendice forse non disadatta, per l'argomento, alla
genialità del convegno odierno ; appendice altresì e com-
pimento di altra mia recente lettura; 2 trovino presso di
Voi, come questa ebbe presso altri gentili, accoglienza
benevola : e in ogni caso, lo avere non altro che obbedito
(*) Vedi le note a pag. 95.
70
DA DANTE AL BOCCACCIO
valga e a scusarmi e insieme a liberarmi dalla taccia di
quel Onerilo oraziano, che batteva sempre sulla medesima
corda; e male, per giunta. 3 Io, fidato nella vostra bontà,
rinunzierò volentieri alla difesa che potrei trarre da una
sentenza del Machiavelli: « Se niuna cosa diletta o insegna
nella storia, è quella che particolarmente si descrive. » 4
Lo dice egli della storia, con piana applicazione, com'è
di tutti i suoi lucidi e appuntati aforismi : nella critica,
F equivalente di questo mi sembra essere, che non si tra-
scuri alcun ordine di fatti, cosi dall' ideale come dal reale,
i quali appartengano alla illustrazione d'un dato argo-
mento. Nè a me, studiando la Donna fiorentina nei primi
secoli del Comune, parve poter trascurare, dopo mostrato
ciò ch'ella fu nei fatti e nelle tradizioni, un sommario
cenno a quale ella ci vive tuttora presente, nelle perpe-
tuatrici pagine dei grandi effigiatoli e assimilatori del vero;
quale ella informò di sé, per virtù de'propri naturali ef-
fetti, i cuori e le menti de'sovrani atteggiatori del pen-
siero nell'adolescente e pur già virile parola italiana. Ma
sempre, avvertasi bene, con relazione, anche questa parte
del mio Studio, a ciò che chiamerei la personalità fioren-
tina della donna ; per circoscrivere col linguaggio de' giu-
risti un tema, che potrebbe svolgersi in àmbito ben
altramente ampio di principi e di applicazioni.
In quel giovine mondo, del cui risvegliarsi con entu-
siasmo alla vita è simbolo, ormai tradizionale, l'affranca-
mento dalle più o meno millenarie paure della distruzione
delle cose, molte e svariate cause concorsero a far potenti
e benefìci gì' influssi della femminile bellezza ; ma non
altrove forse così singolarmente quelli influssi operarono,
DA DANTE AL BOCCACCIO
Ti
nè con effetti si alti, come in questa città e in quel tempo,
in cui agli angeli di Cimabue (non più linee bizantine ma
umane figure) succedevano quasi immediatamente i profili
eloquenti, le passionate espressioni, del suo discepolo
Giotto ; e l'eco dell'artificiata poesia di quei graziosi bi-
zantini della parola che poi infine furono i Provenzali, si
era appena ripercosso nelle colline di Fiesole e di Maiano,
sede non disacconcia a « pastorette » e a « tenzoni », che
già, dal cuore della vecchia Firenze, una voce vera di
uomo, e quale uomo !, disperdeva fra concetti di schietto
e profondo sentimento quella musichetta di seconda e
terza mano, e « cominciatore del dolce stil nuovo », un
giovine degli Alighieri, scriveva « a dettatura d'Amore »,
e « secondo le interne spirazioni di lui, andava signifi-
cando » non vuoti suoni ma cose : « amoroso canto », a
cui dava note potenti Casella. 5 Se gentile atomo della
terrena polvere » è stata chiamata Firenze da un grande
innamorato di lei, 6 a nessuna parte forse di Firenze si
addice meglio tal nome, che a quel breve tratto fra le case
dei Portinari nel Corso e la vecchia Badia, nel quale si
svolse la soave storia d'amore, che ebbe idillio ed elegia
nella Vita Nuova e poema in uno de'più grandi concepi-
menti d' ingegno mortale. E noi vorremmo, cotesto piccol
nido di cose grandi, poterlo ripopolare delle gentili figure
di quelle « sessanta fra le più belle donne della città », che
il giovine poeta ci narra 7 avere enumerate e disposte
«in una epistola sotto forma di serventese »; della cui
perdita mal ci compensano il Serventese delle belle donne
del 1335, scritto da Antonio Pucci nel suo ruvido stile
(salvo il cominciamento, ch'è assai garbato,
Leggiadro sermintese, pien d'amore,
cercando va', per la città del fiore,
tutte le donne più degne d'onore,
in tal maniera),
72
DA DANTE AL BOCCACCIO
e un posterior frammento consimile che si volle attribuire
al Boccaccio. 8 Ma quell'omaggio che alla bellezza delle
sue concittadine rendeva Dante; non il macro e doloroso
meditatore della Commedia divina, sibbene Dante giovine
e innamorato, a cui non ancora la morte aveva tolto la
donna sua, nè l'esilio la patria; quell'omaggio trovadorico,
del quale null'altro, e da lui stesso, conosciamo, se non
che sessanta erano le belle, e come « componendolo, ma-
« ravigliosamente addivenne, che in alcuno altro numero
« non sofferse il nome della sua donna stare, se non in
« sul nono », mistico numero ; andò disperso nel fragore
battagliero delle parti. Così al cozzo delle spade, alle grida
di « Arme, arme! Ammazza, ammazza ! », si sgominarono i
balli di donne e di cavalieri, festeggianti pel calendimaggio
il rinnovamento della primavera o per il San Giovanni
la maggior solennità cittadina; si dispersero le brigate
allegoriche, vestite di robe bianche « con uno Signore
detto dell'Amore », che tenevan pubblicamente corte
bandita, imitando con larghezza popolana le feudali ma-
gnificenze. 9 II poeta che ventenne si era deliziato nei sogni
d'amore, immaginando sè con gli amici e poeti Guido
Cavalcanti e Lapo Gianni e le loro donne, naviganti in un
mare tranquillo entro un vascello incantato ; 10 respinto
prima dalla morte dell'amata sua nelle aspre realtà della
vita, ebbe poi a sostenere il peso delle pubbliche sven-
ture, de'civili disinganni, e di suoi propri traviamenti ed
errori. Per tal modo,
le dolci rime d' amor, eh' ei solea
cercar ne' suoi pensieri, 11
cedetter luogo, nell'anima ravveduta e percossa, allo sde-
gno che purifica, al dolore che ispira, alla meditazione che
gli obietti esteriori trasforma, quelli che per degnità ne
son suscettivi, in mere idealità. La dominante scolastica
DA DANTE AL BOCCACCIO
71Ì
accrebbe (e il Convivio ne fa espressa testimonianza) im-
pulso ed estensione al procedimento di quell'austero in-
telletto verso V ideale : cosicché non solamente la donna
che
si era partita dalla sua veduta,
divenne spiritai bellezza grande, 12
sibbene tutta la realtà della vita, tutta, come dicevano, la
vita attiva, scomparve agli occhi suoi contemplanti, e
le si sovrappose, infinito e sovrumano, e solo esso vero,
l'ideale. Ma gli occhi di Beatrice anche in quella re-
gione sconfinata, raggiano sempre,
dal primo giorno eh' ei vide il suo viso
in questa vita, insino a quella vista ; 13
gli occhi amorosi, che per le feste primaverili nella casa
del padre, ai banchetti nuziali, passando per le vie, nella
chiesa pregando a Maria (non faccio che ricordarvi le
realtà della Vita Nuova; 11 e nessun altro libro nè ha di
più spiritualmente adombrate), si sono volti verso il Poeta :
anzi, se lo sguardo di lei donna lo confondeva e lo « scon-
figgeva », 15 sono ora gli occhi di lei « salita a spirto e
cresciuta di bellezza e di virtù » 16 che lo attraggono, per
virtù miracolosa, di cielo in cielo alla visione suprema
dell'Ente :
Beatrice in suso, ed io in lei, guardava. 17
E nessuna lode, fra le adulazioni tante di che è stata (fin
che è usato rispettarla) caricata la donna, nessuna fu mai
lode più alta di questa.
Di Beatrice, quanto indubitabile la realtà, suggellata
in quel verso potente 18
guardami ben; ben son, ben son Beatrice,
altrettanto è poco o punto contornata storicamente la fi-
gura, non dico nel Poema, dov'ella è spirito e simbolo?
74
DA DANTE AL BOCCACCIO
ma nella stessa Vita Nuova, dov'ella è donna che ispira
affetti e che muore. Può anzi dirsi che la Beatrice della
Vita Nuova, sebbene donna vivente, è in si alto grado
angelicata, che i lineamenti femminili si perdono in quel-
l'aureola ond'è circonfusa la
cosa venuta
di cielo in terra a miracol mostrare : 19
e piuttosto nel Poema, dove la creatura celeste è discesa
« dal suo beato scanno, per soccorrere quei che l'amò
tanto », 20 spesso assume aspetti e atteggiamenti di vita
reale ed umana, sia che 21 non senza lacrime parli a Vir-
gilio del pericolo di Dante ; sia che a questo rimproveri
le mondane infedeltà, e lo umilii fino a rompere in pianto;
sia che lo affidi pei mistici lavacri a Matelda; sia che
sorrida de'suoi smarrimenti di creatura impotente a so-
stenere il fascio del divino che opprime i deboli sensi ;
sia che, perfino, maliziosamente
ridendo, paia quella che tossìo
al primo fallo scritto di Ginevra.
Nella VitaNuova hanno cercato a che punto della narra-
zione Beatrice, da Portinari, diventi de'Bardi, poiché, si è
detto, « il matrimonio di lei con un altro uomo doveva muo-
« vere gagliardamente l'anima del giovine e innamorato
« poeta. » 22 io non lo credo : e che l'amore di Dante, « la
reverenza che s' indonnava di tutto lui pur per B e per
ICE », 23 sia stato amor di poeta medievale per la donna
del pensiero, e non altro, lo stimo asserto da poter so-
stenere il cimento anche deUuoghi più appassionati di
quella psicologica confessione. 24 Del resto, è argomenta-
zione molto probabile quella su tal proposito stata fatta, 25
che Beatrice andasse sposa a messer Simone de' Bardi in
giovanissima età : e volentieri questo parentado di Por-
tinari, alcuni de'quali Ghibellini, con Bardi famiglia guelfa
DA DANTE AL BOCCACCIO
75
de' Grandi, io lo porrei com'imo di quelli che la pace del
cardinale Latino, nel 1280, conciliò tra famiglie de^le due
parti. Similmente, che quello fra Donati e Alighieri, pel
quale Dante, sposando la Gemma di messer Manetto, s' im-
parentò col grande agitatore di parte guelfa messer Corso,
sia stato principalmente un parentado di « vicini », nel
senso storico di « quasi consorti » che tal parola ci
deve da que' tempi richiamare alla mente, è cosa non
certa per documenti, 26 ma troppo più probabile del tanto
che sul matrimonio di Dante e, povera donna, sulla sua
moglie, hanno o ricamato o stillato biografi ed eruditi,
dal romanzo del Boccaccio alle bizzarrie presuntuose di
critici odierni. Tanto più, che il terribile messer Corso, in
maneggiar parentadi di sua casa con mire di parte, fu
tale da disgradarne la peggio intrigante femmina, aggiun-
tovi poi l'audacia e la violenza che per lui principalmente
attirarono alla sua famiglia il triste soprannome di Ma-
lefa' mi : o si trattasse di strappare al chiostro la sorella
bellissima; o a sè medesimo, non più giovine, dare la
terza moglie, dopo una Cerchi della cittadinanza guelfa
e una libertini del contadiname feudale ghibellino, in una
figliuola del ghibellino venturiero Uguccione della Fag-
giuola. Corse voce, intorno a quella prima sua moglie, la
Cerchi, che morisse per veleno dal marito stesso propi-
natole : doppiamente orrendo a pensarsi, se cupidigia di
nozze partigiane trascinava quel sinistro uomo a molti-
plicarle. 27 E a tutto ciò riflettendo, quanto più cara e pie-
tosa addiviene, là dentro a quelle infauste case de' Male-
fa'mi, la soavissima figura di Nella ! la vedova virtuosa
dello scapestrato Forese Donati, compagno a Dante nel
breve periodo giovanile, che questi pur ebbe, di vita mon-
dana; 28 « la Nella mia », dice Forese nel Purgatorio, 29
« che piange e prega per me, soletta in bene operare fra
70
DA DANTE AL BOCCACCIO
quella gente selvaggia dov' io l'ho lasciata ». Ad amare
di simile affetto la madre de'suoi molti figliuoli, ad amarla
in patria, ad amarla esule, io penso che il culto ideale per
Beatrice non dovesse a Dante fare impedimento veruno ;
non più che a Guido Cavalcanti, marito di Bice degli
Ubertì, la servitù amorosa per monna Vanna. Nè credo,
come alcuni interpreti della Vita Nuova han voluto, 30 che
la « donna gentile » vicina di casa dell'Alighieri, e che
« da una fenestra riguardava molto pietosamente » al do-
lor suo nella morte della Portinari, fosse appunto la Do-
nati, che di quel tempo gli era forse già moglie. 31 In quella
donna gentile altri volle ravvisare la Matelda del Para-
diso terrestre : alla quale, meglio che il serto della con-
tessa famosa, meglio che le bende di non so qual mo-
nacella alemanna, furon creduti addirsi — poiché ragioni
all'accennata identificazione non mancherebbero32 — lo
schietto vestire, il dimestico e naturai contegno, di sem-
plice donna fiorentina : le cui più graziose imagini, di
donna che coglie fiori, di donna che muove il picciol
passo a ballare, di vergine che gli occhi onesti avvalla,
ritornano, certamente dai giovanili ricordi, dinanzi all'ap-
parizione di lei, nella fantasia del Poeta. 33
Ma nulla pur troppo di fiorentino potevano i giovanili
ricordi ispirare all'altro de'grandi idealizzatoli della donna
in quel secolo, al Petrarca, a cui dalle maledette fazioni
fu conteso in Firenze il nascere e l'educarsi alla vita, come
a Dante V invecchiarvi e il morire. Nè sappiamo se con
preparazione e condizioni diverse di vita, la tempera del-
l'animo suo e dell' ingegno sarebbe stata altra da quella
che fu, e sulla quale la realtà de' fatti operò tanto poco,
DA DANTE AL BOCCACCIO
77
e con tanta poca coerenza d' impressioni, quanto invece
fu molteplice e indefesso il lavorio interno dello spirito
e l'accentramento nel proprio sè delle percezioni e de'sen-
timenti a queste congiunti. Checche potesse esser di ciò,
nel Petrarca, quale lo abbiamo, non solamente Laura
è donna non fiorentina, ma elFè la donna semplicemente ;
e quel che il Poeta le appone è tutto attinto da sè me-
desimo, dal suo sentimento squisitissimo e alcun poco
morboso, pel quale il Petrarca bene è stato detto u pre-
correre in parte ed anticipare i grandi poeti moderni del-
l'affetto e del dolore universale e infinito.
Se non che una donna fiorentina, Eletta Canigiani, fu
pure sua madre; la quale datolo alla luce in terra d'esilio,
da Arezzo infante di sette mesi lo portò seco all' Incisa,
e poi con lui ed un altro minor figlioletto segui il marito
in Provenza, e morì, che il giovinetto Francesco aveva
appena quindici anni, ella non più che trentotto. E tren-
totto esametri latini il giovinetto consacrò alla memoria
materna : nè chi conosce, quale poi si svolse, quella na-
tura isterica d'umanista, si meraviglia di tale aritmetica
metrica applicata all'amor filiale. « Porgimi ascolto, o ma-
dre mia santa, se virtù premiata in cielo non isdegna altri
onori. Anima eletta di nome e di fatto, cittadina del pa-
radiso e quaggiù eternamente memorabile per onestà e
alta pietà, dignità d'animo, e castità nel tuo bel corpo
da' primi anni continuata sino alla morte, tutti debbono
venerarti, io piangerti sempre, chè lasci me e il fratel
mio giovinetti nel bivio fra il bene e il male, in mezzo
al turbine delle cose mondane : ma teco viene e ti ac-
compagna nel sepolcro la fortuna e la speranza della
derelitta casa ed ogni nostro conforto, e a me par d'essere
sotto il tuo medesimo sasso ». E le promette più lunghe
lodi e maggiori, dopo aver pianto sul suo feretro e di
78
DA DANTE AL BOCCACCIO
lacrime aver bagnate le fredde membra; e che il nome
della madre vivrà ne'suoi versi, insieme col nome di lui,
augurandole questo è destinato a perire, che quello di
lei sopravviva. Ma tutto questo dolore in latino, misu-
rato in trentotto versi, 35 io dico schietto non valere me-
nomamente, nè 36 quell'ansiosa figura di madre, sebbene
appena sbozzata, che è in uno de' suoi tanti sonetti per
Laura,
Ne mai pietosa madre al caro figlio....
diè con tanti sospir, con tal sospetto,
in dubbio stato, sì fedel consiglio.... ;
e molto meno quell'affettuoso e virile concetto néìY im-
mortale Canzone agi' Italiani, pel quale amor di patria e
di famiglia sono fatti com'una cosa sola :
Non è questo il terren eh' i' toccai pria,
ove nudrito fui sì dolcemente ?
non è questa la patria, in eli' io mi fido,
madre benigna è pia,
che cuopre l'uno e l'altro mio parente?
Di aver dati al Petrarca « i cari parenti e l' idioma », il
Cantore dei Sepolcri ha esaltata, con versi degni, & Fi-
renze : ma che l' idioma appreso sulle sponde dell'Arno
rimanesse, nonostante la proscrizione paterna, nonostante
V irrequieto pellegrinare di paese in paese, su « quel dolce
di Calliope labbro » ond'ebbe veste pudica l'amore ; vi ri-
manesse potente ad esprimere i più delicati sentimenti,
mercè una mirabil signoria delle più fine e riposte pro-
prietà e, direi quasi, fragranze del parlare toscano ; quanto
merito non ne dovesti aver tu, oscura esule fiorentina,
che in quella sua precoce adolescenza, fra una pagina
e Paltra di Cicerone e di Livio, in mezzo al gaio inter-
tenersi nelP amorosa lingua de* trovatori, fra le sonorità
dell'eloquio cortigiano della Babilonia avignonese, ripor-
tasti intermessamente all' orecchio del fìgliuol tuo le
DA DANTE AL BOCCACCIO
n
armonie gentili del linguaggio nativo ! Che se di tal be-
nefizio, di questa quasi seconda maternità, il laureato ca-
pitolino, il conversante coi classici e gli eroi antichi, il
dispregiatore di questo anche per sua opera divino vol-
gare, non si accòrse mai dover esserti grato, è vecchia
istoria delle madri, che esse non chiedano compenso del
loro amore, che esse cerchino il sacrificio, e in quello
appagate adagino la bianca testa veneranda, come sul
guanciale del loro riposo.
La Provenza fu terra ospitale a molti di quei proscritti
fiorentini ; e uno di essi, Azzo Arrighetti, fu colà il pro-
genitore di una stirpe più tardi famosa, Riquetti de Mi-
rabeau. Paese gentile la Provenza, di clima come il no-
stro benigno, agevole ai traffici italiani, e, durante poi
cotesto secolo, paese papale. Ma le donne nostre che,
come la Eletta Canigiani, colà o balestrava l'esilio od
altra ventura portava, le mogli de'mercatanti de' notai
degli artefici fiorentini, come si saranno assuefatte, e quali
saranno esse parse, a quella società feudale, tanto da' no-
stri reggimenti a popolo diversa ? nel paese de' baroni e
de' trovatori, de' tornei e della gaia scienza, fra la nobiltà
dalle grandi tradizioni cavalleresche, accanto alle dame
che anc'oggi piace immaginare atteggiate a formular gra-
vemente i loro giudicati nelle Corti d'Amore, applicando
a'casi controversi quello o questo, de'trentuno articoli che
ne compongono il codice?38 Le schive concittadine della
buona Gualdrada, che la tradizione esaltava d'essersi pub-
blicamente ricusata al bacio imperiale di Ottone IV, che
cosa avranno esse detto o pensato, assistendo in Avignone
a quella festa, che meritò un Sonetto del Petrarca, dove
80
DA DANTE AL BOCCACCIO
F altera la castissima Laura porse al bacio del giovane
principe, che fu poi Carlo IV, la fronte e quegli occhi, che
il Poeta dovè contentarsi d'aver cantati ? 39 od anche so-
lamente leggendo in una novella del Decameron^ che Pie-
tro d' Aragona, il cavalleresco re de' Vespri, alla giovine
fiorentina che in Palermo s'innamora di lui, confortatala
invece a savie nozze borghesi, in queste intervenuto di
persona, dinanzi ai genitori e allo sposo, « presole con
amendue le mani il capo, le bacia la fronte » ? Che avranno,
di queste badature imperiali e reali, le nostre care donne
pensato? Risponde per loro, e proprio da Avignone, un
Fiorentino di due secoli appresso, che da Virgilio ritraeva
la poesia dell'Api e da Sofocle e da Euripide la tragedia,
il quale agli amici di Firenze annunziava, pieno delle
memorie di madonna Laura, che in quel gaio paese « gli
erano leciti i baci come costì gli sguardi »; «baci», ag-
giunge, « senza lo scoppio », de' quali egli stava impa-
rando, insieme col parlar francese, il segreto: 41 « baci »,
aveva già prima detto il Pulci 42 « alla franciosa », che
« ogni volta rimanea la rosa ».
La letteratura fiorentina del Trecento ebbe uno scrit-
tore (che fu pure, notisi, per alcun tempo in Provenza),
il quale sentì quella semplicità o, come poteva sembrare,
rozzezza della nostra donna, della donna del Comune de-
mocratico, appetto alla donna gentilesca e addestrata della
società feudale, e si argomentò di venirle in soccorso. La
utopia (che altro nome non le si addice) di messer Fran-
cesco da Barberino prese forma in due de'più singolari
libri di quella letteratura, i Documenti d' Amore e Co-
stume e Reggimento di donna, in forma sentenziosa e di
stampo addirittura gnomico : di che è bensì da avvertire,
che non in lunga e formata opera, come queste, ma in
componimenti lirici, e più specialmente canzoni, come
da Dante al boccaccio
81
quelle di Bindo Bonichi, il Trecento porge altri notabili
esempi.
Il Costume e Reggimento dì Donna, 43 specialmente, è
un completo galateo femminile, dove, per ciascun grado
e condizione sociale, da fanciulla a vedova, da madre di
famiglia a romita, da regina, contessa, duchessa, princi-
pessa, a borghese, monaca, ancella, balia, fruttaiuola, e
persino barbiera, non omesse le treccole e le accattone,
si danno ammaestramenti alla donna, e se ne forma un
mo.dello ideale, al quale ahimè quante poche rispondenze
avrà dovuto trovare, anche dopo la diffusione de'suoi libri,
quel buono messer Francesco, fra le allegre gentildonne
e le graziose fanciulle e le saccenti comari che per le
case e per le piazze di Firenze gli si movevano attorno !
E notisi che i doveri femminili della vita regale 44 com-
prendono ben cinquantaquattro capi, senza contare una
dozzina di « cautele » preliminari, e le speciali prescri-
zioni concernenti i casi di reggenza : complesso di leggi,
regole, norme, ammaestramenti, insegnamenti, ammoni-
menti, consigli, che bastava esso solo a fare strabiliare,
salmisìa, non che le donnette spicciole, ma anche le gen-
tildonne, della nostra libera e sciorinata cittadinanza.
11 recente storico della Repubblica, signor Perrens, ha
certamente esagerato nell'aggravare di volgarità la vita
quotidiana dell'antica donna fiorentina, contessendo, con
francese vivacità, d'episodietti dai nostri novellieri una
serie d' imagini e di fattispecie, 15 che pare uno spoglio,
o piuttosto un inventario, dai romanzi d' Emilio Zola. Tut-
tavia ci è forza dubitare assai, per modo di esempio, che
molte delle leggitrici del Reggimento e Costume di mes-
ser Francesco abbiano saputo osservare i precetti co'quali
egli si confida regolar l'atteggiamento che la fanciulla
dovrà prendere nel ricevere l'anello di sposa : iQ stare con
Del Lungo 6
82
DA DANTE AL BOCCACCIO
« gli occhi chinati, fermi li membri » (e fin qui pazienza),
ma inoltre « sembrar paurosa » ; e in questo era lecito a
molte non riuscire abbastanza bene. Cosi alla dimanda
fattale del consenso, « aspettare l'una o le due » ; e la
terza volta, « faccia soave e piana sua risposta » : manco
male con l'avvertenza, che e la paura e l'aspettare e la
vocina sottile possano essere un po' meno, se la sposa
non è delle più giovinette. E sempre dai precetti nuziali : 47
mangiar poco al banchetto ; ma perchè lo stomaco non
soffra, aver preso innanzi qualche cosa in camera sua :
cosi pure, essersi lavata le mani, per non intorbidar troppo
l'acqua al bacino della mensa ; e giova ricordare, come
di que' tempi la forchetta è, nelle ricerche erudite, un ar-
nese di molto controversa esistenza, e, per gentili e no-
bilissime che fossero, il cibo solido lo portavano alla
bocca le mani. Tutti poi i precetti del Barberino sono
corredati di esemplificazioni o novellette, spesso graziose
assai, ma quasi tutte di personaggi stranieri, di Provenza,
di Normandia, d' Inghilterra, di Castiglia, e cavalieri, conti
baroni, re di corona; e spesso alla esemplificazione è
premessa qualche sentenza o concetto di trovatore. L' in-
tero trattato è altresì dominato per lungo e per largo da
un esercito di figure femminili allegoriche (come nel Ro-
manzo della Rosa), in persona di questa e quella virtù
(taluna anche con la sua « cameriera » 18 o col « fante »),
Onestà, Pazienza, Castità, Speranza, Cautela, Cortesia, Re-
ligione, e poi Voluttà, Penitenza, Eterna luce, ed altre,
subordinate tutte a Madonna che è la Sapienza; la cui
conversazione con lo scrittore dà come il filo a tutto il
libro; ed è cosparso largamente da descrizioni e mora-
lità, il cui colorito mena tinte calde e risentite, e lo stile,
a motti e come a sprazzi, in endecasillabi ballettanti i più
sulla quarta e la settima, non ha forse riscontro in altra
DA DANTE AL BOCCACCIO
83
opera dell'antica nostra poesia, e quasi arieggia le mo-
derne riproduzioni a freddo dell'oro e azzurro medievale.
Non vi dispiacerà, io credo, gustarne alcun poco. Una
casa principesca in giorno di nozze : 49
Suonan le trombe e li stormenti tutti ;
canti soavi e sollazzi dattorno.
Frondi con fiori, tappeti e zendali
sparti per terra,
e grandi drappi di seta alle mura,
argento ed oro, e le mense fornite,
letti coverti e le camere allegre.
Cucine pien' di varie imbandigioni ;
donzelli accorti a servire, ed ancora
più damigelle giovani tra loro,
armeggiando pe' chiostri e per le vie.
Fermi balconi e le loggie coverte,
cavalier molti e valorosa gente,
donne e donzelle di grande beltate.
Vengono i vini e confetti abondanti ;
là son le frutte in diverse maniere.
Cantan gli augelli in gabbia e per li tetti
Giardini aperti, e spandesi l'odore
Bei cucciolini spagnuoi con le donne,
più pappagalli per le mense vanno,
falcon, girfalchi, sparvieri ed astori
Li palafren corredati alle porte,
le porte aperte, e partite le sale,
come conviene alla gente venuta
Surgon fontane di fonti novelle ;
spargon là dove conviene, e son belle.
Le molte donne allocate a sedere
novellan tutte d'amore e di gioia
Ride dal sol la primavera in campi ;
non è pareti che tengan la vista.
84
DA DANTE AL BOCCACCIO
E questo distico di mirabile effetto nel descrivere il ces-
sar d' una festa notturna con l'alba : 50
Suona la sveglia, l'aurora apparisce,
bassa il romore, e la gente s'addorme.
Quanto, e di che, debba la donna pregare Iddio : 51
è meglio assai
orar fervente e poco,
che molte orazioni,
de le quai poche si movon dal cuore.
Dio non va cercando
pur romper di ginocchia,
ma ben save' che va cercando i cuori.
Egli è scritto che breve orazione
è quella che il ciel passa :
folle è chi dunque in pur cianciar si allassa.
Ma qui ti guarda sempre, che s' intende
dell'orazione fervente e ordinata,
con la dimanda licita e onesta :
chè sono alquante, che pregan eh' Idi o
mantenga loro il color nel visaggio,
e che le dia a star bella tra l'altre,
e che mantenga biondi i lor capelli,
o che dia lor la bella fregiatura.
Onde per questo non v'affaticate,
c'allora il provocate contro a voi.
Distrazioni amorose : 52
Va una donna a filare a finestra :
passa uno amante, ed ella si volge :
le man rattiene il filato ingrossa,
e muta l'esser ch'ella à 'ncominciato.
Così ancor chi a finèstra cuce
spesse fiate si cuce la mano,
quand'ella crede sua veste cucire.
Parsimonia negli ornamenti : 53
E se ghirlanda porta,
lodo che sia pure una
gioliva e piccoletta ;
chè, come voi savete,
grossa cosa è tenuta
DA DANTE AL BOCCACCIO
85
portar fastella in luogo di ghirlande.
E quanto eli' è più bella,
tanto minor la porti ;
però che non ghirlanda,
ma piacer, fa piacere ;
nè fa l'ornato donna,
ma donna fa parer lo suo ornato.
Capriceetti (che oggi chiameremmo romantici) delle ra-
gazze : 51
Ora vi vengo a un vizio
che regna spessamente
in queste donzellette,
lo qual vorria, s' io potessi, sturbare.
E' ne son molte, che quando per vezzi,
e tal fiata per una sciocchezza,
ch'àn voglia di vedere
com'elle sono amate da lor gente ;
e talora per alcuno disdegno
d'alcuna paroletta
ch'odon, ch'a lor non piace;
e tal fiata perch'altri le lasci
poi fare a lor senno ;
tale s' infinge che le duole il fianco,
e tale lo dente,
e tale la testa,
e tal dice mattezze,
E tal comincian questo,
non credendo durar gran tempo in questo ;
ma poi ch'àn cominciato
van pure innanzi,
temendo ch'altri non dicesse poi :
« Vedi che s'infingea ».
Altrove 55 si propone un punto, intorno al quale lo scrit-
tore « ha trovate molte varie usanze, e di molte openioni »,
circa i saluti e gì' inchini della novella sposa, cavando-
sene col consigliarla che ella
dimandi della sua terra l'usanza
e del paese dov'ell'è menata,
e quella servi com'può temperata.
86
DA DANTE AL BOCCACCIO
E basti ormai per conchiudere che chi in libro siffatto
(nè guari diversa intonazione ha l'altro dello scrittor me-
desimo, i Documenti d'Amore) non voglia vedere il deli-
berato proposito, da me sopra indicato, d' ingentilire i
costumi popolani con una teorica, poeticamente ideata,
di signoril vivere e cortigiano,56 dovrebbe spiegarci come
mai un Fiorentino, e dimorante in Firenze, e vissuto
quando gì' influssi poetici provenzali e siculi erano ora-
mai trapassati, come potesse, naturalmente e senza un
preconcetto disegno, provenzaleggiare e franceseggiare
con tanta e sì passionata intensità, « mescolando » (dic'egli
in un luogo, 57 ma troppe volte è piuttosto un sovrapporre
o addossare) « il volgare toscano ad alcuni volgari con-
sonanti con esso », e fissare in un tipo cosi ricisamente
foggiato sopra realtà, per lo meno, non immediate la
donna che l'etica amorosa del tempo soleva comporre
(e ne abbiamo graziose testimonianze) con elementi sva-
riatissimi, ove si mescolavano « la galanteria provenzale
« e cavalleresca, la sensualità pagana, la prosaicità bor-
« ghese, l'austerità e ruvidezza ascetica, elementi del Ri-
« nascimento che contrastano insieme, e sono sul dive-
« nire qualche cosa che non vorrebb'essere nessuno di
« essi ». 58
Nè di tali mescolanze, chi sottilmente indagasse, man-
cherebber forse riscontri nelle realtà della vita d'allora:
ma di siffatte realtà troppi documenti, per la loro natura
essenzialmente intima, fu inevitabile che di que'secoli an-
dassero perduti. Dirò tuttavia che almeno uno, e assai
grazioso, ne possediamo in un carteggio coniugale, di
poche e brevi lettere, scritte da una Fiorentina della se-
DA DANTE AL BOCCACCIO
87
conda metà del Trecento, Dora Del Bene, al marito men-
titegli era Vicario pel Comune in Val di Nievole. 59 Ella
scrive di campagna, e lo informa delle faccende ville-
recce, degl' interessi domestici, della salute delle figliuole:
i figliuoli sono col padre, avvezzandosi cosi per tempo, o
ne' traffici o nel governo, i giovinetti a imparare la vita
operosa in servigio sì della famiglia e sì del Comune, e
a conoscere il mondo, in tante parti del quale portavano
poi il nome fiorentino e d' Italia. Ora in codesto carteggio,
la reverenza affettuosa al marito, che nelle soprascritte è
chiamato « savio e discreto uomo, carissimo uomo, reve-
rendissimo uomo », e perfino « venerabile », è accompa-
gnata da certi urbani motti, i quali provano come alle
donne fiorentine non isgradisse mostrarsi verso i loro
mariti, secondochè ad esse raccomandava un anonimo
espositore di Ovidio, 60 « non villane temine, che nulla
« altra cosa sappiane fare se non lana carminare », ma
savie e cortesi, e « mostrare il suo bene e li suoi sollazzi
« e sue cortesie, tali che il suo marito non possa altra
« femina trovare, che tanto gli possa piacere o fare suo
« talento ». Scrive la Dora : e premetto che nessuno cer-
tamente può chiedere a quelle austere e robuste nature
le espansioni fremebonde della nostra età malaticcia.
Scrive ella dunque : « Istiamo tutti bene, lodato Idio: ma
« meglio ci parrebbe istare se fussimo teco. Addio ; t'ac-
« comando la Dora tua. Salute mille ». E altrove : « Tu mi
« scrivi che non può! dormire la notte, per pensieri che
« hai dell'Antonia.... » ; cioè della figliuola che pensavano
a maritare. « Ma l'Antonia non è quella che ti toglie el
« sonno. Ma quando non potrò più, assalirotti che non te
« n'avvedrai, e non verrò se non solo per garrire» . Scherzi,
come si sente, simulanti gelosia ; e di quella gelosia che
il solito espositor d'Ovidio dice venire « da buono amore,
88
DA DANTE AL BOCCACCIO
« quando la donna ama il suo diritto signore », e la di-
stingue da un' altra gelosia ch'egli dice venir da « follia ».
Questo medesimo linguaggio ritroviamo nei rimatori e no-
stri e provenzali, e in una frase di Dante « il folle amore »,
una delle molte, che i commentatori non riconoscono, da
lui non trovate, ma appropriatesi del comune parlare e
sentire del tempo suo. 61 Quelle lettere della Del Bene sono
talvolta datate cosi : « Fatta dì XVIII d'aprile all'Avema-
ria.... Fatta addi Vili di maggio. Dopo vespro sotto la
loggia.... Fatta addi XIX maggio dopo Tavemaria nella
loggia ; » con ricordo amorevole, al marito e padre, del
1' « ora che volge il disio », e del luogo che raccoglieva
sulla*sera la famiglia a geniale riposo dalle giornaliere
fatiche, che infine si conchiudeva con la preghiera. L'ul-
tima poi di esse lettere, quella della gelosia, è sottoscritta:
« la Dora tua nimica » ; ossia col linguaggio, nè più nè
meno, de'rimatori verso le loro signore e tiranne. Questa
figura di donna vera non mi sembra scomparire poi troppo,
e sia pure men compassata e meno irreprensibile, ap-
petto alle donne modello effigiate da messer Francesco da
Barberino.
Una sola condizione di vita femminile ebbe in Firenze,
non cortigiani, ma popolani precetti : la vita coniugale ;
consacrati in quelli Avvertimenti di maritaggio, de'quali,
in prosa o in verso d'ottava rima, ci rimane più d'un te-
sto; formulati in dodici o quattordici regole, con le quali
la madre accompagna la figliuola all'altare. Anche i teo-
logi casisti aggravarono di cautele la vita matrimoniale,
mettendo in volgare anche ciò che era meglio rimanesse
latino. 62 Io qui, volgendomi a quelle altre più gentili e,
DA DANTE AL BOCCACCIO
89
ripeto, veramente popolane scritture, riferirò da una di
esse il preambolo e il commiato materni : 63
« Carissima mia figliuola, Molto ti prego, e ancora
« comando, che tu non ti turbi perchè io t' abbi mari-
« tata, e convengati partire da me ; acciocché non si
« adiri il tuo novello sposo al quale io t' ho sposata. Bella
« mia figliuola, s'è' fosse lecito di starti meco infino alla
« mia fine, non ti partiresti da me, tanta dolcezza d'amore
« ti congiunge meco. Ma la ragione il concede, e V o-
« nore nostro il vuole, e la tua condizione e il tempo lo
« richiede, che tu sii oggimai accompagnata, acciò che
« il tuo padre e io e i parenti nostri ricevino allegrezza
« di te e de' tuoi figliuoli, i quali, alla speranza di Dio,
« avrai. Ora ti traggo dal mio seno ; ora escirai della si-
« gnoria del tuo padre e andra'ne al tuo marito e signore,
« onde non solamente gli sarai compagna ma serva e ub-
« bidiente. E sopra tutto, acciò che tu sappi come te gli
« converrà esser serva e ubbidiente, intendi i miei am-
« monimenti, e ricevili in luogo di comandamento ; im-
« perocché, se bene gli manterrai, in amore e grazia del
« tuo marito e di tutte le altre genti verrai ».
Questo il preambolo. E queste altre poche parole, che
paiono sfiorar lievi lievi con tocco d'ala il velo nuziale
della vergine, sono il commiato : « Allora la gentil madre
« e savia donna benedisse e segnò la benigna figliuola e
« mansueta pulzella, e raccomandolla a Dio, e pregolla
« teneramente che sempre osservasse i suoi comanda-
« menti, e che sopra tutto avesse cara l'anima sua ».
Cotesti avvertimenti erano legislazione che veniva dal
cuore e dalle realtà della vita ; non come quella del Bar-
berino, dal paese d'utopia.
90
DA DANTE AL BOCCACCIO
Francesco da Barberino moriva in tarda età nel 1348.
Ma la pestilenza che portò via, con tanti altri, anche il
precettor cortigiano delle donne fiorentine, doveva ispira-
re, ben altramente ascoltato, un altro e ben più potente in-
gegno. Quel furore di godimento che inebriò, come Mat-
teo Villani ci attesta, 64 i sopravvissuti alla strage e al ter-
rore, ebbe il suo interprete in Giovanni Boccaccio : nella
cui arte il lussureggiar dei colori, la morbidezza ridon-
dante delle linee, la vistosità degli atteggiamenti, e pur
troppo anche la depressione del senso morale, accusano
origine siffatta. Poca o nessuna idealità può rinvenirsi nelle
sue donne, in quanto idealità significhi attinenza, più o
meno visibile, che la figura ha con un tipo vagheggiato
dall'artista; ma efficace mirabilmente e profonda è nel
borghese fiorentino la rappresentazione drammatica del
reale. 65 Non parlo delle sue immaginarie raccontatrici, che
Santa Maria Novella non vide mai certamente incontrarsi
sotto le sue volte sublimi, a profanare con propositi da
brigate la santità dell' infinito, e nessuna delle nostre col-
line ospitò in ozio vile coi giovani vagheggianti, mentre
giù al piano la gente moriva : coteste donne, quelle Pam-
pinee, quelle Elise, quelle Fiammette, non dissomigliano
guari, e taluna ha comune anche il nome, alle figure dei
suoi giovanili romanzi in prosa od in verso : ninfe o donne,
e talvolta un che di tramezzato dell'una e dell'altra, ma
sempre, anche quando donne vere come nel romanzo della
Fiammetta, figure tirate fuor dell'orbita reale e storica
delle cose, in posa, più o men classica, di dolore o d'amore,
di sconforto o di gelosia, non mai però sollevate sino a
quella regione dove vivono immortali le creature del pen-
siero, da Beatrice alla promessa sposa di Renzo, da Laura
a Margherita, da Erminia e Fiordiligi a Tecla Wallen-
stein ad Ermengarda. Le figure femminili che il Boccaccio
DA DANTE AL BOCCACCIO
91
ha propriamente dato all'arte sono le figure operanti nei
brevi drammi di quel libro che a buon dritto, in contrap-
posto al dantesco, è stato chiamato 1' Umana Commedia:
delle quali forse una sola, che il Petrarca distinse come
« di gran lunga dissomigliante alle altre », contiene una
idealità preconcetta, ed è quella virtuosissima Griselda,
la plebea degnata di nozze e poi sottoposta a prova dal
signor feudale ; mito di storia e di moralità, come altri ha
giustamente rilevato, 66 e onorata di popolarità, nella tra-
dizione e nell'arte. Ma le più vivaci sono senza dubbio
quelle che messer Giovanni ritrasse dal vero del costume
fiorentino: gentildonne e borghesi, della città e del con-
tado, allegre o maliziose ed anche talvolta nobili figure,
che egli o foggiava secondo i viventi modelli o evocava
da tombe da non molti anni dischiuse. In queste figure
di sul vero, non trasformate da nessun procedimento
ideale, non alterate di proporzioni per nessuna simpatia
affettiva, si sente che il Medio Evo, l'età mistica e con-
templante, l'età dei grandi concepimenti interiori nel seno
fortemente travagliato, sta per morire : la realtà mondana
trionfa, e offre l' ignudo corpo alle vesti eleganti e sinuose
che l'umanismo prepara per adornarla, ed anche per tra-
vestirla.
Ma noi, quando vogliam rivivere l'età de'padri nostri
lontane, torniamo, non che volentieri, ma naturalmente e
come ricondotti inconsapevoli, al Medio Evo: e le paga-
nità del Rinascimento, che incontriamo per via, potranno
sodisfare curiosità acri, lusingare istinti vivaci, avvivare
genialità fantastiche di erudita incubazione ; bensì il cuore
nostro riman chiuso, e insodisfatto il sentimento che ci
92
DA DANTE AL BOCCACCIO
spinge a ricongiungere il presente col passato. Una pa-
gina di Dante, anche torturato dai grammatici o abbuiato
dagli allegoristi, risponderà sempre a più dimande del no-
stro spirito, acqueterà più intimamente il cuor nostro, che
non possano mai la Mandragora o la Calandra galva-
nizzate co' più squisiti artifizi sulle scene moderne. Di che
molte sono le cagioni ; e principalissima, che dove tro-
viamo maggiori rispondenze ai sentimenti nostri migliori,
ivi l'animo più volentieri si acqueta. Ma io credo altresì,
perchè tutta la civiltà della quale siam figli ci ha assue-
fatti a cercare nelle opere d'arte effigiatrici della vita,
cercare e proseguire secondo i concetti spiritualmente
umani del Cristianesimo, la idealità femminile, che il Ri-
nascimento (le cui benemerenze grandi non ci debbono
far dimenticare i suoi torti e mancamenti) o disconobbe,
o non valse a conservare in quelle altezze dove V avea
portata, per tacer d'altri, il grande sintetizzatore poetico
del pensiero medievale.
La nostra letteratura ebbe per base un Poema, che da
uria donna primigeniamente ispirato, tre donne ha, mo-
venti l'azione, le quali dall'alto cle'cieli la preparano in
terra, da svolgersi pe'regni eterni e ne'cieli far capo :
Maria misericordiosa, Lucia veggente, Beatrice lode vera
di Dio come specchio e dichiarazione delle opere sue e
de'misteri. 67 Se l'uomo, soccombente ai travagli della vita,
può, per le vie ardue della contemplazione, incamminarsi
a salvezza, sono le « tre donne benedette » che « curano
di lui nella corte del cielo » : 68 se Virgilio, dai sacri « lu-
minosi » penetrali della sapienza, si muove in aiuto di
quel pericolante, è « Beatrice che lo fa andare » : 69 del
nome e delle virtù di Maria tutto il Purgatorio è, per
segni visibili o suoni o visioni soprannaturali, impron-
tato ; 70 sulla vetta del sacro monte, sede della umana
DA DANTE AL BOCCACCIO
93
smarrita felicità, egli sogna in Lia e in Rachele le ar-
monie della vita operativa con la contemplativa;71 e già
prima, sognando sè trasportato dall' imperiale aquila, è
stato da Lucia di sulla valle fiorita trasferito alla soglia
del Purgatorio : 72 nel Paradiso Terrestre è da Matelda
iniziato alla misteriosa trasfigurazione degli ordinamenti
politici e religiosi della società ; da Matelda guidato verso
Beatrice ; da Matelda, mercè le mistiche abluzioni in Lete
e in Eunoè, da Matelda figura di gentile umanità che ai
poeti parla « donnescamente », dispogliato dell'uomo an-
tico, e rinnovellato e fatto abile all'ascensione pei cieli : 73
son gli occhi di Beatrice sua, che di questa ascensione
gV infondon virtù: 74 e infine per entro alla rosa de'Beati, 75
le tre donne salvatrici e liberatrici dell'uomo tengon seg-
gio di gloria nella luminosa rappresentanza della cristiana
umanità; e a'piedi di Maria divina, sta Eva la creatura
bellissima, fra il peccato e la redenzione comprenditrici
e consumatrici della storia universa. Tanta parte, e sif-
fatta, ha la donna nel fondamental concetto del Poema
dantesco! E di su tale libro alzando la mano stanca il
Poeta, ben poteva, alla figliuola di Folco che dalle soglie
dell'eternità gli accennava aspettante, ripetere con l'esul-
tanza del voto disciolto le estreme parole della Vita
Nuova 76 arcanamente promettitrici : «Io ho detto di te
quello che mai non fu detto d'alcuna ».
NOTE
1 Augusto Alfani.
2 La Donna fiorentina nei 'primi secoli del Comune.
3 « .... chorda qui semper oberrat eadem » Ep. ad Pisones, v. 356.
4 Istorie fiorentine, proemio. E il Gioberti, Rinnovamento, II, 462-63 :
« Il vivo della storia versando nei particolari, e solo da questi po-
« tendosi raccòrre la notizia fruttuosa delle leggi che girano le vi-
« cende umane, i racconti speciali sono i soli che giovano ; laddove
« le storie universali, pogniamo che rechino istruzione speculativa
« e piacere, sono di poco o nessun profitto per la pratica ».
5 Purg. XXIV, 49-54 ; II, 91-114. Sul « dolce stil novo », e la sua sto-
ria, si vedano specialmente i belli studi di Giulio Salvadori (La poesia
e la Canzone d'amore di Guido Cavalcanti ; Roma, Soc. ed. Dante Ali-
ghieri, 1895: Sulla vita giovanilcdì Dante; Roma, Soc. ed. D. A., 1901),
e quello recente {Il dolce stil nuovo ; Palermo, Reber, 1903) di Liborio
Azzolina.
6 Tommaseo, Il Duca d'Atene; Firenze, 1879; pag. 58: « A te, gentile
« atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie im-
« mortali, conservatore d'un' immortale parola....»
7 Vita Nuova, § VI.
8 Vedi l'uno e l'altro nel Commento del D'Ancona alla Vita Nuova
(Pisa, 1884), 1. e, pag. 45 segg.
9 G. Villani, VII, lxxxix. Dino, I, xxn, 5.
10 Rime, ediz. Fraticelli, pag. 74. — Vanna (Giovanna) con Guido,
Lagia (Adelasia) con Lapo, e Bice con Dante, secondo la volgata di
quel Sonetto, il quale non è tra le Rime di Vita Nuova. Ma sulla
traccia dei manoscritti si fa strada un ragionevole dubbio, che non
Bice, ma un'altra donna gentile, forse la prima « dello schermo »
di Vita Nuova% sia l'una delle tre fantasticate per 1' amorosa comi-
tiva. Vedi Un Sonetto e una Ballata d'amore dal Canzoniere di Dante,
per cura di M. Barbi ; Firenze, 1897.
11 Rime, pag. 186.
12 Rime, pag. 123.
13 Parad.XXX, 28-29.
44 §§ II (cfr. ediz. D'Ancona, p. 6-7), III, V, XIV.
13 §§ XVI, XVIII.
' 16 Purg. XXX, 127-128.
96
DA DANTE AL BOCCACCIO
17 Farad. II, 22. L' Esame della bellezza e del riso di Beatrice e della facol-
tà visiva di Dante di Teodorico Landoni {Dichiarazioni al Paradiso ec, Fi-
renze, Le Monnier, 1859) è gentile scrit tura, da non doversi dimenticare.
18 Purg. XXX, 73.
19 Rime, pag. 108.
20 Inf. II, 112, 104.
21 Inf. II, 116; Purg. XXXI, 19-21 ; XXXIII, 127 segg. ; Paracl. I, 95;
li, 52 ; III, 25, e altrove ; Parad, XYI, 13-15.
22 G. Todeschini, Scritti su Dante; Vicenza, 1872 ; ì, 329.
23 Parad. VII, 13-14.
24 Vedi, qui appresso, il mio Studio su Beatrice.
ró Da quel valentuomo del Todeschini, Scritti cit., I, 328 segg. Cfr.
il Commento del D'Ancona alla Vita Nuova, pag. 28-30, e 76-77. E vedi
il mio Studio su Beatrice.
2(5 Mi compiaccio di conservare queste parole così come le dissi
e le pubblicai nell' 87, perchè oggi il documento si ha : vedi il citato
mio Studio su Beatrice.
27 Intorno a questi malauspicati matrimoni di Corso Donati, ho
avuto a dire in più luoghi del mio libro su Dino ec. : vedili indicati
a pagina 52 del voi. III. E cfr. lo Studio di Guido Levi su Bonifa-
zio Vili e il Comune di Firenze; Roma, 1882; pag. 20 segg.
28 Vedi la Tenzone di Dante con Forese Donati, a pag. 435-461 del mio
Dante ne1 tempi di Dante ; Bologna, 1888.
29 Purg. XXIII, 85-95.
30 Vita Nuova, §§ XXXVI segg. Vedi nel Commento del D'Ancona
(pag. 236-37) accennata, e non accettata, questa e alcun'altra interpe-
trazione della « donna gentile ».
31 Vedi ancora, qui appresso, 1' indicato luogo del mio Studio su
Beatrice.
32 Vedile svolte egregiamente da R. Fornaciari ne' suoi * Studj su
Dante (2a ediz. ; Firenze, Sansoni, 1901), pag. 180 segg., e accettate dal
D'Ancona (1. e). E a me, quando pubblicai la prima volta queste mìe
pagine, pareva che la più comune interpetrazione della dantesca
Matelda per la Matilde contessa famosa fosse la meno accettabile. E
accennavo alle ipotesi di A. Lubin e di G. Preger, dietro le quali si
continua da alcuni a trovare analogie tra la Matelda e questa o
quella Matilde, religiose e misticografe tedesche. E poi dicevo che,
tutto ben considerato, dovesse prevalere il principio, che la realtà
di questa figura, la quale nel Poema ha sì stretta relazione e vici-
nanza con la simbolica Beatrice del Paradiso terrestre, s'abbia a cer-
care fra le donne che nella Vita Nuova sono poste in altrettal vici-
nanza con Beatrice Portinari. E adducevo, a tal concetto ispirata, la
recente ipotesi di A. Borgognoni, il quale ravvisava la Matelda in
altra donna pur della Vita Nuova (§ XVIII), premurosa interrogatriee
del Poeta intorno all'amor suo; rilevando una giusta osservazione
DA DANTE AL BOCCACCIO
97
di lui, sulla opportunità, in quell'ordine d' idee, di trovare, fra le
gentildonne fiorentine di quel tempo, una veramente chiamata Ma-
telda o Matilde : e che io avevo già tentata qualche indagine, la quale
altro resultato non mi aveva offerto, se non che nella famiglia dei
Ricci (dalle cui case in Por San Piero, non è improbabile che potesse
« una gentil donna da una fenestra riguardare » verso quelle degli
Alighieri) ricorre nella prima metà del Trecento il nome di Telda.
Del resto, soggiungevo, non esser tanto vero, che dopo la celebre
contessa il nome di Matelda fosse comune in Firenze (una Telda dei
Bardi è nella Battaglia delle donne del Sacchetti, 1, 18) ; perchè il nome
che in onor suo ebbe voga, e fu davvero comune, fu propriamente
quello di Contessa e popolarmente Tèssa. E la persona storica del-
la Contessa credo io oggi, specialmente dopo i validi studi di L.
Rocca {Matelda, nel volume Con Dante e per Dante ; Milano, Hoepli,
1898) e di A. Bertoldi {La bella donna del Paradiso terrestre; Firenze,
1901) e di G. Picciola {Matelda; Bologna, Zanichelli, 1902), e una ge-
nialissima lettura di Emma Boghen Conigliani (Il canto XXVIII del
Purgatorio ; Brescia, 1902), debba senz'altro restituirsi e confermarsi
nella figura ideale della Matelda dantesca.
33 Purg. XXVIII, 40-69.
34 B. Zumbini, Studi sul Petrarca; Napoli, 1878, pag. 68. Vedasi poi la
fina analisi che del Carattere del Petrarca, e delle relazioni fra il Pe-
trarca e Laura, fa il Bartoli nel VII volume della sua Storia della Let-
teratura italiana ; Firenze, Sansoni, 1884.
35 Non mi sembra inopportuno qui riferirli, con qualche cura della
lezione (cfr. Opera omnia F. Petrarcae; Basilea, 1554, pag. 1338-39:
F. Petrarchae, Poemata minora, ed. D. Rossetti; Mediolani, 1834, III,
100-105: B. Zumbini, op. cit., pag. 62-63).
Breve panegiricum defunctae matris.
Suscipe funereum, genitrix sanctissima, cantum,
atque aures averte pias, si praemia coelo
digna ferens virtus alios non spernit honores.
Quid tibi pollicear, nisi quod, velut alta Tonantis
regna tenes, Electa Dei tam nomine quam re,
sic quoque perpetuum dabit hic tibi nomen honestas
Musarum celebranda choris, pietasque suprema,
maiestasque animi, primisque incoepta sub annis
corpore in eximio nullam intermissa per horam
tempus ad extremum vitae notissima clarae
cura pudicitiae, facie miranda sub illa?
Iam brevis innocuae praesens tibi vita peracta
efficit, in populo maneas narranda futuro,
aeternum veneranda bonis, mihi flendaque semper.
Nec quia contigerit quicquam tibi triste dolemus,
sed quia me fratremque, parens dulcissima, fessos
Del Lungo
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DA DANTE AL BOCCACCIO
Pythagorae in bivio et rerum sub turbine linquis.
Tu tamen instabilem, foelix o transfuga, mundum
non sine me fugies, nec stabis sola sepulchro.
Egregiam matrem sequitur fortuna relictae
spesque domus, et cuncti animi solatia nostri :
ipse ego iam saxo videor mini pressus eodem.
Haec modo pauca quidem, pectus testantia moestum,
dieta velim : sed plura alias ; tempusque per omne
hac tua, fida parens, resonabit gloria lingua.
Has longum exequias tribuam tibi : postque caduci
corporis interitum, quod adhuc viget, optima sub quo
vivis adhuc genitrix, cum iam comprenserit urna
hos etiam cineres, nisi me premat immemor aetas,
vincemus pariter, pariter memorabimur ambo.
Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostram
extinctura venit fragili cum corpore famam,
tu saltem, tu sola, precor, post busta superstes
vive, nec immerito vocent oblivia Lethes.
Versiculos tibi nunc totidem, quot praebuit annos
vita, damus ; gemitus et caetera digna tulisti,
dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros,
ac licuit gelidis lacrymas infundere membris.
Per le questioni che si sono fatte sulla madre del Petrarca (rias-
sunte e conchiuse da G. 0. Corazzini, La madre di Francesco Petrarca;
Firenze, 1903, seconda ediz.), ha in questi versi molta importanza la
interpetrazione, alla quale nessuno ha posto mente, della frase
« Pythagorae in bivio » nel v. 17. Cotesta frase, nel linguaggio del
tempo, significava nè più nè meno che l'età di quindici anni ; e così
ci è dichiarata da un dugentista, frate Salimbene da Parma, il quale
nella sua Chronìca (pag. 10), rimpiangendo la morte immatura d' un
giovinetto « qui, cum pervenisset ad bivium pythagoricae litterae,
« ultimum diem clausit », soggiunge : « idest finitis tribus lustris,
« quia tria lustra complent cyclum Indictionum » ; dal che sembra che
l'indizione s'indicasse anche con la lettera Y, nella qual lettera bi-
forcata aveva Pitagora simboleggiato il bivio delle due strade che si
aprono, sul cominciare della giovinezza, verso il bene e verso il male.
Dunque il Panegirìcum matris fu scritto dal Petrarca a quindici anni,
nel 1319 ; nel quale anno, di lei trentottesimo (vv. 35-36), morì la ma-
dre sua Eletta Canigiani (nata dunque nel 1281) prima moglie di ser
Petracco, che in seconde nozze sposò Niccolosa di Vanni Sigoli.
36 Le Rime, cclxxxv e cxxvm.
37 Foscolo, Sepolcri, vv. 175-79.
38 Pio Kajna, Le Corti d'Amore; Milano, Hoepli, 1890.
39 Le Rime, ccxxxvin. Il bacio a madonna Laura, che dà argomento
DA DANTE AL BOCCACCIO
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a quel Sonetto, fu magistralmente illustrato da Giovanni Mestica
(Nuova Antologia, fase, del 1° aprile 1892).
40 X, vii.
41 Lettera di Giovanni Rucellai da Avignone, il 13 maggio 1506,
a Lorenzo di Filippo Strozzi in Venezia ; a pag. 243-41 delle Opere di
Giovanni Rucellai per cura di Guido Mazzoni ; Bologna, Zanichelli,
1887. Anche Giambatista Marino, descrivendo nel 1615 le usanze fran-
cesi, e ancor egli come il Rucellai facendo tirocinio di quella lingua,
scriveva da Parigi : « Le signore non fanno scrupolo di lasciarsi ba-
« ciare in publico ; e si tratta con tanta libertà, che ogni pastore
« può dire alla sua ninfa commodamente il fatto suo ». (Lettere ; Ve-
nezia, 1627 ; pag. 181).
42 Mor gante, xxv, 301.
43 Vedi la edizione, fedelissima alla lezione dell'antico testo Bar-
beriniano, procurata dal conte Carlo Baudi di Vesme per la R. Com-
missione de' Testi di lingua ; Bologna, 1875.
44 Nella parte quinta e sesta, a pag. 100-165, 174-188, 230-235, della
citata ediz.
45 Histoire de Florence par F. T. Perrens ; tomo III (Paris, 1877),
pag. 339 segg. Questa e alcun' altra esagerazione, e qualche inesattezza,
non tolgono però il suo pregio a quel capitolo su la vie privée in Fi-
renze tra i secoli XIII e XIV.
46 A pag. 118-119.
47 A pag. 119-120, 125-126.
48 La « cameriera » era pe' Fiorentini del Trecento personaggio
da corti : tantoché il Borghini, trovando in certi registri di popo-
lazione sul principio appunto del secolo XIV una « cameriera di
Guido Benzi » annotava : « Ci è alcuna volta questa voce cameriera.
« Non so se è il medesimo che servigiale ec. ; chè non mi pare che
« quel tempo usasse molte delicatezze e varietà di servitori » (a
pag. 232 del quadernetto II Fornaio di Vincenzio Borghini ; nell'Archi-
vio fiorentino di Stato, Manoscritti vari, n.° 482). Infatti le donne
fiorentine delle dieci Giornate, sebbene « reine », non hanno « came-
riere » ma « fanti » ; così le due che attendono alla cucina, come le
altre due che « al governo delle camere delle donne ». (Decameron ,
Introduzione).
49 A pag. 123-125.
50 A pag. 139.
51 A pag. 62.
52 A pag. 173-174.
33 A pag. 31-32.
34 A pag. 71-72.
53 A pag. 120-121.
56 Vedi, a tale proposito, alcune pagine (117-24) del mio Studio
La gente nuova in Firenze nel volume Dante ne' tempi di Dante : Bologna,
100
DA DANTE AL BOCCACCIO
Zanichelli, 1888. Cfr. G. Melodia, Dante e Francesco da Barberino, Ve-
nezia, Estr. dal Giornale dantesco, 1896 : A. Thomas, Francesco da Barbe-
rino et la littèrature provengale en Italie au moyen-àge ; Paris, 1883 : O. An-
tognoni, Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani, a pag. 59-79 del
Saggio di studi sopra la Commedia di Dante ; Livorno, Giusti, 1893.
57 A pag. 15.
58 Mi sia lecito ripetere parole mie, e indicare la illustrazione
che mi occorse fare d'alcuni documenti letterari fiorentini d'etica
amorosa, appartenenti a quell'età. Vedi Dino Compagni e la sua Cro-
nica, I, 418 segg.
59 Stanno a pag. 46-55 di Alcune lettere familiari del secolo XIV. pub-
blicate da Pietro Dazzi, nel fase. XC delle Curiosità letterarie; Bologna,
Romagnoli, 1868.
60 Di queste chiose detti saggio nel libro e luogo testé indicati
in nota 58.
61 Parad. Vili, 2. Vedi nella Crusca (Va imp.), s. v. Folle, il § VII.
62 Vedi le Regole della vita matrimoniale di frate Cherubino da Siena
ristampate per cura di F. Zambrini e di C. Negroni; Bologna, 1888, disp.
ccxxviii delle Curiosità letterarie.
63 Vedi il libretto Strenne nuziali del secolo XIV (Livorno, Vi-
go, 1873), pubblicato da O. Targioni Tozzetti. « Popolani precetti » ho
detto, sebbene in alcune di quelle scritture figurino a darli alla loro
figliuola un re e una regina : contaminazione che ha un po' del bar-
berinesco. Di quella, fra le dette scritture, che non ha in scena co-
desti fantocci, e dalla quale ho già addotto il preambolo e il com-
miato, credo far cosa grata alle gentili lettrici, abbellendone per
disteso almeno quest'angolo del mio libro sulla Donna fiorentina. A
pag. 37-40 delle cit. Strenne nuziali: ma mi son valso anche del testo
che pel primo ne dette F. Trucchi, in un opuscoletto di 15 pagine (Fi-
renze, Tofani, 18-47) dedicato « alle gentili donne italiane ».
Come dee dire la madre alla figliuola
quando la manda a marito
-Carissima mia figliuola. Molto ti prego, e ancora co-
mando, che .... (ved. a pag. 89)
Il primo comandamento si è, che tu ti guardi da tutte
quelle cose per le quali egli si potesse adirare o ragione-
volmente crucciare. E guardati di non stare allegra né
ridere, quando lo vedi crucciato; e similmente di non stare
crucciata, quando lo vedi allegro ; e quando egli è tur-
bato, o carico d' ira e di pensieri, non te gli ficcare sotto ;
arrecati da parte, insino che si rischiari.
. Il secondo comandamento si è, che tu sia sollecita di
sapere qual cibo più gli piaccia al desinare e alla cena, e
fa' che diligentemente gli sia apparecchiato t e avvegna-
dio che talora non ti piacesse quella tale vivanda, voglio
DA DANTE AL BOCCACCIO
101
ohe mostri pure che la ti piaccia ; però che molto è con-
venevole che la donna sappia condiscendere al piacere del
suo marito.
Il terzo comandamento si è, che quando il tuo marito
f assi affaticato per debolezza, o per fatica, o per altro
accidente, ed egli si dormisse, guardi di non lo svegliare
senza legittima ragione : e se pure tei conviene chiamare,
guarda di non destarlo subitamente, nè in fretta, ma piano
e suave lo sveglia, acciò che teco non s'adirasse ; imperò
che di cotal cosa gli uomini se ne sogliono molto sdegnare.
Il quarto comandamento si è, che tu sia fedele a guar-
dia del tuo onore e del suo ; e non gli trassinare nè cassa,
nè borsa, nè altro luogo ove lui tenga i suoi denari, acciò
non prenda sospetto di te ; e se per avventura ti venisse
ciò fatto, o per altra ragione, non gliene torre veruno,
ma ripongli saviamente ; e a veruna persona in verun
modo del suo non dare, senza sua licenzia, e non prestare ;
però che egli è in tal modo tuo signore, che per l'amor
di Dio, non che per altro modo, del suo non puoi dare ai
poveri, senza sua richiesta : onde con sommo studio t'in-
gegna di guardare il suo ; chè siccome l' uomo è lodato
d'esser largo, così la donna è lodata per salvare le cose
del marito.
Il quinto comandamento si è, che tu non ti mostri
troppo volenterosa di sapere le credenze e secreti del tuo
marito ; e se addiviene che lui te le dica, guarda che tu
non lo ridica a veruna persona. E ancora ti guarda di ri-
dire fuori della casa tua le parole dette familiarmente in
casa tua, qualmente che sieno di piccolo valore ; però che
troppo è villana cosa che altri sappi i fatti della tua fa-
miglia, principalmente per la tua bocca ; e la donna di ciò
n'è tenuta mentecatta e sciocca, e il marito l'ha in odio.
Il sesto comandamento si è, che tu ami e porti fede,
come si conviene, a' servidori e alla famiglia, e principal-
mente a coloro che sono in amore del tuo marito ; e che
per leggiere cagioni non gli biasimi e non gli accomiati,
però che sempre ne saresti odiata, e potresti per loro e
per la famiglia esserne abbominata di tale infamia, che
quasi mai non ti cadrebbe il biasimo, e agevolmente ne po-
tresti venire in odio del tuo marito e dell'altre genti.
Il settimo comandamento si è, che tu non facci per lo
tuo senno alcuna grande cosa senza il consentimento del
tuo marito, qualmente che quella cosa ti paresse da fare ;
e guarda che tu non gli dichi, per alcuno modo : « Il mio
consiglio era migliore che '1 tuo », eziandio che fosse bene
DA DANTE AL BOCCACCIO
migliore ; perciò che il condurresti agevolmente in grande
sdegno verso te e in grande odio.
L'ottavo comandamento si è, che tu non richiegghi di
cosa il tuo marito, che non si convenga, e che gli fusse
troppo malagevole a fare ; e massimamente cosa tu creda
che gli dispiaccia, e che sia contro al suo onore, acciò che
tu non sia cagione di suo male, danno, o struggimento.
Il nono comandamento si è, che tu t' ingegni di mante-
nere la tua persona fresca e bella e adorna e netta, in for-
ma e modo che sia onesta, senza alcuna cosa disonesta o
brutto adornamento : imperò che quando il tuo marito ti
vedesse disonestamente ornare oltre al suo piacere, legger-
mente ti potrebbe avere a sospetto ; chè tenendoti onesta-
mente adorna, te ne amerà e terrà più cara.
Il decimo comandamento si è, che tu non sia troppo do-
mestica colla tua famiglia nè troppo inchinevole, spezial-
mente a quelle persone che ti dovrebbono servire, o don-
zello o servigiale che sia, servo o serva : però che troppa
dimestichezza importa vizio, e troppa familiarità ingenera
sdegno ; onde troppo è meglio essere un poco verso di loro
altiera e signorile : imperò che non è già buon segno ve-
dere la serva in superbia inverso la madonna ; onde vol-
garmente dice la gente : la serva signoreggia, se la madonna
folleggia.
L'undecimo comandamento si è, che tu non sia troppo
randagia, nè che tu non vada troppo fuori di casa tua ;
imperò che la donna che sta costantemente a casa, e va
poco a torno, è allegrezza del marito suo, siccome dice Sa-
lomone, che '1 seppe bene : chè all'uomo bisogna provve-
dere a' fatti di fuori di casa, per fare quelli di dentro alla
casa; e così conviene chela donna provvegghi a' fatti della
famiglia e della masserizia : i quali giammai non faresti
bene, figliuola mia, se tu randagia fussi. Ancora voglio e
cornandoti, che tu ti guardi di favellare troppo ; però che
il poco parlare principalmente sta bene nelle donne, e si-
gnifica onestà ; chè se la donna fusse bene sciocca, e ella
parli poco, è tenuta savia. Ancora ti comando, che sia mo-
desta, cioè che non vogli sapere troppo, nè dar fede a in-
dovine, nè a loro fatture o incantazioni : perciò che molto
è sconvenevole alle donne voler sapere come gli uomini
nell' operare degli uomini.
Il duodecimo comandamento, e maggiore che io ti possa
fare e onde io più ti gastigo, si è, che tu non facci cosa,
per opere o per parole o per sembianti, onde il tuo ma-
rito possa entrare o incorrere in alcuna gelosia ; però che
DA DANTE AL BOCCACCIO
103
quello è quella cosa che più tosto ti potrebbe il suo amore
torre che altra cosa, e sempre ne verresti a sospetto, e
lui faresti stare in ardente ffimma, e tu verresti non so-
lamente nel suo odio ma ancora in quello de'parenti e
degli amici ; e tale infamia t'assalirebbe, per modo che
mai non ti cadrebbe : però che questo fallo porta tal mac-
chia, che mai non si può lavare. E questo ti sia sopra
tutti i comandamenti ; certificandoti, che la moglie in nes-
sun modo può far cosa al marito che tanto gli sia cara,
com'ella sia onesta di suo corpo : e così per l'opposto. Che
però ogni onore, ogni riverenza, secondo che s'avviene sia
sollecita di rendergli : e quando egli torna a casa, sempre
gli fa'buona ricoglienza : e lietamente fa' onore a' parenti
suoi, maggiormente che a' tuoi, però che così farà egli
a' tuoi. Che se per avventura, nell'avvenimento d' alcuna
altra onorevole persona, tu facessi alcuna opera vile della
masserizia di casa, incontanente riponi la rócca e il fuso,
nascondi l'opera servile, qualunque si sia; acciò che non
pai allevata in villa. Nelle opere amorevoli non ti partire
dall'onestà, secondo gli atti che io ti ho detti i quali tra
me e te abbiamo ragionati, acciò che troppa amorosa voglia
innanzi al tempo non ti togliesse il suo affetto : e per sì
fatto modo il guarda, che amore, e non sdegno, sia cagione
della sua guardia : e lascialo sempre un pochettino quasi
usare un'amorosa forza ; imperò che quella amorosa forza
ritorna in tua onestà.
Facendo adunque le dette cose sarai corona d'oro del
tuo marito.
Allora la gentile madre e savia donna benedisse e se-
gnò (vedi a pag. 89).
64 Cronica, I, iv.
€s Vedi, con brevi ma acconcissime parole, svolto questo pensiero
da R. Fornaciari, nel suo Quadro storico della letteratura italiana nei
primi quattro secoli ; Firenze, 1885; pag. 88-90.
66 Felice Tribolati nel IV° de' suoi eleganti Diporti letterarii sul
Decamerone; Pisa, 1873; pag. 160-62. Tedi ivi anche il giudizio del Pe-
trarca sulla Griselda, la quale egli tradusse in latino : e cfr. le Senili
del Petrarca, date dal Fracassetti, II, 541 segg.
67 Inf. II.
68 Inf, I e II.
e» Inf. II e IV.
™ Purg. X-XXVI.
« Purg. XXVII.
™ Purg. IX.
104
DA DANTE AL BOCCACCIO
73 Purg. XXIX-XXXIII. Di quel « donnescamente » dantesco, che
s' interpetra comunemente per « con grazia e gentilezza femminili »,
o simile, mi sembra singolare e vera la dichiarazione che nel suo la-
tino esplicativo ne fa un frate del Quattrocento (Giovanni da Ser-
ravalle, Translalìo et Comentum totius libri Dantis Aldigherii ; Prato,
1891; pag. 813;: « dominabiliter, scilicet more suavis et nobilis domi-
« nae » : insomma « signorilmente »; con attinenza al bello e possente
significato della parola « donna » per « signora », abbracciato sì dai
poeti e sì dal popolo nelle locuzioni « la mia donna » e « madonna ».
E a cotesto « donnescamente », rintegrato fcom' io credo) nel senso
che volle imprimergli il Poeta, porge illustrazione e conferma il
verbo « donneggiare », cristallizzatosi in un antico proverbio che am-
moniva le « signore » di poco savia condotta, le quali si lasciano, di-
remmo oggi, pigliar la mano dalla servitù: «Quando madonna fol-
leggia, la fante donneggia », cioè fa lei da signora, diventa lei la
padrona. Proverbio, la cui efficace dicitura o guastano o snervano i
lessicografi che a « donneggia » o sostituiscono, o aggiungono come
variante, « danneggia ». La quale, o sostituzione o variante, che sia
da rigettare senz'altro, se anche non lo dicessero l'orecchio e il buon
gusto, lo imporrebbe il raffronto di quella trecentistica scrittura fio-
rentina degli Avvertimenti di maritaggio testé riferiti in una delle
precedenti note; nel decimo dei quali (pag. 102) abbiam letto : « Troppa
« dimestichezza » della padrona verso la « famiglia », cioè verso la ser-
vitù, « importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno ; onde
« troppo è meglio essere un poco verso di loro altiera e signorile: im-
« però che non è già buon segno vedere la serva in superbia in-
« verso la madonna ; onde volgarmente dice la gente : — La serva si-
« gnoreggia, se la madonna folleggia ».
74 Parad. Il, 19-30; V, 86-93 ; ecc.
75 Parad. XXXI e XXXII.
76 § XLIII.
BEATEICE
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
Questo Studio fu pubblicato la prima volta nella Nuova Antologia
nel giugno del 1890, sesto centenario della morte di Beatrice.
Fu ristampato, con appendice di documenti ed altre illustrazioni, in
Milano, Hoepli, 1891. I Documenti dell' edizione Hoepli sono : I, Te-
stamento di Folco Portìnari. II, Atto di fondazione dell'Ospedale di Santa
Maria Nuova per Folco Portinari. Ili, Magistrature di Folco Portinari, e
altre indicazioni su lui. IV, Documenti militari fiorentini, ai §§ IX-X
della Vita Nuova. V, Dai libri mercantili dei Bardi. VI, La Canzone di
messer Cino a Dante per la morte di Beatrice.
I.
A dì 15 gennaio del 1288, in una chiesa e convento su-
burbani a Firenze, fra le mura del secondo o penultimo
cerchio, e quella che era allora pendice boscosa (cafag-
gio, dicevano) di dolce salita verso i colli flesolani, ed è
oggi la parte più elevata e forse la più ridente della città
che anche il suo cerchio terzo ha varcato e distrutto, si
accoglievano i religiosi di quel convento e chiesa di San-
t' Egidio, frati denominati della Penitenza di Gesù Cristo,
intorno ad un ragguardevole cittadino, che in presenza
di essi dettava ài notaro il suo testamento. Folco di Ri-
covero di Folco dei Portinari, famiglia anticamente ghi-
bellina, consolare, delle « discese giù da Fiesole », 1 e
che la mercatura avea fatte ricche e popolane e guelfe,
assicurava con queir atto i perenni effetti di una sua
splendida beneficenza, quale era stata la fondazione d' uno
spedale da lui medesimo pur allora costruito presso il
detto convento. « Raccomando umilmente Y anima mia
cosi scriveva le parole di Folco il notaro Tedaldo Rusti-
chelli « a Dio vivo e vero, e mi eleggo la sepoltura nella
« cappella del mio spedale di Santa Maria Nuova. Offro
« a Dio, al Signore Gesù Cristo, alla Beata Vergine Maria
« madre di lui, il detto spedale e cappella ovvero chiesa
« per rimedio delle peccata mie e de' miei, e in servigio
« de' poveri infermi. I miei eredi lo mantengano e ne siano
« i patroni. A religiosi e poveri lascio.... » ; seguivano in
108
BEATRICE
lunga lista fraterie, monasteri, spedali della città e del
contado. Disponeva poscia per la famiglia, nominandoli
capo per capo. Prima, la moglie : madonna Cilia dei Ca-
ponsacchi, altra di quelle famiglie « nel mercato discese
giù da Fiesole », questa però rimasta ghibellina e de' Gran-
di ; poi una sorella sua naturale, Nuta, alla quale assicura
che le sia continuato nelle case de' Portinari la dimora e
il mantenimento. Ma innanzi di venire a' figliuoli, vuol
designate quelle che sono case de' Portinari, dalle quali
esclude, perchè nei Portinari rimangano, qualsiasi suc-
cessione o diritto di femmine. E prima, la vecchia casa
di famiglia, nel popolo di San Procolo, l'istaurata da lui
insieme con altri consorti : poi una casa nel popolo di
Santa Maria in campo, lì presso alle mura ; e il palagio
di sua abitazione, con torre, posto nel popolo di Santa Mar-
gherita ; e altre case e casolari. Dopo di che nomina le
figliuole : delle quali, quattro sono fanciulle, Vanna, Fia,
Margherita, Castoria; e avranno dote di ottocento lire
a fiorini, ciascuna : due maritate, madonna Bice nei
Bardi, madonna Ravignana nei Falconieri. Lascia a ma-
donna Bice lire cinquanta a fiorini : di madonna Ravi-
gnana, che è morta, ricorda un figlio Nicola, e a lui as-
segna la medesima somma. Eredi istituisce i figliuoli :
Manetto, Ricovero, Pigello, Gherardo, Iacopo ; in minore
età questi ultimi tre; e ne affida la tutela, come delle fi-
gliuole che sono nella stessa condizione, ai due altri mag-
giori, ed inoltre a messer Vieri di Torrigiano de' Cerchi,
a messer Bindo de' Cerchi, e a due de' suoi propri con-
sorti.
« Sano, la Dio grazia, di mente e di corpo » è detto il
testatore ; nè forse era molto innanzi con gli anni, se in
quella figliolanza copiosa di ben undici, due soli de' ma-
schi avevan toccata F età maggiore, due sole delle sei
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
109
femmine erano andate, e solevano andare cosi giovinette,
a marito ; e di esse un sol figliuolo la Ravignana, e nes-
suno apparisce averne la Bice. Pochi mesi dipoi, il 23
giugno, egli medesimo con solenne atto fondava il suo
diletto ospedale, assegnandogli terre, suppellettili, para-
menta e utensili sacri, facendosene dal vescovo di Firenze
Andrea de' Mozzi investire patrono, sè e suoi discendenti,
e insediandovi il primo rettore, a suon di campane e can-
tandosi nella nuova chiesetta il Te Deum. Un anno e mezzo
ancora ; e il buon Folco mancava a' suoi figliuoli e ai suoi
poveri, il di ultimo del 1289. 11 suo sepolcro in pietra, con
V arme gentilizia (la porta, arme parlante ; e dalle bande
due leoni rampanti) e con iscrizione in lettere gotiche,
durò in quella sua chiesetta, più secoli ; vegliato dall' ima-
gine di Maria, che egli stesso avea collocata sull' al-
tare in una tavola di Cimabue, alla quale successero
ne' tempi, prima una Annunziata di Andrea del Castagno,
poi di Alessandro Allori una Vergine madre circondata
da Sante. Oggi ne la cappella nè il primitivo spedale, che
fini col nome di Spedale di San Matteo, più non esistono ;
e sull' uno e sull' altra, e sulle ossa di Folco e della mo-
glie e de' figliuoli di lui, si è adagiato co' suoi innumeri
e farraginosi protocolli l'Archivio notarile de' Contratti.
Ma delle tombe di essi Portinari, quella di Folco è, non
senza giusto destino, sopravvissuta ; e fu modernamente
trasportata e ricomposta, con pietosa industria, nella chiesa
di Sant' Egidio, cioè nell' attuai chiesa dell'Arcispedale di
Santa Maria Nuova. Cosi al pio luogo non è venuta meno
la presenza del genio suo tutelare. Tuttavia pochi sanno
di quel monumento o, come può dirsi ormai, cenotafio,
sul quale si seguita a leggere : « Hic iacet Fulchus de
« Portinariis qui fuit fundator et edifìcator [h]uius ecclesie
« et ospitalis S. Marie Nove et decessit anno MCCLXXXIX
110
BEATRICE
« die XXXI decembris. Cuius anima prò Dei misericordia
« requiescat in pace ». Non sono pervenute fino a noi, ma
durarono qualche secolo, le sepolture, che erano pure in
San Matteo, del fìgliuol suo Manetto, morto il 28 agosto
del 1334, e di Accinto fìgliuol di Manetto, morto il 17
giugno 1358. 2
Alla vita di Folco, che dalle cose accennate può in-
dursi non lunga, darebbero già altissima lode la carità e
la bontà, che informano i suoi estremi voleri : ma altri
atti ci attestano altre sue civili benemerenze. Il suo nome
è nei ruoli d' ambedue i magistrati, coi quali, fra il 1280
e P 82, si fondò saldamente la democrazia fiorentina: prima
i Quattordici buoni uomini, insediati dal cardinale Latino
a suggello della pace fra Ghibellini e Guelfi ; e poi i Priori
delle Arti, coi quali il popolo artigiano incominciò il suo
sormontare nello stato. In ambedue i magistrati è Folco :
de' Quattordici, nel marzo dell' 82 ; de' Priori, nelP agosto
con la prima normale elezione che ne fu fatta in numero
di sei, uno per Sesto e per una delle Arti maggiori. Folco
vi era pel Sesto di Porta San Piero, e per l'Arte de' Mer-
catanti. Il nome di Folco in coteste liste, e così in altri
due priorati de' quali egli fece parte, del 1285 e dell' 87, è
uno di quei nomi che rappresentano si P elemento magna-
tizio, il quale si acconciava come alla mercatura cosi ai
magistrati della città, e sì P elemento ghibellino, che mo-
dificatosi progressivamente nella seconda metà del secolo,
anche innanzi allo stabile trionfo guelfo del 1267, venne in
quell' ultimo trentennio sceverandosi fra Ghibellini puri e
avversi al reggimento popolare, e Ghibellini moderati che
accettavano del reggimento e della mercatura la utile co-
munanza col popolo e coi Guelfi. Su tale terreno si dise-
gnava la nuova divisione della cittadinanza. Popolani e
Grandi « purché fossero mercatanti », 3 dall' una parte : e
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
111
Grandi inflessibili e intransigenti, dall' altra : e questa par-
tizione gli Ordinamenti della Giustizia nel 1293 statuirono,
consacrarono. E parimente ed insieme : dall' una parte,
Ghibellini condiscendenti ai Guelfi, Guelfi benevoli ai
Ghibellini, perchè concordi Guelfi e Ghibellini nell'amare
o nelP accettare reggimento di popolo : e dall' altra Ghi-
bellini immutati, e questi ebbe dispersi F esilio ; o Guelfi
radicali, e questi, l'anno 1300, furono i Guelfi Neri, nel
nome di Guelfi Bianchi confondendosi quei Guelfi e Ghi-
bellini sotto V auspicio popolare amicatisi. Dei Guelfi
Bianchi non fu a tempo, morendo nell' 89, ad essere Folco:
ma tra i Guelfi Bianchi rimase, co' suoi figliuoli e con-
sorti, il suo nome; vi rimase, anche tra le vittime della
violenza e del trionfo dei Neri. Il giovinetto Pigello mori
avvelenato dai Neri, da un prete ; 4 e nella Riforma di
messer Baldo d'Aguglione, del 1311, 5 fra i reietti dalla
cittadinanza, ristrettasi a Guelfa Nera, sono i Portinari :
vi sono con Dante.
Basta, del resto, quanto siam venuti dicendo (se pur
non fosse stato altrove dimostrato ampiamente 6), per com-
prendere che Parte Bianca preesistè, in fatto, di alquanti
anni al proprio battesimo : e il testamento stesso di Folco
non è senza importanza per co testa, direi quasi, preisto-
ria delle due fazioni. La tutela de' figliuoli egli commette
con pari fiducia a' consorti suoi Portinari e ai Cerchi,
compagni suoi di traffico, i futuri capi di Parte Bianca; e
fra i designati tutori è messer Vieri di Torrigiano, quello
stesso che nelle gare tra Cerchi e Donati bilancerà, con
la potenza mercantile e l' autorità di gran cittadino, le
feroci ambizioni di messer Corso Donati, finché queste
prorompano in aperta violenza, che appoggiata da papa
Bonifazio, trionferà. E delle due figlie maggiori, la Ravi-
gnana, nome di antico stampo che ricordava la famiglia
112
BEATRICE
di Bellincion Berti de' Ravignani; «dell'alto Bellincio-
ne », 7 nel cui palagio, fatto comitale dai Guidi, erano i
Cerchi signorilmente successi; la Ravignana, Folco P ha
maritata a Bandino Falconieri, che sarà uno de' maggio-
renti di Parte Bianca, e dei più favellatori nei Consigli
del Popolo : P altra, la Bice, a messer Simone de' Bardi,
famiglia di Grandi, ma altresì cambiatori e banchieri
de* più poderosi, e Grandi guelfissimi, e che saranno
de' Neri. 8 Parentadi, P uno e P altro, che tra i Portinari,
in origine ghibellini, e quelle famiglie guelfe ; tra i Por-
tinari grandi, e i Falconieri popolari ; tra i Portinari ade-
renti ai Cerchi, e i Bardi partigiani de' Donati ; ci appari-
scono subito come parentadi politici, di quelli che sug-
gellavano le paci della cittadinanza, o che il Comune
stesso, anche a proprie spese, procurava, per ovviarne,
quant' era possibile, le scissure e le guerre. Nei quali ma-
trimoni, si avverta bene (e con questo avviciniamoci
al soggetto del presente Studio), P amore non entrava per
nulla; ed invero il più delle volte se ne stipulavano gli
atti di promissione, essendo gli sposi, non che giovinetti,
ma ancora fanciulli. Oltredichè, anche quando non si trat-
tasse di matrimoni così fatti a secondo fine civile, la sposa
era « data » ; non essa avea disposto del suo cuore e della
sua mano : la dava il padre ; il marito la riceveva, anzi
« la menava », 9 a lui stesso consentita innanzi o designata
dal proprio padre, piuttostochè cercata e sospirata per dolce
e faticosa conquista d' amore.
A1P amore si faceva volentieri in versi. Non dico che
non si facesse anche in altra maniera : ma P « amore per
rima » era, ciò che oggi non è certamente, una costumanza,
un andazzo ; potremmo dire, scomodando un grosso voca-
bolo, un' istituzione. Alcun che di simile fu pure il secen-
tismo nel Settecento. E come in questo la donna astraeva,
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
113
in sè medesima, la persona sua coniugale e quella di
dama servita dal cavaliere ; cosi la donna dei nostri an-
tichi rimatori non aveva nulla che fare con la donna toc-
cata loro veramente compagna, ed anche compagna (se a
Dio era piaciuto) carissima, della vita. La loro « donna
mia », la loro « donna gentile », la donna del sonetto e
della ballatetta, rimaneva fuori della casa e della fami-
glia : nella casa e nella famiglia P uomo era ben altro che
facitor di rime amorose : era mercatante, era lanaiuolo,
era cambiatore, era giurista ; e poi era magistrato, era
partigiano, era milite di cavallata, era ambasciatore del
Comune, andava rettore nelle altre terre d' Italia : ed ol-
tre tutto questo, era diligentissimo padrefamiglia, che alla
donna sua vera, alla moglie, commetteva in fidata custodia
la casa, alle mani di lei valenti raccomandandone la mas-
serizia, e nella prole, per solito numerosa, assicurando in
vario modo le speranze e i disegni che i loro vecchi ave-
vano accolto nelF animo quando li avevano congiunti ma-
rito e moglie.
Questa vita, cosi severamente pratica, laboriosa, pro-
cacciante, e nella quale alla formazione della famiglia so-
printendevano F autorità dei genitori e gP interessi do-
mestici o cittadini, versava nelle rime d' amore quanto di
affettive idealità rimaneva in essa impedito o compresso. E
vien subito pensato che in tali condizioni reali, la donna
di rime originate in quel modo, questa donna affatto este-
riore all'orbita delle cose attualmente e operativamente
amate e curate dall' uomo di quei tempi, fosse, anzi do-
vesse senz'altro essere, donna ideale, una figura poetica, il
tema: il tema fittizio dei dolci sospiri, dei desiri dubbiosi, de-
gli sconforti, delle confidenze soavi, che di necessità man-
cavano a quelle destinazioni senza scelta, a quel possesso
senza contrasti. Ma non era così ; anzi, ribatteremo, non
Del Lungo
8
114
BEATRICE
poteva, per quelle stesse condizioni e qualità psicologi-
che di vita reale, non poteva esser così. Quella praticità
di abitudini, positività d' intendimenti, ripugnanza in chec-
ché si facesse dall' astratto e non determinato, era ca-
gione che cotesti uomini, se gentilezza di cuore e di mente
li portava a dir parole di amore in rima, volessero una
donna alla quale indirizzarle ; una donna viva e vera, col
suo nome e cognome ; volessero, questo loro « rimare so-
« pra materia amorosa », questo « cotal modo di par-
« lare, trovato per dire d'amore, farlo intendere » in buon
volgare « a donna alla quale era malagevole intendere i
« versi latini » ; secondochè, nella Vita Nuova, 10 con
imagini e locuzioni, come sentiamo, quanto più desiderar
si possa nette e positive, ci è significato da Dante.
La «donna » del rimatore, dunque, esisteva; esisteva
in tutta la sua realtà femminile, compresovi il non saper
di latino : a una donna pensavano, a una donna parla-
vano, i « dicitori per rima » ; 11 a una donna, la cui bel-
lezza potesse il rimatore visibilmente ammirare, allietarsi
del sorriso, per la lontananza sua sospirare, dei suoi lutti
attristarsi, piangere sulla sua tomba, custodirne pia e ispi-
ratrice la ricordanza. E pur tuttavia, nell'omaggio che ella
riceveva, nulla era da ingelosirsene nè il marito di lei,
nè la moglie del rimatore : aveva nome e cognome ; ma
questo cognome poteva anche, e senza veruno scandalo,
essere quello che un valentuomo le avesse dato a portare
e onorare : poteva per altre cagioni (di quelle per le quali
potè sempre e può anc'oggi), ma non per questa dei versi
d' amore, essere la quiete coniugale turbata. Fra le tante,
per le quali quella gente fiera e riottosa veniva al sangue
così di leggieri, non si ha memoria, essere mai stato uno
di tali amori poetici, che abbia fatto arrotare nel cupo si-
lenzio della vendetta, o sguainare nei furori delle mi-
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
115
schie improvvise, i ferri fratricidi. Nessun codice, dei tanti
che riboccano di rime amorose, potrebbe essere registrato
fra i documenti infausti delle nostre discordie cittadine-
sche. La quale, se così vuoisi chiamare, impunità, non to-
glieva bensì, che il rimatore facesse de' suoi sospiri un
mistero gentile, e mostrasse custodirlo segretamente, co-
sicché al fior dell' affetto amoroso non mancasse neanche
questa sua più delicata fragranza. Quindi, e lo schermir-
si con le apparenze d' un altro amore, per nascondere
quello vero ; 12 e alle altrui inchieste negar di rispon-
dere ; 13 e ne' serventesi enumerativi, a uso provenzale, 14
delle più belle donne della città, il nome di ciascuna non
andar congiunto con altro che con quello del suo « diritto
signore », cioè del marito ; 15 e la « donna mia » del so-
netto e della ballata o non avere altra personale designa-
zione che quella (se il nome vi si presta) di qualche con-
cettosa perifrasi onomastica, od anche il nome stesso, ma
rigorosamente spoglio da qualsiasi allusione al cognome
o ad altra caratteristica gentilizia o domestica.
I cognomi, del resto, son materia ribelle al linguaggio
poetico, quanto arrendevole alle indagini e controversie
critiche. Cosicché, anche solo per ciò, dovevano codeste
donne poetiche, nel trasmettersi fino a noi, lasciar per
istrada quel loro storico distintivo, e non rimanerne al-
cuna espressa testimonianza nella poesia da esse ispirata.
Nessuno anzi ne avrebbe, è da credere, fatta questione,
se la figura sopravvissutaci d' una di quelle ispiratrici
non avesse portato seco, non pure, come le altre, intorno
alle bionde o nere chiome, i gentili ma tenui raggi d'una
poesia tutta e solamente e soggettivamente d' amore, per
quanto ideale e fantastico, sibbene, sulla fronte regal-
mente superba, la splendida aureola che emana dalla
poesia d' un grande poema, d' un concepimento oggettivo
116
BKATRICE
de' più laboriosi e comprensivi e solenni che siano mai
usciti da umano ingegno. Circondata da questa aureola,
la figura che è donna nella Vita Nuova, angelo e simbolo
nella Divina Commedia, risorge dal suo sepolcro, oggi
dopo seicent' anni ; e nel linguaggio che le ha appropriato
P immortale amico suo, anche a noi, nè forse con diverso
intendimento, ripete
Guardami "ben ; ben son, ben son Beatrice.
Non con diverso intendimento ; se a Dante atteg-
giato di vergogna e di pentimento dinanzi a lei, là sul
verdeggiante ripiano della sacra montagna, ella rinfac-
ciava, con quelle parole, d' averla dimenticata e, o per
altre imagini di bello e di buono, o per realità mondane,
sconosciuta e postergata ; i6 e se a noi, che ci trasciniamo
faticosamente dietro alle imagini o alle parvenze del pas-
sato, seguendo la tormentosa ricerca del vero, ella vo-
lesse (pentiti o no che la critica, sola ormai nostra, ahimè!
poco amabile, « donna », ci permetta di essere) rimpro-
verare di non aver saputo nella figura della donna e del-
l' angelo riconoscere la Bice che nacque de' Portinari e
andò sposa nei Bardi. 17
IL
Tutti sanno che questa identificazione risale al Boc-
caccio, e che da lui V accettarono e fecer propria altri
antichi. Ciò che nei soavi e sfumati adombramenti della
Vita Nuova è semplice « apparimento » di fanciulla « in
giovanissima etade », primo incontro di quell' « angiola
giovanissima »,, 18 addiviene, sotto V abbondante colorito
del gran novelliere, 19 il calendimaggio festeggiato nelle
case d' un vicino degli Alighieri, « uomo assai orrevole
in quei tempi tra i cittadini » : e quest' uomo è Folco
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII 117
Portinari. In quel calendimaggio del 1274, Beatrice appari-
sce al garzoncello Alighieri, «non credo primamente», dice
sempre analitico, il geniale biografo, che pensa e provvede
a tutte le possibilità storiche dell' argomento propostosi,
ma la prima volta che fosse « possente ad innamorare ».
Nella Vita Nuova, « alli occhi di Dante appare per la
« prima volta la gloriosa donna della sua mente », il cui
nome è Beatrice anche in bocca di coloro i quali « non
« sanno che si chiamare », cioè non sanno che cosa chia-
mino, ignorano quanto ad essa si convenga quel nome,
quanto ella abbia in sè di beatitudine, a quale e quanta
ella sia riserbata. La fanciulla è « vestita di nobilissimo
« colore, umile ed onesto, sanguigno, cinta ed ornata alla
« guisa che alla sua giovanissima etade si convenìa » ; è
« quasi dal principio del suo anno nono », e Dante quasi
in sulla fine pur dei nove anni, cioè nel 1274. D' allora in
poi, Amore « signoreggia V anima sua », e più volte, pure
in quella sua puerizia, gl' impone di « andare cercando
« di lei » ; 20 finché, passati altri nove anni, nè più nè
meno, « questa mirabile donna appare a lui vestita di co-
« lore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne di più
« lunga etade », gli appare « passando per una via », e « lo
« saluta molto virtuosamente », tanto che a lui « pare al-
« lora vedere tutti li termini della beatitudine ». 21 Da quel
momento,, — il quale, secondo la cronologia che Dante
stesso ha incardinata sul mistico nove, appartiene all'an-
no 1283, — secondo novennio, incominciano i pensieri e i
turbamenti amorosi, le fantasie, le visioni.
Nella narrazione del Boccaccio, 22 « Dante, il cui nono
« anno non era ancor finito, siccome i. fanciulli piccioli,
« e spezialmente ai luoghi festevoli, sogliono li padri se-
« guitare », va col padre, in una splendida giornata di
primavera fiorentina, al calendimaggio dei Portinari. « Av-
118
BEATRICE
« venne che quivi mescolato tra gli altri della sua etade,
« de' quali cosi maschi come femmine erano molti nella
« casa del festeggiante, servite le prime mense, di ciò che
« la sua picciola età poteva operare, puerilmente si diede
« con gli altri a trastullare. Era infra la turba de' giova-
« netti una figliuola del sopraddetto Folco, il cui nome
« era Bice (comecché egli sempre dal suo primitivo nome,
« cioè Beatrice, la nominasse), la cui età era forse di otto
« anni, assai leggiadretta e bella, secondo la sua fanciul-
« lezza, e ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto, con
« costumi e con parole assai più gravi e modeste che il suo
« picciolo tempo non richiedeva ; e oltre a questo, aveva
« le fattezze del volto dilicate molto e ottimamente di-
« sposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta va-
« ghezza, che quasi un' angioletta era reputata da molti.
« Costei, adunque, tale quale io la disegno o forse assai
« più bella, apparve in questa festa.... agli occhi del no-
« stro Dante.... ». E a siffatte premesse corrisponde il ri-
manente di questa parte della boccaccevole narrazione
fino alla morte di Beatrice ; massime in questo, dico o
ripeto, che quanto è nella Vita Nuova delineato a man
leggiera, e quasi paurosa della materia che tocca, quanto
ivi è per imagini spiritualissime affigurato, con accenni
sfiorato appena, velato con perifrasi, sollevato e quasi
alienato dalla vita reale tanto che talvolta è lasciato ad-
dirittura che se ne interpretino o controvertano le rela-
zioni con questa ; invece nel Trattatello, come il Boccac-
cio altrove lo chiama, 23 in laude di Dante, è lumeggiato
e colorito sensibilmente, con le realtà della vita mesco-
lato e coordinato, e per giunta moraleggiato in sentenze
sul bene e il male di questa correlativamente alla vita
dell'Alighieri.
« Passióni ed atti » è, nella Vita Nuova, frase piena
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
119
d' idealità, sotto la quale Dante omette i particolari di
quel primo novennio amoroso, all' « esempio » del già
narrato, cioè dello apparimento, riferendoli tutti come a
suo tipo. « Puerili accidenti », con frase ben altramente
positiva, li chiama il Boccaccio, e ancor egli li omette ;
omette, che dobbiam dire ? di raccontarli quali fossero ac-
caduti, o di inventarli quali egli avrebbe, certo ingegno-
sissimamente, saputo ? Subito appresso, nella Vita Nuova,
si travalica all' 83, all' episodio del saluto, al sonetto della
visione di Madonna addormentata fra le braccia d'Amore,
e da lui pasciuta del cuore del Poeta. 24 E da quelle
prime visione e rima (la quale, fra tutte le dantesche,
ha, forse più che alcun' altra, del trovadorico e occitanico)
si dipartono e succedono, con altre visioni e rime intes-
sendosi, gli episodi dell' amore di Dante : episodi, con
tenue filo congiunti alla realtà esteriore, e questa (sia essa
o una via della città, o la chiesa, o il mortorio dell'amica
di Beatrice, o uno sposalizio, o il mortorio del padre 25) è
fuggevolmente accennata, descritta non mai ; alle occor-
renze poi della vita civile dell'Alighieri una volta sola,
per quanto io vegga, collegati, della quale dirò or ora
espressamente. Molto più franco e sicuro e meglio infor-
mato il Boccaccio, il quale non ha certamente agio di fer-
marsi in particolarità e molto meno in formali episodi ;
ma per le generali e molto ricisamente sa dirci, non so-
lamente questo: che «con l'età multiplicarono le amo-
« rose fiamme, in tanto che niun'altra cosa gli era pia-
« cere o riposo o conforto, se non il vedere costei » ; ma
quest' altro ancora, che Dante « ogni altro affare lasciando,
« sollecitissimo andava là dovunque potea credere vederla,
« quasi del viso e degli occhi di lei dovesse attignere ogni
« suo bene ed intera consolazione ». Segue una digressione
morale sugi' inconvenienti che reca 1' amore nella vita,
120
BEATRICE
specialmente degli studiosi ; inconvenienti, osserva il Boc-
caccio, che nel caso di Dante, alcuni vogliono siano stati
ammendati dallo avergli V amore per Beatrice ispirate
le rime : ma, soggiunge, « l'ornato parlare » non è termine
o mèta di eccellenza assoluta, non è la « sommissima
« parte d'ogni scienza » ; nè ad altro che a « ornato par-
« lare » fu incitator di Dante l'amore per donna: or le coke
« leggiadramente nel fiorentino idioma e in rima, in laude
« della donna amata, fatte da lui », compensano esse il
danno che possa essergliene venuto « alli sacri studi e al-
« V ingegno »? Parole, per quanto sonore, tuttavia d' incre-
dibil grettezza, chi ripensi alla parte che Beatrice, la Bea-
trice pur della Vita Nuova, ha in quel Poema, la cui
grandezza il Boccaccio mostrò nel Comento di sentire e
pregiar degnamente.
III. '
E qui fermiamoci alla frase « ogni altro affare la-
sciando ». Secondo la quale, la giovinezza di Dante, dai
diciotto anni ai venticinque, o sarebbe tutta trascorsa in
un assiduo corteggiare la donna desiderata, e a tutte le
cose del mondo, anche alle doverose, anteposta, proprio
com' uno de' volgari femminieri del Decamerone ; o, poi-
ché il Boccaccio stesso si affretta a dichiarare che « one-
« stissimo fu questo amore » e scevro d'ogni « libidinoso
«appetito », dovrebbe la narrazione de' patemi amorosi,
appartenenti alla nuova vita di Dante, essere accettata
siccome positiva e puntual narrazione di fatti estrinseca-
tisi proprio ne' termini in che vengon posti ; ossia do-
vremmo credere effettivamente, che e' passasse quelli anni
dal saluto alla morte di Beatrice, che è quanto dire dal
1283 al 90, in visioni, in lacrimazioni, nello scrivere il
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XUI
121
giorno quel che sognasse la notte, in soliloqui, in lan-
guori, sottraendosi del tutto alla vita civile fiorentina, la
quale appunto in quelli anni dal cuore e dall' opera de' cit-
tadini migliori attingeva al suo spirito artigiano la più
vigorosa espressione che mai abbia avuta un reggimento
democratico. Potremmo noi, vorremmo, concepire siffatta
la' giovinezza di Dante? abbandonare non ai nobili silenzi,
alla severa solitudine, d' una meditazione feconda, ma agli
ozi isterici d' una passione che sarebbe stata fine, e vacuo
fine, a sè stessa, gli anni della sua vita più vigorosi e
più caldi ? Tutta la metafisica medievale sulla precellenza
della vita contemplativa alla vita attiva non salverebbe
dal ridicolo il Dante amoroso della Vita Nuova interpe-
trata alla lettera, cioè diversamente da quel che debba in-
terpetrarsi un libro d' amore non pur del secolo XIII, ma
altresì (e la Fiammetta equivale, sotto questo aspetto, alla
Vita Nuova 26) del XIV.
Ma v' ha di più. Io ho poc' anzi accennato, e vediamo
ora quanto preziosamente faccia al caso ed assunto no-
stri, quel collegamento che una sola volta, com' ebbi a
dire, ma una volta è pur fatto, in una pagina della Vita
Nuova, tra le idealità amorose e la realtà della vita ci-
vile di Dante.
In tale interpetrazione, dopo averne diversamente opi-
nato e dubbiato, 27 mi fermo oramai di quel passo dove
il Poeta accenna ad una sua cavalcata da Firenze, lungo
un fiume, fatta in compagnia di molti, ma di mala voglia
pel « dilungarsi da la sua beatitudine » verso un luogo
di non grande lontananza, e, pare, essendo egli su' venti
anni, cioè nel 1285. « Mi convenne » egli dice 28 « partire
« de la sopradetta cittade, » (gli convenne: andata, dun-
que, doverosa ed imposta) « ed ire verso quelle parti »
(nelle parti di Valdarno, di Casentino, di Romagna, di
122
BEATRICE
Lombardia, era la frase usuale e costante, a designare
andate o militari o politiche di cittadini in servigio del
Comune 29) « verso quelle parti », prosegue, dove trovavasi
una gentildonna fiorentina, alla quale altresì era, come
ha scritto poco innanzi, so « convenuto partirsi de la so-
« pradetta cittade », ma per luogo assai più lontano, e
donde non sarebbe tornata per un pezzo : Dante invece
mostra di porre a breve distanza di tempo la propria « ri-
tornata »; 31 parola, anche questa, della quale, come del
suo correlativo « andata », V uso militare è negli antichi
frequente. 32 Io non dubito che, spogliando del solito adom-
bramento i fatti che in questi due luoghi si accennano,
i fatti sian questi. Una gentildònna fiorentina è stata con-
dotta dal proprio marito in una delle città d' Italia, più
facilmente in una città guelfa: potevano essere Perugia,
Orvieto, Bologna, Lucca, Genova, od altra alla quale me-
glio si adatti la designazione, che è nel testo, « paese
molto lontano » da Firenze. Invero non sempre la donna
di que' mercatanti « era per Francia nel letto deserta »; 33
talora ella seguiva in que' venturosi commerci il marito:
oppure, come qui crederei più probabile, alcuna volta, e
fosse pur raramente, « menava seco la donna » 34 il citta-
dino che, con licenza del proprio Comune, andava Pote-
stà o Capitano di alcun' altra città, 35 per trattener visi al-
meno un semestre, e spesse volte un anno, e dunque per
« non rivenire a gran tempi » (cioè per lungo spazio di
tempo, per un pezzo), come della gentildonna scrive, a
confronto dell' andata propria in quella cavalcata, il
Poeta. Verso quella stessa città, ma per fermarsi ad as-
sai minor distanza da Firenze, è diretta la cavalcata,
della quale « è convenuto » far parte a Dante; il qua-
le, pochi capitoli appresso, 36 è da osservare che assai
men determinate parole appropria ad altro suo, com' ei
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII 123
dice, « passare per un cammino », fuori della città, « lungo
« il quale correva un rivo chiaro molto » : e questa può
essere una semplice passeggiata a diporto, o per cagion
di poco rilievo e tutta personale. Là invece si tratta di
una vera e propria « cavalcata » : 37 la quale se, come
dalla cronologia della Vita Nuova par che resulti, fosse
da riferire al 1285, avviciniamo un poco il testo dante-
sco ai documenti, ossia ai Consigli fiorentini del 1285 (e
si noti che, come di quell' anno, così potremmo ai Consi-
gli di altri anni), e al documento chiediamo la interpetra-
zione del testo dantesco.
« Questo è il modo eli fare la oste pel Comune di Fi-
« renze contro i Pisani, trovato per li mercatanti fiorentini
« per lo migliore e più utile stato e comodo della città
« di Firenze e degli artefici e delle Arti, e di tutta la
« Mercatanzia, della sopradetta cittade di Firenze ». E il
modo era questo: chiudersi le botteghe; sonare a mar-
tello la campana del Comune; cittadini e contadini for-
nirsi per l'oste ; scriversi liste, ciascuna di cinquanta nomi,
dai quindici ai settant' anni, e di essi V una parte andare
in oste, V altra, ma pagando, rimanere a custodia della
città: in sulla metà del mese (era il giugno) il Potestà, e
in sua compagnia cavalcheranno dugento cavalieri cit-
tadini fiorentini, moverà le insegne per andare in terra
di nimici. I duecento cavalieri menavano seco ciascuno
un compagno bene armato e con cavallo coperto.
Ora, che in quelle liste delle cinquantine, come in al-
tre simili di cotesti anni, 38 dovess' essere il nome del
ventenne Alighieri, è certo : che alla custodia della città
si ritenessero i più teneri e i più gravi di anni, e che i
gagliardi dai venti ai cinquanta fossero prescelti a ca-
valcare contro il nemico, dovrà altrettanto sembrar ragio-
nevole. Dunque la interpetrazione di quel capitolo sarebbe
124
BEATRICE
già fatta..., se non dovessimo avvertire che quella oste
contro i Pisani nell'85 non ebbe poi effetto altramente,
essendo, a quel che pare, prevalse le pratiche ed istanze
del Papa perchè così andasse a finire. 39 Ma ciò, prima di
tutto, non infirma la convenienza che abbiamo rilevata
fra le circostanze e locuzioni del testo dantesco e i par-
ticolari determinati e le forme adoperate nel documento
militare: cosicché sta sempre che quelle si adattano be-
nissimo ad una spedizione militare fiorentina, quando-
chessia e per dovecchessia avvenuta; nè la cronologia
della Vita Nuova è ancora, se pur potrà esserlo mai, cosi
tassativamente fermata, che non sia lecito riferire quel
capitolo ad altro anno che all' 85. In secondo luogo, poi,
anche non avendo avuto effetto nell' 85 una vera e propria
oste del Comune contro i Pisani, tale da lasciar traccia
di sè nella storia come fu per quelle di pochi anni ap-
presso, 4o rimane tuttavia la possibilità d' una semplice fa-
zione, od anche semplice cavalcata, delle tante che di
certo sono sfuggite a qualsiasi menzione di storico, a qua-
lunque testimonianza di documento; cavalcata di militi
cittadini verso il Valdarno pisano in quella medesima
estate. Anzi alcuni di que' documenti del giugno 1285, ai
quali io attingo, contengono questa proposta: che all'oste
generale contro Pisa si sostituisca « un' andata parti-
colare di cavalieri e pedoni », « i meno che si possa »;
tanto per non mancare agli obblighi della Taglia Guelfa,
pur dando sodisfazione alle interposizioni del Papa ; e que-
st' altra ancora, che l'andata sia libera, « senza che al-
cuno sia costretto », ma si bandisca che « chi vuole
andare si faccia scrivere ». E nulla impedisce di crede-
re, che questa o qualche consimil proposta non abbia in-
fine, dopo tutto quel dibattere di più settimane, avuto, senza
troppo strepito, che non si cercava, il proprio effetto.
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
125
Del resto, spedizioni fiorentine contro questo o quel
Comune, o in aiuto di questo o queir altro contro altri,
non facevano pur troppo difetto : e sul cadere di cotesto
medesimo anno 1285, dopo consultar lungo e vario, cin-
quanta cavalieri, « buoni e gentili uomini della città », cia-
scuno con « un compagno e due cavalli armigeri », erano
effettivamente « in oste pel Comune di Firenze » in soc-
corso de' Senesi contro gli Aretini per una guerricciuola
intorno ad un forte castello di loro frontiera, Poggio Santa
Cecilia. Aiuti fiorentini (di genti a soldo, o delle vicarìe
del contado, o di cittadini) erano inviati per le parti del
Valdarno di sopra, da Montevarchi; altri dal vicariato del
Chianti. I cittadini, designati Sesto per Sesto a tale ser-
vizio, erano costretti ad andare : cogantur ire: tal e quale
il dantesco « mi convenne partire, ed ire.... ». Dall' oste
guelfa scriveva messer Corso Donati al Comune, « spe-
rando del tutto battaglia ». La guerricciuola e V assedio
finirono in aprile con la vittoria de' Guelfi.
Ma o pisana o aretina, la spedizione guelfa per la quale
a Dante « sia convenuto partire de la sua cittade » ed
« ire verso queste o quelle parti », sia scendendo sia
risalendo il corso del suo Arno; o in queir anno 85, vuoi
nell'estate vuoi nell'inverno, ovvero in altro anno;
cotesta, insomma, qualsiasi spedizione ha qui per noi
un' importanza del tutto secondaria; questo invece im-
portandoci, che se paragoniamo il contenuto e la forma
di quel capitolo al fatto reale che in esso è adombrato,
noi intenderemo tanto bene, quanto forse su nessun altro
punto della Vita Nuova potremmo, in quali termini Dante,
scrivendola, si collocasse fra la realtà storica e le idealità
o misticità, che dir si vogliano, dell' amor suo.
Paragoniamo. Ecco il fatto. Le cavallate fiorentine pro-
cedono lungo il corso dell'Arno, al loro cammino : Dante
126
BEATRICE
è co' suoi compagni d' arme, giovane tra giovani, nella
baldanza de' suoi vent' anni, e del suo sentimento di guelfo
magnate che presta al Comune la spada degli Alighieri,
esercitata già onoratamente in Montaperti da' suoi mag-
giori, morti appiè del Carroccio. Dinanzi son date al vento
le bandiere di questo Comune glorioso; e il Giglio ver-
miglio, e la Croce del Popolo, e in lettere d'oro il dolce
nome Libertas, annunziano Firenze. — Ed ecco il racconto
della Vita Nuova. A Dante è « convenuto partire de la
cittade, ed ire verso quelle parti, ecc. ». La cagione del
partirsi, la qualità e forma dell' andata ; le condizioni della
città, ne' cui Consigli noi oggi, leggendone gli atti, cre-
diamo di rivivere ; tutto, in questo racconto, sparisce. « Av-
venne cosa per la quale mi convenne partire»: quella
cosa è la guerra guelfa; è la lega di Firenze, Genova e
Lucca contro l'odiata emula ghibellina ; è Porto Pisano,
le cui catene saranno spezzate é trascinate come spoglia
di guerra; è l'ambizione d'Ugolino della Gherardesca,
la cui atroce fine sarà immortale nella poesia di questo
giovane milite, che oggi cavalca pensando rime d'amore.
Oppure: è, verso altra parte di Toscana e contro altro
nemico, pur sempre la guerra guelfa. Arezzo e Siena ri-
muginano, anch' esse alla lor volta, i maligni umori cit-
tadini: ghibellina Arezzo col suo Vescovo battagliero, ma
guelfi i suoi fuorusciti e gli aderenti loro in città, vana-
mente aspiranti a un governo popolare sullo stampo di
quello fondato in Firenze: Siena, voltabile d' anno in anno,
guelfa ora con Firenze: son corsi appena venticinque
anni da Montaperti ; e fra soli altri quattro sarà Campai -
dino. Ma nel racconto che abbiamo dinanzi, queste realtà
solenni e tragiche svaniscono, e sottentrano ad esse i
fantasmi ideali del romanzo d' un' anima. Dante « è a la
compagnia di molti »: i suoi compagni perdono ogni per-
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII 127
sonalità individua; sono i «molti», e basta: le eavallate
cittadine, i cavalieri gentili uomini, co' loro compagni e
i cavalli coverti, sono una « compagnia » non specificata :
Dante non è solo; nient' altro. Anzi, anche questo è troppo:
non è solo, « quanto a la vista », esteriormente, in appa-
renza; ma nel segreto dell'anima sua egli è solo, solissimo,
perchè sola sua, sola degna, compagnia sono i suoi pen-
sieri d'amore. Il paradosso del maggiore Affricano, —
quand' io non fo nulla, è quando fo di più ; mai non mi
trovo men solo, che quando son solo, 41 — si adatta, con
singolare vicenda, non più ai romani pensamenti del vin-
citore d'Annibale, ma alla medievale psicologia dei traso-
gnati servi di Amore. E tale invero Dante descrive in
quella cavalcata sè stesso: « Tutto ch'io fossi a la com-
« pagnia di molti quanto a la vista, V andare mi dispiacea
« sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare V angoscia
« che il cuor sentia, però eh' io mi dilungava da la mia
«beatitudine ». Ma potete voi credergli? Vi riesce uno di
quei fieri uomini del Dugento, sotto le bandiere del suo
Comune, figurarcelo, storicamente, cosi ? — Era poeta. —
Si: ma poeta, che il gigjio della sua Firenze cantò non
dover mai essere per man di nemici « posto a ritroso » ;
il poeta che allo stemma delle grandi famiglie assegna
come il fregio più bello l'essere stato portato nelle imprese
della patria; « .... e le palle dell'oro Fiorian Fiorenza
in tutti i suoi gran fatti »; il poeta che nella ghiacciaia
infernale, sul traditore della bandiera, Bocca degli Abati,
inveisce ferocemente non pur con le parole, ma e con le
mani e co' piedi. & Questo il poeta vero, e nel poeta
V uomo. Nella Vita Nuova, dove (a rovescio) 1' uomo è il
rimatore, sull'ordito dei fatti reali è intessuta la fittizia
prammatica dell' amore per rima, son ricamate le gracili
malinconiose imagini di essa; e se n' ha un libro il cui
128
BEATRICE
fondo è reale, ma il colorito, le figure, P azione, sono in-
teramente fantastici.
Tanto fantastico, quindi, quel Dante sospiroso fra i ca-
valieri di cavallata, quanto il personaggio che, invisibile
a tutti fuori che a lui, si aggiunge alla comitiva, e chiama
il Poeta, e gli favella e lo istruisce di schermi e infin-
gimenti amorosi, e gP ispira un sonetto. Il personaggio
è Amore, il quale, vestito con poveri panni di pellegrino,
viene da quella più lontana città dov' è ita la gentildonna.
Egli è sbigottito, con gli occhi a terra, un poco sogguar-
dando le acque lucenti dell'Arno. Non però che l'Arno sia
nominato altramente che siccome « uno fiume bello, cor-
rente e chiarissimo, il quale sen già lungo questo cam-
« mino là ove io era », per il solito scrupoloso e perifra-
stico astrarre dalla storica realtà. Come della mescolanza
di essa coi fantasmi psicologici segno caratteristico è ciò;
che questa d'Amore sia chiamata apparizione ( « ne la mia
« imaginazione apparve.... disparve questa mia imagina-
« zione » ); anzi la stessa figura dell' iddio pellegrino fini-
sca col diventare un mero sentimento del Poeta;43 ma
ciò non toglie, che sin che è figura ella sia rappresentata
riguardosa della gente con la quale il Poeta è accompa-
gnato : « E sospirando pensoso venia, Per non veder la
« gente, a capo chino ». Sparito eh' egli è, Dante seguita a
cavalcare e a sospirare : « e, quasi cambiato ne la vista
« mia, cavalcai quel giorno, pensoso ed accompagnato da
« molti sospiri ». E noi con quelli lo lasceremo oramai.
IV.
Ma dopo esser venuti alle conclusioni che volevamo, e
che abbiamo già enunciate dicendo essere la Vita Nuova
un libro, il cui colorito, le figure, P azione, e di questa gli
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
129
accidenti e le vicende, sono fantastici, ma il fondo è reale.
Reale ne' fatti e nelle circostanze della vita quotidiana, ai
quali figure e azione e tutto quelP amore per rima si colle-
gano; reale nei personaggi. Reale in lui, Dante Alighieri,
e in Beatrice: nelle due gentildonne dello schermo o di-
fesa, 44 siano esse questa cosa solamente, o altresì due
giovanili passioncelle del rimatore: realtà i mortori del-
l' amica e del padre di Beatrice; 45 e V amicizia del fratello
di questa con Dante, 46 nè più nè meno che Y amicizia di
Dante con colui al quale la Vita Nuova è diretta, e che
Dante stesso, pur tacendo quello come qualunqu'altronome,
ha indubitabilmente identificato in Guido Cavalcanti : 47
vere e vive donne della città di Firenze, le donne che
aveva enumerate nel serventese delle belle, 48 fantastica-
mente poi e in vario modo operanti nella psicologia del
racconto: realtà la donna gentile vicina di casa degli
Alighieri, e amore episodiaco del fedele di Beatrice : 49
realtà i romei che passano da Firenze : 50 realtà la ispira-
zione del Poema, indeterminatamente concepita in una
celeste glorificazione di Beatrice, 51 la cui persona di
donna viva e vera, come le altre, e fiorentina, astratta
dapprima (pel solito procedimento de' rimatori) in donna
ideale, è poi, questa volta, trasfigurata e sollevata alla
sublimità luminosa di simbolo per opera di un grande
Poeta, il quale, quando avrà determinato e fatto scienziale
quel primigenio concepimento, « dirà di lei ciò che mai
non fu detto d'alcuna ».
Dinanzi a queste conchiusioni, che e' impongono la
realtà storica di Beatrice, si ha V affermazione del Boc-
caccio, eh' ella fosse de' Portinaro e figliuola di Folco.
Quale autorità può concedersi alla sua affermazione ? Di-
stinguiamo. Altro è dire che il Trattatello di messer Gio-
vanni amplifica e lumeggia retoricamente, come abbiamo
Del Lungo
9
130
BEATRICE
veduto, od anche inventa, le circostanze dei fatti per creare
intorno ad essi il colorito descrittivo ; altro è dire, che
quand' egli afferma una cosa, quella cosa non gli si debba
credere. La retorica qui non entra per nulla; il colorito
locale o personale, nemmeno. C entra invece, ed è da
considerarsi, che un cittadino fiorentino, il quale afferma,
non più tardi del 1363 o 64, 52 questa ed altre cose di fatto;
e questa la concreta in un cognome di famiglia fiorente
allora e notissima, indicandone una donna di cui vivono
in Firenze, per lo meno, i nipoti di fratello o sorella, e
che i vecchioni della città potrebbero riconoscere come
Dante Ciacco, perchè « fatti prima che essa disfatta »; non
può questo cittadino tirare in ballo piuttosto quel co-
gnome e quella donna, che un altro ed un' altra, se la
verità non fosse che proprio Bice Portinari fu la Bea-
trice dantesca, e che ciò egli scrive davvero, come
esplicitamente dichiarò pochi anni dipoi nel Contento, 53
« secondo la relazione di fededegna persona, la quale la
« conobbe e fu per consanguinità strettissima a lei ».
Quella persona, quel Portinari, noi oggi non potremmo
che cercarlo per indovinamento lungo le aride rubriche
de' Sepoltuari, o tra il frondame delle tavole genealogi-
che : ma i contemporanei di messer Giovanni non ave-
vano che a guardarsi attorno, per dimandare quale fosse
dei Portinari a quei dì; e se non fosse stato nessuno, e
insussistente la notizia data sulla sua fede, — Che frot-
tole ci venite voi a contare? — avrebber detto a messer
Giovanni, che qui in Santo Stefano di Badia esponeva
loro di viva voce « el Dante »; 54 lo esponeva per solenne
provvisione decretata ne' Consigli del Comune, facendo
larga parte alle memorie cittadine : fra le quali sarebbe
stata peggio che stoltezza piantare, cosi a capriccio e
senza che nulla vel costringesse, non un abbellimento re-
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
131
torico, non un' amplificazione esornativa, ma una falsità;
non un fiore de' suoi lussureggianti giardini, ma un' insi-
pida carota dell'orto altrui.
Non è, del resto, solamente una piccola giunta eh' io
faccio alla biografia del gran Certaldese, ma altresì una
notizia non disutile al nostro tema, questa : che nel banco
dei Bardi, 55 fra i tanti interessati come « fattori » al-
l' azienda, fu, dal 1336 al 1338, « Boccaccio Ghellini [Chel-
lini] da Certaldo » : e fattori pure dei Bardi, e cointeressati,
furono Portinari parecchi, della discendenza e consorteria
di Folco; un Andrea, un Ricovero di Folchetto, un San-
gallo di Grifo, un Lorenzo di Stagio, un Ubertino di Ghe-
rardo di Folco che stava pei Bardi a Parigi e colà morì
nel 1339 : nipote, quest' ultimo, di Beatrice Portinari.
Non mancarono, come si vede, al fìgliuol di Boccaccio
occasioni di aver ragguagli domestici concernenti sia
Bardi sia Portinari : e da un parente strettissimo della
Beatrice dantesca, dichiara egli aver avuta la identifica-
zione di lei in Beatrice Portinari, che poi il testamento
di Folco ci fa tutt' una con quella madonna Bice, al cui
fiorentinesco vezzeggiativo lo stesso Alighieri non rifuggi
dal render testimonianza 56 fra gli splendori delle sfere
celesti, e pur significando « la reverenza che s' indonna
« Di tutto me pur per B e per ice ».
Egli è noto che un'altra testimonianza, e di grande
peso, del tutto indipendente dalla testimonianza del Boc-
caccio, e che anzi le è anteriore di qualche anno, si è
aggiunta recentemente a confermare V identità della Bea-
trice dantesca nella figliuola di Folco. Un leale impugna-
tore di tale identità, Adolfo Bartoli, annunziò egli pel primo
pubblicamente, al più strenuo difensore di essa, Alessandro
D'Ancona, la osservazione d'un valente discepolo e be-
nemerito degli studi danteschi, di quelli in particolare
132
BEATRICE
sugli antichi Commenti, il quale nel Commento di Pietro
Alighieri, secondo la nuova lezione che ce ne offre un auto-
revolissimo codice tornato fra gli Ashburnhamiani in Ita-
lia, leggeva57 quanto appresso (traduco fedelmente da
quel piano latino) : « È da premettere che in fatto certa
« nominata madonna Beatrice, molto insigne per costumi
« e bellezza, nel tempo delP autore fu nella città di Fi-
« renze, nata della casa di certi cittadini fiorentini che
« si dicono i Portinari ; della quale questo autore Dante
« fu, mentre eh' ella visse, vagheggiatore ed amatore, e
« in laude sua molte canzoni compose; e poi che fu morta,
« per celebrare il nome di lei, si volle in questo suo poema
« assumerla le più volte sotto V allegoria e carattere della
« Teologia ». Così là in Verona, dove viveva giudice ri-
putatissimo, scriveva verso il 1360 il figliuolo di Dante.
Il cui autentico testimonio (del tutto indipendente, giova
ripeterlo, da quello di messere Giovanni) ci riconduce esso
pure a colei che Folco Portinari nel testamento del 1288
designava, « madonna Bice, figliuola sua, e moglie di
messer Simone de' Bardi».
Quel testamento ha forse il torto d' essersi fatto cono-
scere troppo presto, e che fino dal 1759 lo abbia pubbli-
cato di sulPoriginal pergamena, illustrando le Chiese fio-
rentine, il gesuita Giuseppe Richa. 58 Se alle più o men
legittime suspicioni su Beatrice i dantisti, dal Biscioni a
oggi, avessero avuto per solo argomento e pascolo V af-
fermazione del Boccaccio, echeggiata dai posteriori bio-
grafi; e che da nessun angolo storico, vuoi di sepolcreto
vuoi di penetrale domestico, fosse stato ripercosso quel
suono, a parola autentica e positiva di documento; io giuro
che non sarebbe mancato, fra gì' impugnatori, chi avesse
detto : — Noi crederemo al Boccaccio, e agli assertori del-
l' asserito da lui, la lor Beatrice Portinari, quando avremo
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII 133
un documento dell' esistenza di questa donna I — E allora,
pognamo caso che in quest' anno di grazia, e (se a Dio pia-
ce, e perchè in Italia non se ne perda V usanza) di centena-
rio, fossi oggi venuto io con la mia brava pergamena in
saccoccia, e al mio fianco l'ombra di quel buon sere che la
distese; e avessi annunziato: — Eccolo qua il sospirato o
temuto documento, o signori; e voi, ser Tedaldo Rustichelli
per autorità imperiale giudice e notaro, tornando dopo anni
più che seicento alla vostra professione onorata, rogatevi
qui dinanzi a noi e certificate, che madonna Beatrice Por-
tinari a suo tempo, et quidem al vostro, veracemente fu
donna, — se tutto questo io lo avessi potuto far accadere ;
il documento, tale e quale lo abbiamo, ma venuto a tempo,
salirebbe, come un valor di borsa in rialzo, di non saprei
quanti punti; e la mia critica per man di notaio, non sa-
rei io stesso degli ultimi a portarmela in palma di mano.
V.
Invece al sesto centenario della donna che, secondo il
racconto della Vita Nuova, 59 muore nel giugno del 1290,
— cioè in piena misticità novenaria, perchè nella nona
diecina del secolo, nel nono giorno del mese pel calen-
dario arabico, e mese nono pel calendario siriaco, — io
non posso recar altro di nuovo, se non alcune osserva-
zioni di fatto sullo stato coniugale di madonna Beatrice
figliuola di Folco Portinari e moglie di messer Simone
de' Bardi; le quali spero non siano senza valore per con-
fermare V identità di essa con la Beatrice dantesca.
Del marito di Beatrice i dantisti, che se lo sono, in certo
modo, trovato lungo la strada, dicono 60 che egli nel 1290,
durante la guerra guelfa contro Arezzo, era consigliere del
Comune presso messere Amerigo di Nerbona condottiero
134
BEATRICE
della Taglia in nome del re Carlo d'Angió; che nel giugno
del 1301, partecipava, mediante certe mene guerresche coi
conti Guidi, a un tentativo dei Neri per sormontare, come
poco dopo venne lor fatto, sui Bianchi, e ne veniva con-
dannato; e che nell'ottobre del 1302, compiutasi la vittoria
de' Neri, era ufficiale del Comune sulle libre e prestanze.
Vere le due prime cose, e ben rispondenti alla qualità di
magnate e cavaliere: non sussistente la terza, perchè quello
era ufficio di popolano. Se a ciò avessi ripensato, avrei in-
terpretato più dirittamente il documento, sul quale fui io
il primo ad attribuire cotesto ufficio popolare a messere
Simone. 61
In altri documenti, i quali aspettano uno studio degno
della loro importanza, libri mercantili de' Bardi, che la
cortesia dei marchese Carlo Ginori mi ha concesso di
esaminare, le mie ricerche, diciam cosi, coniugali mi
condussero per primo resultato alla scoperta sotto Tanno
1310 d' una nidiata di almen cinque figliuoli : « Puccino,
« Masino e Gieri fratelli, figliuoli che fuoro di Simone di
« messer Iacopo [de' Bardi], manovaldi di Vannozzo e di
« Perozzo loro fratelli ». Altro che « la steril Beatrice » !
dovetti, a prima giunta, col divulgato settenario carduc-
ciano, 62 esclamare: e stavo per comunicare al poeta ed
amico la prosperosa novella; se non che, seguitando a sfo-
gliare quelle spaziose e crepitanti membrane, ebbi a dire,
« non dopo molte carte », Adagio a' ma' passi !
In una ricordanza, di bella forma volgare, quale corre
di pagina in pagina per tutti quei voluminosi registri, ri-
sguardante una madonna Nente di messer Nepo dei Bardi,
enumerandosi sotto il medesimo anno 1310, quelli della
famiglia e consorteria i quali, per testamento del padre
di lei, dovranno « dicernere » di certi denari che possano
spettarle, io leggevo : « Cino, Bartolo, Gualtieri e messer
NELLA. VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII 135
« Lapo fratelli, figliuoli che fuoro di messer Iacopo; mes-
«ser Nestagio di Bardo; messer Simone ài Gieri; e Puc-
« cino di Simone ». Dunque, fra il XIII e il XIV secolo, i
Bardi ebbero due Simoni, come da altri di quei do-
cumenti potei porre in sodo. 63 L' uno, Simone di messer
Iacopo, fratello di quei Cino, Gualtieri, messer Lapo e
Bartolo; uomo, cotesto Bartolo, di molta autorità nel po-
polo e in Parte Guelfa: 6* e questo Simone, ufficiale delle
Prestanze nel 1302 e, possiamo aggiungere, stato de' Priori
nell' 87, e consigliere del Comune nel 78, 65 nel 1310
era morto, e negP interessi di quella gigantesca ragione
mercantile de' Bardi sono inscritti per lui i figliuoli suoi
« Puccino e fratelli ». L'altro, messer Simone di Geri,
cavaliere, consigliere nell'oste guelfa presso Amerigo
di Nerbona, partigiano donatesco, cioè de' Guelfi Neri,
e per essi brigatore presso i conti Guidi, suoi molto in-
trinseci : e questo messere Simone di Geri, le cui me-
morie scendono, per quanto io veggo, sino al 1315, rima-
nendomene dubbia una del 1329, 66 è certamente il messer
Simone de' Bardi ricordato nel testamento di Folco sic-
come marito di madonna Bice de' Portinari. Un Simone
dunque, e un messer Simone: un Simone di messer Iacopo,
e un messer Simone di Geri. Perchè il titolo di messere
non era un titolo che si desse per complimento o non
desse, a capriccio: non si dava a chi non fosse o giudice
(cioè dottore in legge), o cavaliere, o costituito in dignità
ecclesiastica ; e così non lo ha, nè in quel testamento nè
su' Prioristi nè altrove, Folco Portinari; non lo ebbe mai
Guido di messer Cavalcante Cavalcanti; non lo ebbe Dante:
si dava religiosamente a cui, per alcuna di dette ragioni,
spettasse, e il titolo trasformava addirittura la persona
agli occhi della gente. Scrive un cronista domestico : 67
« Castellano Frescobaldi, che poi fu messer Castellano »:
136
BEATRICE
e poco dipoi racconta, che « s'andò a fare cavaliere a
« Napoli per le mani del re Ruberto »; quello che faceva
anche i poeti.
I cinque figliuoli, pertanto, di Simone (e per altre te-
stimonianze 68 parrebbe non fossero i soli; come due, forse,
le mogli sue, un'Acciaiuoli e una Gherardini) mi si accer-
tavano per figliuoli di Simone di messer Iacopo, quello
de' Priori nell' 87 e delle Prestanze nel 1302, morto prima
del 10: a messer Simone di Geri, veniva a mancar quella,
nè altra testimonianza di prole da nessun altro documento
gli sopraggiungeva: e madonna Beatrice ritornava « ste-
rile ». 69
La figliuola adunque di Folco, la quale nel 1288, al te-
stamento del padre, o non aveva avuto figliuoli o non le
eran campati, non ne ebbe nemmeno, o non le campa-
rono, fra quel gennaio 88 e il giugno 90 eh' ella morì. Nel
giugno del 1290 morì? Questo afferma espressamente della
sua Beatrice l'autore della Vita Nuova. Della Bice Por-
tinari, sia pure che documenti non lo confermino ; ma
nemmeno ve n'ha che vi si oppongano, poiché l'unico che
di lei parli, cioè il testamento paterno, la fa viva nel 1288,
e moglie di messer Simone, il quale non apparisce aver
avuto figliuoli : e tal mancamento di prole dal Bardi e
dalla Portinari, è evidente quanto bene si addica alla don-
na, la cui morte, nella cronologia della Vita Nuova, è a di-
stanza di soli due anni e mezzo da quel testamento. Certo
è poi che nella Vita Nuova la morte di Beatrice è effetti-
vamente la morte avvenuta in Firenze, d'una gentildonna
fiorentina, in un dato giorno d'un mese dell' anno: data di
giorno, mese ed anno, che l'Autore non foggia a capriccio,
ma riceve dalla realtà dei fatti; e su questa realtà, che
egli non può mutare, sottilizza e si dicervella per iscovare
in ciascun elemento di quella triplice data il mistico nu-
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
137
mero nove, nel quale, in quel medesimo paragrafo, finisce
con l'identificare addirittura « la donna della sua mente »,
conchiudendo eh' « ella era un nove, cioè un miracolo, la
cui radice è solamente la mirabile Trinitade ». Analizza su
tre calendarii (su tre, radice del nove) la data dell' anno,
e osserva che il 1290 si compone delle prime nove diecine
dei cento anni del secolo; analizza la data del mese, e
scuopre che il giugno, nel quale essa è morta, è il nono
mese del calendario siriaco; analizza la data del giorno,
e « secondo V usanza d'Arabia » (com' è indubitabilmente
l' autentica lezione di quel passo 70) trova sul calendario
musulmano, essere il dì 9 del mese di Giumàdà secondo,
dell' anno dell' Egira 689, quel che nel calendario nostro fu
il 19 di giugno 1290: la quale è, insomma, la data che
l'Alighieri ci ha non inventato ma conservato, della morte
di Beatrice.71 Ora se Beatrice fosse stata soltanto « la donna
della sua mente », ossia una qualunque delle tante cose
che gV impugnatori della realtà femminile di lei han vo-
luto che fosse, chi impediva a Dante di farla morire sotto
la data più squisitamente novennale novimensuale e no-
vendiale del calendario nostro cristiano, senza che, per
compicciare tal data, gli bisognasse trascinar a contributo
Maometto e la Siria?
Moglie, Beatrice, nel 1288, da quando? Quando fu che
la fanciulla abbellitrice, col suo sorriso, dei calendimaggio
nel Sesto di Porta San Piero, passò nelle guernite case
dei Bardi, fra le cupe mura di quei forti arnesi da guerra
cittadinesca, là oltr'Arno « presso a Rubaconte »? Non lo
sappiamo: ma io ebbi già ad accennare che quei paren-
tadi li conciliava, e le più volte per tempissimo, V inte-
resse domestico e cittadino. 72 Erano due casate che si
congiungevano, piuttostochè una fanciulla ed un giovine;
erano interessi di vicinanza o di consorteria che si raffer-
138
BEATRICE
mavano, erano secolari e sanguinose discordie che si paci-
ficavano, o si tentava di pacificare, coi matrimoni. Tale io
credo questo di Bardi e Portinari, tale V altro di Alighieri
e Donati; 73 e che al tanto dissertare fattosi in questi ultimi
anni su madonna Bice e madonna Gemma sia mancato, so-
prattutto, il senso storico di quella vita reale, e che nello
stesso difetto cada la interpetrazione di certi passi della
Vita Nuova, che si vorrebbero mettere in relazione col
matrimonio di Beatrice o con quello di Dante. La Beatrice
che Dante ritrae nella Vita Nuova « donna della sua
mente » fin da quando nel 1274 gli apparisce fanciul-
letta sul nono anno, questa Beatrice, allorché nove anni
appresso, nell'83, si raffaccia agli occhi suoi, « mirabile
« donna.... in mezzo di due gentili donne, le quali erano di
« più lunga età »,io non esito a crederla già maritata; e che
ella sia già quella « monna Bice », alla cui condizione co-
niugale rendono testimonianza espressa, e da non doversi
lasciar passare inosservata, due luoghi delle Rime : 74
« E monna Vanna e monna Bice poi », « Io vidi monna
Vanna e monna Bice ». Perocché la qualificazione di
monna o madonna era anch' essa, come già rilevammo
per l'altra di messere, riserbata a una data condizione o
stato civile, mancando il quale mancava altresì al nome
proprio femminile F apposizione suddetta. 75 Io son d' av-
viso che il matrimonio di Beatrice, come il matrimonio
di Dante, siano 1? uno e l' altro, e per le ragioni che sopra
esposi a suo luogo, fatti assolutamente esteriori estranei
e indifferenti al dramma tutto psicologico, all'amore per
rima, della Vita Nuova. Vano quindi il cercare allusioni
a cotesti due fatti in questo o quell' episodio del libro,
come pur si è tentato massime per il matrimonio di Dante,
che si voleva collegare con V episodio della « donna gen-
tile » e consolatrice, vicina a lui di casa, la quale inter-
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
139
viene negli ultimi capitoli, e poi è di nuovo affigurata nel
Convivio come simbolo della Filosofia. Donna vera e fio-
rentina anche quella, io ho per fermo; sebbene ormai im-
possibile forse ad essere storicamente riconosciuta, 76 ma
non la Donati di certo, non la madre (fin d'allora forse, già
madre) de' figliuoli di lui. Perchè, insomma, nella Vita
Nuova è ben da distinguere storia e psicologia. Alla nar-
razione psicologica, la quale si compone di fatti atteggiati
secondo la scolastica dell'amor medievale, e prescindendo
dalla realtà, e quindi anche dalla verità, appartengono non
solamente le visioni, i sogni, lo interloquire degli spiriti e
spiritelli amorosi, ma altresì e in pari modo le iperboliche
descrizioni degli effetti che la vista di Beatrice produce sul
Poeta e sugli altri, le sue proprie (com' e' le chiama) trasfi-
gurazioni o tramortimenti, e intorno a sè in quello stato
l'atteggiamento delle donne gentili e pietose, o motteggia-
taci e beffarde, le questioni di casistica o dommatica amo-
rosa qua e là interposte, la desolazione de' cittadini e la
epistola deploratoria per la morte di lei. 77 Quando s' impu-
gna la possibilità storica di coteste e simili altre cose, io
credo che la s'impugni a buon diritto, sia rispetto alle con-
dizioni dell' umana natura in sè stessa, sia, e più, rispetto a
quel eh' ella era nella Firenze di quei tempi; ma non già
che se ne debba concludere, tutta la Vita Nuova essere de-
ficiente di storica verità, e Beatrice non essere donna viva
e reale. Si dica, si, che in quel libretto, il quale per la sua
singolarità si sottrae alle norme della comune esegesi, ben
poco è di storico : ma quel poco non si può, senza ingiu-
ria, distruggere. Nè io intendo qui enumerarlo compiu-
tamente, ma soltanto accennare, per esempio, 78 la morte
dell' amica di Beatrice, la partenza da Firenze della gen-
tildonna del primo schermo o difesa, la cavalcata per la
guerra guelfa, l'assistenza che essendo Dante infermo gli
140
BEATRICE
presta (quale sembra che sia) la sorella, F amicizia con
Guido Cavalcanti e col fratello di Beatrice, probabilmente
Manetto; e poi, ^ rispetto a Beatrice, le positive indicazioni
dell'età di nove e diciotto anni, la data della morte fermata
sui tre calendari, la morte del padre. La data che nella
cronologia della Vita Nuova viene ad avere questo ultimo
avvenimento, collima con la data della morte di Folco Por-
linari, 31 dicembre 1289: ma ciò non è tutto, anzi è meno
assai di quest'altro. Del padre di Beatrice scrive Dante che
« egli, sì come da molti si crede e vero è, fu buono in alto
« grado ». Ora io non so, queste parole nella semplicità loro
cosi belle ed espressive, — e che non siano più esplicite e
personali, lo impedisce F astrattezza perifrastica impostasi
come dicemmo, dall'Autore,, — queste parole, nelle quali la
verità dei fatti e la pubblica opinione sono concordate in
un reverente omaggio ad un'anima buona, e la lode del
bene operare vi è cosi schiettamente significata; non so
su quale tomba più degnamente potrebbero scriversi che
su quella delF uomo, la cui bontà si è tramandata a' suoi
cittadini in un'opera di carità perenne e inesausta quanto
la miseria umana e il dolore ; dell'uomo, di cui fu potuto
dire doversi a lui lo Spedale, come a Beatrice sua fi-
gliuola il Poema. 80
Il riprendere lo studio di tutta la Vita Nuova sotto
questo doppio aspetto, psicologico (o se più atto vocabolo
si trovi) e storico, eccede F assunto e i confini e F agio di
queste mie pagine; e mi terrei pago che altri se ne in-
corasse. Con ciò si verrebbe altresì, da un lato, ad alleg-
gerire la biografia del Poeta di tutto quanto, in quel gio-
vanile periodo, non appartenga ai fatti della vita reale, e
dall' altro a ridurre al loro valore le affermazioni che di
sul Boccaccio furono ripetute tradizionalmente. Una delle
quali è, che il matrimonio di Dante con la Gemma di mes-
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
141
ser Manetto Donati (del matrimonio di Beatrice non si
cura egli far menzione veruna) fosse dai parenti di lui
procurato per consolarlo della morte di Beatrice. Questo
è confondere que' due ordini di cose, separati del tutto e
l'uno dall'altro indipendente. 81 Rispetto a quel che ne sap-
piamo, come pure rispetto alla psicologia della Vita Nuova
il matrimonio di Dante potrebbe anche antecedere alla mor -
te di Beatrice. A ciò qualche altra cosa, invece, si oppone :
e prima di tutto, l'affermazione del Boccaccio; secondochè
ad altro proposito distinguemmo, non potersi le sue affer-
mazioni di fatti venir rifiutate alla stregua delle sue ampli-
ficazioni descrittive di quelli. Poi, certi documenti, alquanto
a dir vero spiacevoli, ma positivi se altri mai, della vita
mondana di Dante, cioè i Sonetti appartenenti alla Ten-
zone con Forese Donati, 82 e a que' loro anni di vita sca -
pestrata ai quali egli allude nelP incontrare il pentito sposo
della buona Nella fra gli espianti del sesto balzo. 83 Se quel
sensuale obliamento di sè medesimo va posto tra le aberra -
zioni delle quali egli poi nel XXX e XXXI del Purgatorio
si accusa a Beatrice d' essersi reso colpevole dopo la morte
di lei, que' Sonetti vengono ad esser posteriori al giugno
del 90: ora in essi, che sono, com'è noto, un palleggio
d' ingiurie fra i due sonettieri, mentre non mancano le
mordaci allusioni di Dante alle infedeltà coniugali di Fo -
rese, queste non sono da Forese, come invece sono le
altre, ribattute a martello in faccia dell' avversario ; anzi
da uno di que' Sonetti 84 può arguirsi piuttosto la convi-
venza di Dante con un fratello ed una sorella. Se non che
questa stessa condizione di cose, mentre confermerebbe
nel Boccaccio la data matrimoniale posteriore al 90, ossia
l'affermazione del fatto, infirmerebbe, al solito, l'ampli-
ficazione retorica del fatto stesso, in quanto quel suo Dante
lacrimoso e desolato, e confortato dai parenti alle dol-
142
BEATRICE
cezze e alla santità della compagnia coniugale, appari-
rebbe, in realtà, sviato dietro ad altre, alquanto diverse,
compagnie e consolazioni.
Insomma il matrimonio di Dante, sia che si dovesse o
volesse crederlo anteriore al 1290, o, sulla fede del Boc-
caccio, debba aversi siccome avvenuto poco di poi, nulla
ha che lo colleghi con la morte di Beatrice, con quella che
Dante già nemmen denomina morte, ma un « essere chia-
« mata a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina bene-
« detta Maria » ; 85 nè sa attribuirla a cagione fìsica mor-
bosa, « Non la ci tolse qualità di gelo Nè di calor, sì come
« V altre face », 86 precisamente all'opposto del Boccaccio,
il quale al racconto di essa morte proemia con una spe-
cie di aforismo ippocratico, che « un poco di soperchio di
« freddo o di caldo che noi abbiamo (lasciando stare gli
« altri accidenti infiniti e possibili), da essere a non es-
« sere senza difficoltà ci conduce », e così pianamente fa
morire « nel fine del suo vigesimoquarto anno » anche « la
« bellissima Beatrice ». Seguono nel Trattatello, 87 lette
Talmente interpretati e descritti, i pianti, i sospiri, le di-
sperazioni della Vita Nuova, con più quello che la Vita
Nuova non ha. Ciò sono, le consolazioni dei parenti, che
dopo lungo resistere Dante finalmente ascolta : allora, per-
chè « non solamente de' dolori il traessino, ma il recas-
« sero in allegrezza », succede il loro « ragionare insieme
« di dargli moglie ; acciocché, come la perduta donna gli
« era stata di tristizia cagione, così di letizia gli fusse la
« novamente acquistata. E trovata una giovane, quale alla
« sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più
« loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono.
« E acciocché io particolarmente non tocchi ciascuna co-
« sa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo
« in mezzo, al ragionamento seguì l'effetto: e fu sposato ».
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
143
E qui, conchiusione a dir vero che non ci aspetteremmo,
una fierissima tirata contro il voler dare moglie agli uo-
mini di studio, i quali quel censore rigidissimo scomuni-
cava (come vedemmo88) anche dall'amore; e sul capo
della povera madonna Gemma (manco male eh' e' non la
nomina), lanciata quella retorica sentenza di moglie, per
lo meno, incomoda, che nulla di quel poco, pur troppo, che
sappiamo della Vita di Dante, concorre a giustificare.
VI.
Di consolazioni a Dante nella morte di Beatrice rima-
ne documento molto invero diverso da quelli che porte-
rebbe il racconto del novellatore biografo. La consola-
zione è d' un poeta al poeta, di amatore ad amatore; con
imagini gentilmente intrecciate a quelle delle rime amo-
rose di Dante ; trasportata Y azione dalla terra al cielo ;
attori, pur da una di quelle rime, 89 due personaggi fan-
tastici, la Pietà e l'Amore. Il consolatore, l'amico, il poeta,
è messer Cino da Pistoia. La cui Canzone à Dante per la
morte di Beatrice } falsamente, e a cagione d'un mate-
riale equivoco, attribuita da alcuni al Guinicelli, tornò a
luce in questi giorni, emendata sui manoscritti, ornata di
antichi caratteri e di miniature, offerta dalle gentildonne
fiorentine alla prima gentildonna d' Italia. 90 II nome au-
gusto della nostra graziosa Regina fregia degnamente
questo documento poetico, nel quale le ragioni della storia
e della idealità amicamente si consertano.
L' « amoroso messer Cino », 91 il poeta che divise con
Guido Cavalcanti e col fratello di Beatrice i più caldi
sentimenti d' amicizia nel cuore di Dante, si scusa con lui
di non essersi prima d'ora rivolto a quei due benigni id*-
dii, la Pietà e l'Amore, che vengano a confortarlo. Pensa
144
BEATRICE
tuttavia che egli è sempre nel lutto del cuore e dell' a-
nima, per P andata in cielo di quella veramente beata
gioia, come il nome stesso diceva. Desidera rivederlo; nè
sa quando. Intanto, finché dura il suo lutto, giungeranno
sempre opportuni i conforti. E così, a dettatura d'Amore,—
Voi avete torto — lo ammonisce — ad accorarvi che dalla
miseria di questa vita Beatrice sia volata alla compiuta
gioia del cielo. Voi stesso avevate cantato che un Angelo
P aveva chiesta a Dio, come la sola cosa bella che man-
casse al paradiso: ed ora ella è lassù, fra i Santi e le Virtù
celesti, dinanzi alla suprema Salute, alla Divinità. L'og-
getto dell' amor vostro, quello nel quale la mente e l'in-
telletto vostro si fissavano, ora lo avete nel regno celeste :
e i vostri spiriti affettivi Amore li indirizza lassù. Per-
chè dunque dolervi? Confortatevi, rallegratevi nel cuore
e nell'aspetto; perchè, sebbene collocata da Dio in para-
diso, ella è pur sempre con Voi. Ai conforti che Amore
vi porge, si aggiungono quelli della Pietà, la quale vi
scongiura che cessiate di piangere. Ascoltatela, deponete
il vostro lutto; pensate che il dolor disperato priva l'ani-
ma della grazia di Dio; e che in tal modo Voi sareste
crudele verso P anima vostra, e verso la speranza che
questa ha di rivedere un giorno Beatrice nel paradiso e
riposare nelle braccia di lei. Dunque vi piaccia accogliere
speranza di conforto. E già fin d'ora Voi potete fissar gli
occhi nelP eterna beatitudine, dove dimora la vostra donna
che fra i beati è coronata: così la speranza vostra è in
paradiso, P innamoramento vostro è santificato, contem-
plando Y anima di Beatrice fatta celeste! Or com' è che il
cuor vostro non si dà pace, avendo pure in sè medesimo
dipinte quelle beate sembianze? Beatrice è colassù la me-
desima meraviglia che era nel mondo, anzi maggiore,
perchè ivi è dalle intelligenze celesti conosciuta comf^iu-
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII 145
tamente. E con quanta festa V abbiano gli angeli ricevuta,
Voi medesimo, i cui spiriti fanno spesso quel viaggio, lo
avete riferito nelle vostre rime. Essa, parlando di Voi con
gli spiriti beati, ricorda le lodi di che V avete onorata in
vita; e prega il Signore, che vi conforti, come ormai Voi
stesso dovete desiderare.
Dante non dimenticò la Canzone di messer Gino : e fra
le citate dell' amico suo pistoiese nel libro di Volgare Elo-
quenza, è, col primo suo verso, anche questa. 92 Le allu-
sioni che essa sparsamente contiene alle rime dell'Ali-
ghieri, possono più specialmente riscontrarsi nella prima,
nella seconda e nella ultima fra le Canzoni della Vita
Nuova. 93 Nè questo confronto può farsi senza pensare al-
tresì, che anche sulla tomba di Dante, e già prima su quella
del loro imperatore, dell' « alto Arrigo », la voce del fe-
dele amico e compagno di parte recò il tributo della poe-
sia toscana. 94 Di Arrigo rapito (così egli dolorosamente)
« alle speranze degli esuli », cantò che aveva raggiunto
nel cielo la virtuosa sua moglie, Margherita di Brabante,
morta anch' essa in quella infelice spedizione italica. Per
Dante, pregò Dio che « lo ricoverasse nel grembo di Bea-
trice », e imprecò all' « iniqua setta » che aveva arric-
chito Ravenna del tesoro che Firenze aveva perduto.
Pochi anni appresso, uno de' primi e più autorevoli a
commentare la Commedia, l'Ottimo, ricordò la Canzone
consolatoria di Cino a Dante insieme con le Rime di que-
sto in onore di Beatrice « in quanto ella fu tra' mortali
corporalmente ». 95 Più tardi, i nomi dei due poeti e
delle loro donne congiungeva, nel gentil vincolo della
idealità amorosa, il Poeta dell'amore Francesco Petrar-
ca : 96 « Ecco Dante e Beatrice; ecco Selvaggia, ecco Cin
da Pistoia »; appagando, in altro modo, il desiderio,
anzi il rammarico, di Cino, il quale avrebbe voluto che
Del Lungo
10
146
BEATRICE
nel paradiso dantesco la sua Selvaggia avesse avuto un
seggio di gloria accanto a Beatrice. 97
VII.
Questi di messer Cino, poetici, non i romanzeggiati do-
mesticamente dal Boccaccio, furono i conforti che Dante
ricevè per la morte della « donna della sua mente ». E se
proprio li ricevè in mezzo a quel giovanile traviamento,
è da credere che non saranno stati senza efficacia a ri-
svegliare entro lui, nel nome di Beatrice, la coscienza
delle nobili e gentili idealità che egli veniva atteggiando
a fantasmi delP « alta visione » d'oltretomba. Ma rispetto
alla realtà delle cose, come il poeta amatore di Selvag-
gia Vergiolesi bene avrebbe potuto mandargli que' versi
anche se già marito, anche se padre di alcuno dei fi-
gliuoli che a lui dette madonna Margherita degli Ughi, cosi
il poeta amatore di Beatrice Portinari avrebbe potuto ri-
ceverli al fianco di madonna Gemma Donati vegghiante a
studio della culla, in mezzo a' figliuoli che dovevano un
giorno commentare il Poema del padre. Cosi Guido Ca-
valcanti, dalle maremme del confino, mandava V ultima
sua ballatetta, 98 « leggera e piana », di nascosto dalle per-
sone grossolane, « dritta alla donna sua », pur sapendo che
a casa lo aspettavano la moglie e i figliuoli (una Uberti,
figlia di Farinata) e, fra le braccia loro, la morte. E quando
anche Dante fu, ma per sempre, travolto nelP esilio, e per
« primo strale di questo arco » senti il dolore di « lasciar
« ogni cosa diletta più caramente », 99 la moglie rimase
fida custode della casa vedovata, mentr' egli conduceva
seco fra le dure realtà della vita, le sue idealità affettive e
intellettuali, e superbo mistero dell'anima sua, il concetto
del Poema divino.
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
14?
In quel concetto regnava Beatrice. Vi regnava con al-
tre ideali, ma ad un tempo reali, imagini di donna : Ra-
chele e Lia, Lucia, Nostra Donna, imagini sante; imagini
umane, Matelda e Beatrice. L' azione del Poema dantesco
incomincia dal compianto di quella Donna gentile e divina
e dalla pietà di Lucia, verso V uomo perduto fra i triboli
della vita reale; e nel trionfo di Maria, e nella preghiera
degli uomini a Lei, per la bocca dei Santi, si conchiude.
Nel mezzo di quest' azione stanno le altre due figure Ma-
telda e Beatrice; sovrana, Beatrice: ambedue, ministre
della grazia di Dio nella conversione di Dante, cioè del-
l' uomo, dalle miserie dai mancamenti dalle colpe dalle
fallacie della vita attiva, alle sublimi e consolatrici ve-
rità dello spirito. Dinanzi a Beatrice, trascorsi dieci anni
dal 1290 luttuoso, e dopo eh' ella è fatta celeste simbolo
della maggiore altezza a cui possa ascendere Fumano
mediante la contemplazione del divino ; dinanzi a Bea-
trice, « gloria della gente umana » ; 1Qo Dante si accusa
con lacrime delle sue infedeltà. Infedeltà alla donna poe-
tica, anche alla donna forse; infedeltà al simbolo: l'uno e
V altra in Beatrice inseparabili. Ma quella donna ha un
nome: e il nome di Beatrice Portinari non si cancella
ormai più nè dalla storia del suo secolo nè dalla poesia
perenne dell' umanità.
Firenze, nel giugno del 1890.
NOTE
1 Par ad. XVI, 121.
2 Vedi II R. Arcispedale di S. Maria Nuova. I suoi benefattori. Sue
antiche memorie. XXIII giugno MDCCCLXXXVIII secentesimo anniver-
sario della fondazione. Firenze, 1888, pag. 7-8.
3 Marchionne di Coppo Stefani, Istoria fiorentina; III, clviii.
* Vedi nel mio Commento alla Cronica di Dino ; I, xx, 14.
s Da me integralmente pubblicata fra i Documenti all' Esilio di
Dante; Firenze, Succ. Le Monnier, 1881. Vedi a pag. 138, « de domo
de Portinariis », e poco appresso « Dante Alleghierii », fra i proscritti
« de Sextu Porte Sancti Petri. »
6 Vedi il cap. V del mio libro Da Bonifazio Vili ad Arrigo VII.
Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante. Milano, Hoepli, 1899.
7 Parad. xvi, 94-99.
8 Questi e altri personaggi di quelli anni, puoi vedere ritratti,
come ho saputo meglio, in più d'una delle citate Pagine di storia fio-
rentina per la vita di Dante.
Dell' antico linguaggio nuziale fiorentino, vedi illustrazione
d' alquanti esempi in alcune pagine (I, 1103-1107) dell' altro mio libro
Dino Compagni e la sua Cronica.
10 § xxv, secondo la comune divisione primamente introdotta da
A. Torri. Le edizioni del Witte (1876; e del Casini (1885, 1891) l'hanno in
alcune parti modificata.
11 § cit.
12 Vedasi Vita Nuova § V, e 1' illustrazione di A. D' Ancona (edi-
zione pisana del 1884) a quel §. Vedi anche M. Scherillo, Alcune fonti
provenzali della Vita Nuova di Dante; Napoli, 1889: e 1' Vili e il X
de' suoi Capitoli della biografia di Dante; Torino, Loescher, 1896.
13 Vita Nuova, § IV.
14 Vedi le illustrazioni del D' Ancona al § VI della Vita Nuova.
15 Per questa frase del tempo, vedi il cit. mio libro su Dino Com-
pagni, I, 420 e 337.
150
BEATRICE
16 Purg. xxx.
17 Di questa sovrapposizione dell' ideale al reale, nella poesia amo-
rosa de' nostri antichi, è cenno — cenno, com'egli suole, di largo ge-
sto comprensivo — in una bella pagina di Gino Capponi (Scritti editi
ed inediti ; Firenze, Barbèra, 1877 ; I, 141-142) ; e l'addurla qui, non
dissonante da' concetti miei, mi è sommamente caro e prezioso :
« .... la Giovanna di Guido Cavalcanti, o la Beatrice di Dante, o
« la Selvaggia di Cino, o la Laura del Petrarca. Intorno ad esse noi
« disputiamo lite impossibile a risolvere, fatti incapaci come noi
« siamo a insieme congiungere e comprendere in un pensiero solo la
« forma terrena e una ideale bellezza, e ad innalzare l'affetto senza
« attenuarlo, svanito fuori d'ogni realtà, sì ch'esso divenga concetto
« sterile della mente. Collocò Dante la Beatrice sua ne' più alti seggi
«del Paradiso, accanto alle donne che sono a noi più venerande;
« dunque era donna la sua Beatrice : ma eli' era insieme viva imma
« gine di quell'idea per cui la vista dell'alta bellezza diviene affetto
« pei sommi veri, idea che non ha quaggiù riflesso di sè più degno
« che in un bel volto a cui s'affacci una pura anima di fanciulla. Nel
« sommo cerchio del Paradiso un seggio vuoto era per Arrigo, per-
« chè dall'uomo in cui sperava, Dante saliva a quell'idea che nell'or-
« dine politico era la cima de' suoi concetti. Questo continuo tra-
« passare che facean gli animi più elevati dalle sensibili alle astratte
« e di qui alle divine cose, fu la poesia di quell'età ».
18 § II.
19 Vita di Dante, § III.
20 § IL
21 § IH.
22 Vita di Dante, § III.
23 Comento sopra la Commedia, lez. I.
2* §§ II, III.
25 §§ II, V, Vili, XIV, XXII.
26 Questo pensiero di Iacopo Burckardt fu svolto da Rodolfo Ke-
nier nel suo Studio critico, La Vita Nuova e la Fiammetta ; Torino, Loe-
scher, 1879.
27 Vedi a pag. 161-162 del mio libro Dante ne' tempi di Dante; Bo-
logna, Zanichelli, 1888.
28 § IX.
29 Vedi, nella edizione Hoepli di questo Studio, alcuni dei molti
esempi che ne offrono gli Atti consiliari fiorentini di quelli ultimi
anni del secolo XIII.
30 .§ VII.
31 § X.
32 Vedine pure gli esempì nella cit. edizione Hoepli di questo
Studio
33 Farad. XV, 118-120.
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
151
34 Vedi nel mio Comento alla Cronica di Dino ; I, xvi, 19.
35 Vedine esempì nella cit. edizione Hoepli di questo Studio.
3<s § XIX.
37 La interpetrazione, diciam così, militare di quel § IX della
Vita Nuova fu proposta e tenuta dal Todeschini, dal Witte, dal d'An-
cona ; ed io la rafforzai e determinai, anche contro le obiezioni di
altro autorevole dantista Tommaso Casini, nella edizione Hoepli di
questo Studio.
38 Vedi a pag. 172 e 164 del libro poc' anzi citato, Dante ne* tempi
di Dante.
39 F. T. Perrens, Hisloire de Florence; Paris, Hachette; II (1871),
281 e segg.
40 Dopo il 1288, e quasi d' anno in anno fino alla pace del 1293.
Vedi Una famiglia di Guelfi pisani ec. nel cit. libro Dante ne1 tempi di
Dante, pag. 273-286.
41 Riferito da Cicerone nel De officiis (III, i) e nel De re publica (I, xvn).
42 Parad. XVI, 151-154, 110-111 ; Inf. XXXII.
43 « . . . disparve questa mia imaginazione subitamente, per la
« grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sè ».
44 §§ V, IX, X, XII.
45 §§ VIII, XXII.
4« § XXXII.
47 §§ III, XXIV, XXV, XXX, XXXII.
48 § VI.
49 § XXXV.
50 § XL.
51 § XLII.
52 Vedi il cap. VI della Introduzione di Francesco Macrì-Leone alla
sua edizione della Vita di Dante scritta da G. Boccaccio ; Firenze, San-
soni, 1888.
53 Lezione Vili.
84 «... ad legendum librum qui vulgariter appellatur el Dante, in
« civitate Florentiae, omnibus audire volentibus. » Così nella peti-
zione e provvisione del 1373 per la lettura pubblica della Divina Com-
media: fra i Documenti (pag. 163-169) al cit. Discorso DelV esilio dì
Dante.
55 Indicherò, poco appresso (cfr. pag. 134), la fonte, cortesemente
dischiusami, di queste notizie attinenti ai Bardi. — Ciò che i biografi
del Boccaccio già sapevano da documenti, era che il padre di lui,
Boccaccio di Chellino, stava pei Bardi a Parigi nel 1332. Vedi V. Cre-
scini, Contributo agli studi sul Boccaccio ; Torino, Loescher, 1887; pag. 10.
56 Parad. VII, 14. E « monna Vanna e monna Bice » in due luoghi
(uno ora dubbio : vedi a pag. 95 di questo volume, nota 10) del Can-
zoniere dantesco : Sonetti, « Io mi sentii... » e « Guido, vorrei... » Alla
contrazione di « Beatrice » in « Bice » dovette pur conferire, che la
152
BEATRICE
forma dèi nome intero, come attestano instrumenti notarili, era an-
che « Biatrice » e « Bietrice ».
57 Luigi Bocca, Del Commento di Pietro di Dante alla D. C. contenuto
nel codice Ashburnham 841 : nel Giornale storico della letteratura italiana ;
voi. VII, an. TV (1886), pag. 366-385. Vedi poi quanto sul Commento
di Pietro lo stesso prof. Rocca ha scritto nel suo libro (pag. 343 e
segg«)> Di alcuni Commenti della D. C. composti nei primi ventanni dopo
la morte di Dante; Firenze, Sansoni, 1891.
K8 Notizie istoriche delle Chiese fiorentine; VIII, 229-233.
59 § XXIX.
60 Vedi uno Studio di Ferdinando Gabotto: Il marito di Beatrice;
Bra, 1890.
61 Nel Dino Compagni, dove pure detti le altre notizie intorno a
messer Simone: I, 68, 194; II, 114.
62 Denuda, o vereconda, il casto petto ;
dischiudi, o bella, il tuo più santo riso :
il pargoletto, affiso
ne la tua vista, i novi affetti impari.
O de le semplicette alme sovrana
gentile, o pia de' cuori informatrice,
la steril Beatrice
ceda a te, fior d' ogni terrena cosa.
Talamo e cuna è 1' ara tua
Poesie di Giosuè Carducci; Bologna, 1902; a pag. 305-306, Le nozze. —
Gentili versi, che in una delle scaramucce polemiche sul centenario
di Beatrice corsero su pe' giornali, insieme con alcune parole del
Poeta (vedile ora a pag. 402 del volume XII delle Opere, sotto il ti-
tolo Beata Beatrice), fastidito che si volesse la Beatrice simbolica
« ridurla o tornarla alle proporzioncelle d' una sposina di secen-
« t' anni fa », a rischio di « peccare contro Dante, contro il medio
« evo, contro l'austerità toscana ». E questo è sentimento di verità
storica. E verità morale e d' arte è, che « i grandi poeti s' ispirano
« all'anima loro, alla patria, a Dio » ; ed altresì, se vogliamo, che « non
« che le Beatrici facciano loro, son loro che fanno le Beatrici ».
Ma a tutto questo non ripugna, nè storicamente nè idealmente, che
si ammetta un primo affisarsi di Dante in una donna gentile, nella
Beatrice, la quale egli idealizza e simbolizza a sè stesso, ma che non
per questo cessa di essere donna viva e reale :
costei, cui donna il vulgo e Beatrice
chiama il poeta
e che è la « dolce beatrice del mio pensiero » a Francesco Petrarca ;
la « vera beatrice », la « mia beatrice », di poeti minori (vedi la
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
153
voce « beatrice » nella V.a edizione del Vocabolario degli Accademici
della Crusca). Trovo poi un cinquecentista (Mattio Franzesi, in Rime
burlesche, II, 127) scongiurare il Molza « per le Beatrici » : e quel plu-
rale favorirebbe la impersonalità della ispirazione femminile poe-
tica : ma chi sa che sorta di beatrici, quei verseggiatori di curia
romana !
83 Vedili, con la ricordanza di madonna Nente, nell' edizione
Hoepli di questo Studio.
64 Vedi le cit. mie Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante,
pag. 136, 148, 154.
63 Vedi nelle Note all' edizione Hoepli di questo Studio.
66 Vedi nelle cit. Note alla cit. edizione.
67 Cronica di messer Donato Velluti ; pag. 44-45 dell' ediz. Manni.
68 Vedi nelle cit. Note.
69 Così scrivevo nel 90. Ma un terzo messer Simone, cugino del
messer Simone di Gerì di Bieco, venne a farsi conoscere da ulteriori
ricerche sui Libri mercantili dei Bardi, per opera di D. Luigi Bandi
{Il marito e ì figliuoli di Beatrice Portinari, Lettera al prof. Isidoro Del
Lungo ; nella Rivista delle Biblioteche, an. IV, 1892, num. 37-38) : un mes-
ser Simone di Giuliano di Bieco, che il Bandi trova marito e padre,
e lo vuole marito della Portinari. Dopo l'accertamento di quest'altro
messere, la mia ragionevole esclusione del Simone non messere non
era più sufficiente a far marito della Bice Portinari messer Simone
di Gerì ; bensì rimaneva sempre, a mio avviso, che il « messer Si-
mone di Geri » era, fra il Due e il Trecento, quello a cui, chi dicesse
allora « messer Simone de' Bardi », doveva pensare : e di ciò si veda,
nelle Note all' edizione Hoepli di questo Studio, pag. 97-99. Se non
che e all' egregio Bandi e a me (ristampando nel 91 dall'Hoepli ciò
che avevo dato alla Nuova Antologia nell' anno centenario 1890) sfuggì
una preziosa testimonianza sul marito di Beatrice, che e il Bandi ed
io potevamo aver raccolta a pag. 57 del libro da Luigi Bocca pubblicato
(cfr. qui nota 57) nel 1891 sugli Antichi Commenti al Poema ; in uno dei
quali si legge: « mona Biatrice figliuola che fu [di] Folco de' Portinari
« di Firenze, e moglie che fue di [messere Simone] di Geri de'Bardi di
« Firenze ». E questa è testimonianza positiva, la quale come rende
superflue le mie argomentazioni, così invalida quelle del mio cortese
contradittore. 11 Bocca stesso ha richiamato l'attenzione degli stu-
diosi su quella testimonianza, in una sua lettera a me (Beatrice Por-
Vinari nei Bardi), pubblicata nel Giornale dantesco, fase, di luglio-otto-
bre 1903. Al Bandi mi professo poi grato per qualche rettificazione,
della quale non ho mancato di avvantaggiare la presente ristampa.
70 § XXIX : « Io dico che, secondo l'usanza d'Arabia, l'anima sua
« nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno del mese : e
« secondo l'usanza di Siria, ella si partì nel nono mese dell' anno
« perchè il primo mese è ivi Tisrin, il quale è a noi ottobre : e se-
154
BEATRICE
« condo l'usanza nostra, ella si partì in quello anno della nostra
« indizione, cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero nove
« volte era compiuto in quel centinaio nel quale in questo mondo
« ella fu posta ; ed ella fu dei cristiani del terzodecimo centinaio. »
Sull'autentica lezione « Arabia », non « Italia », di quel passo, e sulla
interpetrazione (aiutatami dal collega Fausto Lasinio) della dicitura
concernente il giorno del mese secondo il calendario arabico, vedi
nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio.
71 Di questa elaborata interpetrazione del passo dantesco mi fece
dubitare il eh. dott. E. Moore (Ballettino della Società dantesca italiana,
Nuova Serie, Voi. II, 1895, pag. 57-58) : cioè, se dal computo arabico
intendesse Dante prendere addirittura il giorno nove di quel loro
mese, com' io ho affermato ; o semplicemente (come il Moore crede,
confrontando il testo dantesco a un capitolo dell'Astronomia d'Alfra-
gano) che Beatrice, morta la sera dell'8 giugno nostro a un' ora di
notte dovesse, secondo quel computo, considerarsi come morta il 9,
perchè gli Arabi incominciano il loro giorno dal tramonto del no-
stro precedente. Vedi anche Paget Toynbee, Ricerche e Note dantesche ;
Bologna, Zanichelli, 1899 : pag. 54-57. Nella interpetrazione integrale
del giorno e mese consentiva meco il Casini in ambedue le pregiate
sue edizioni (Sansoni, 1885 e 1891) della Vita Nuova.
72 Vedi sopra, a pag. 112 ; e più addietro, a pag. 16 : e una pagina
(1105) del mio libro Bino Compagni ec. : e nelle note all'edizione Hoe-
pli (pag. 101) di questo Studio, lo stanziamento di lire duemila, fatto
dal Comune per procurare matrimoni di pubblico interesse fra To-
singhi e Lamberti.
73 Così scrissi parecchi anni fa (cfr. anche a pag. 75), e così ora
conferma Un nuovo documento concernente Gemma Bonati (pubblicato
da U. Dorini nel Bullettino della Società dantesca italiana, N. S., IX, 1902,
pag. 181-84), dal quale, nell'assegnarsi certo credito « domine Gemme
« vidue, uxori olim Dantis Allagherii et filie quondam domini Ma-
« netti domini Donati », risulta che la dote maritale, a cui era ine-
rente il detto credito, le era stata costituita il 9 di febbraio (un
altro 9 dantesco, ma questo tutt' altro che mistico) del 1277 [1276 s. f.],
anno undecimo di Dante, e secondo la consuetudine, massime allora,
dei matrimoni, men che undicesimo certamente di lei. S' intende bene
che le nozze, in siffatti casi, si protraevano fino alla maturità dei co-
niugi. Ma ciò non toglie che nei due personaggi del romanzo psicolo-
gico di Vita Nuova la realtà storica ci offra, secondo ogni apparenza,
in Beatrice una giovine sposa il cui matrimonio ha suggellato inte-
ressi guelfi tra Bardi e Portinari ; e in Dante un giovine guelfo, al
quale sin da' primi anni era destinata sposa, da famiglia di « vicini »
guelfi, una di quelle che, sotto tali auspici di parte, i genitori (cfr.
qui a pag. 16) « maritavano nella culla. »
Nei sonetti « Guido, vorrei. . . » e « Io mi sentii. , . ». Ma ora
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII
155
credo non si possa tener conto che del secondo, se nel primo, in-
vece di « monna Bice » sia da leggere « monna Lagia » : vedi lo scritto
di M. Barbi, qui cit. a pag, 95, nota 10.
75 Tanto che, per esempio, dicevano, come più largamente rilevai
nelle note all'edizione Hoepli, « la Bice, poi monna Bice, figliuola
« di Bindo, fu maritata a Nolfo.... »
76 Vedi qui a pag. 76 e 96.
77 Vedi, di tutta la Vita Nuova, il sommario fattone con diligenza
e finezza squisita dal Casini appiè della citata sua edizione.
78 §§ Vili, VII, IX, XXIII, XXXII, e gli altri che sono qui indicati
a pag. 128-129.
79 §§ I, II, XXVIII, XXII.
80 J. Michelet, La mer, IV, vii: « Quandla divine Béatrix inspira
« Dante, son pere fonda l'hospice de Santa Maria Nuova ».
81 Una gentile cultrice del bello, la signora Carlotta Ferrari da
Lodi, che presedè alle onoranze centenarie a Beatrice (vedi A Beatrice
Portinari il IX giugno MDCCCXC, sesto centenario della sua morte, le donne
italiane ; Firenze, Succ. Le Monnier, 1890 : e Commemorazione di B. P.,
Discorso letto a Firenze in Palazzo Vecchio il 16 giugno 1890, fase. 9-12,
an. IX, voi. XI, della Rivista La Cultura), espose le ragioni del suo
dissenso da questa mia opinione in uno scritto intorno a Dante, Bea-
trice, Gemma Donati e la donna gentile.... e le cagioni determinatrici dei
maritaggi di quel tempo; Firenze, Rassegna Nazionale, 1897. Serbai co-
pia di ciò che io, ringraziandola, rispondevo : « ... Quanto Ella adduce
« intorno a quella distinzione, così difficile a delinearsi, tra la Bea-
« trice persona e la Beatrice idea, tra 1' amore di uomo a donna e
« quello che io chiamai amore per rima, è pensato con gravità di ri-
« flessione e squisitezza di sentimento. Io credo tuttavia che amor
« di poeta (dissi per rima, ripigliando il linguaggio d' allora), anche
« scevro dalle contingenze della vita reale, potesse, per ascensione
« da idealità ad idealità, pervenire sino alle altezze della visione, e,
« quando il poeta era Dante, questa visione essere la Divina Comme-
« dia. Ciò che delle contingenze reali mi danno le storie di cotesta
« età, non so alterarmelo in grazia di nessuna grandezza individua-
« le : perchè gli uomini d' allora vivevano con tale intensità, di
« amori di emulazioni di odi, la vita l'uno dell' altro, che, in quanto
« uomini, non avrebbero saputo nè voluto, nè i grandi per conscienza
« di sè appartarsi, nè i minori per reverenza di loro ritrarsi, dal
« contrasto quotidiano delle comuni energie. Ora io affermai che
« anche i matrimoni facevan parte di questo conserto, mi lasci dire,
« di cose, al quale, in altra sfera, sorvolavan le idee : nè altramente
« che così, l'una collocata in quel mondo reale, l'altra sovrastante
« in quel mondo ideale, mi riesce figurarmi storicamente la Donati
« e Beatrice, che Ella, signora, atteggia 1' una accanto all'altra, e,
« inevitabilmente, in mezzo ad esse, un po' dell'una é un po' dell'ai-
156
BEATRICE
« tra, il Poeta : io dico invece, 1' uomo dell' una e il poeta dell' altra.
* È più duro, ma, credo, il solo vero.... »
82 Vedila da me illustrata a pag. 435-461 del cit. libro Dante ne1 tempi
di Dante.
83 Purg. XXIII, 115-117.
84 E il quarto ; a pag. 450-451 del cit. mio libro : dove vedi anche
a pag. 460-461.
ss § xxvin.
86 § XXXI.
87 § in.
88 Cfr. pag. 119-120.
89 Dalla prima delle Canzoni della Vita Nuova « Donne eh' avete
intelletto d'amore ». La Pietà e l'Amore personificati agiscono anche
nel Sonetto di Cino « Muoviti, Pie tate, e va' incarnata. . . », e nell'al-
tro « Deh com' sarebbe dolce compagnia. . . ».
90 Canzone di messer Cino da Pistoia a Dante per la morte di Bea-
t)ice. Riproduzione fototipica in CC esemplari del dono offerto a S. M. la
Regina d'Italia dalle gentildonne fiorentine nella primavera del MDCCCXC
sesto centenario. Testo riveduto sui manoscritti da I. Del Lungo. Illustra-
zioni e fregi in miniatura di N. Leoni. Firenze, fototipia Ciardelli. —
Riprodussi, con nuove cure, il testo della Canzone di Cino fra i Do-
cumenti all'edizione Hoepli del presente Studio.
91 Petrarca, Rime, III, ix.
92 II, vi.
93 Furono da me, dopo altri, rilevate nella cit. riproduzione
della Canzone di Cino.
94 Canzoni di Cino, Per la morte di Arrigo imperatore e Per la morte
di Dante Alighieri.
98 Commento dell1 Ottimo, II, 539-540 : al Purg. XXX, 121-123.
96 Trionfo dell'Amore; IV, 31.
97 Sonetto di Cino : « Infra gli altri difetti del libello, Che mo-
« stra Dante signor d'ogni rima. . . ».
98 « Perch'io non spéro di tornar giammai, Ballatetta, in T-o-
« scana. . . »
99 Parad. XVII, 55-57.
ìoo Purgm XXXIII, 115. Come Virgilio « gloria de' Latini »; Purg. VII, 16.
LA DONNA ISPIRATRICE
Parole dette nella solenne distribuzione dei premi alle alunne
del R. Istituto della SS. Annunziata di Firenze, il 9 settembre 1883.
Signore e Signorine gentili,
In quella pagina, che nelle Confessioni d'Aurelio Ago-
stino è una delle più belle, dov'ei fa P elogio della madre
diletta, della madre santa, che gli è morta, si legge co-
in' ella guadagnò il marito a Dio con la eloquenza dei
costumi, e ne ottenne riverente amore e ammirazione,
Altrove, questa medesima madre ci è ritratta piangente
per la partenza del figliuolo, o per gli errori di lui : e
dalle materne lacrime riconosce egli stesso in gran parte
la propria conversione, e P avviamento a quella che fu
grandezza confermata dai secoli. Il costume e P affetto :
tale è invero la doppia potenza, con che la donna è si-
gnora nella famiglia; quella è, nella storia umana, la
parte che è sua.
Nè, ciò affermando, si nega già alle facoltà intellet-
tuali della donna di potere non pur cooperare ma com-
petere con le virili, nel dare effetto a quelle opere ond' è
attestata la porzione divina di nostra natura. È anzi certo
che la stessa delicatezza della fibra, tutt' altro che me-
nomare o svigorire quelle facoltà, le acuisce e quasi le
snoda a maggiore agevolezza e penetrazione : il che un
antico nostro espresse acconciamente, con dire che le
donne « più acuto hanno P intelletto e più sùbito ». (2) E
il Parini, nell'Ode per laurea di donna : (3)
E so ben che il tuo sesso,
tra gli ufìzi a noi cari e V umil arte,
puote inalzarsi, e ne le dotte carte
immortalar sè stesso.
160
LA DONNA ISPIRATRICE
Ma nel mirabile ordine, con che le cose della natura
tendono ai fini disegnati dalla Provvidenza, coteste fa-
coltà, che V uomo rivolge al conseguimento del vero, o
all' utile applicazione dei dedotti principi, o all' imitazione
di esso secondo gli eterni ideali, la donna le effonde nel
sentimento, che è a lei scienza ed arte inconsapevoli.
Cosi all'uomo si appartiene di provvedere con fatica alle
più gravi e sostanziali necessità della vita domestica:
alla donna, consolare dr amorose cure tale fatica, addol-
cirla, premiarla. Questo per legge eterna, e contro ogni
sorta di antiche o novelle utopie immutabile. Le ecce-
zioni luminose a cosiffatta legge si chiamano nella storia
d' Italia, alla quale mi giova restringer gli esempi, Ca-
terina Benincasa, Vittoria Colonna, Selvaggia Borghini,
Maria Gaetana Agnesi, Clotilde Tambroni, Maria Giuseppa
Guaccì, Caterina Franceschi Ferrucci : nelle quali, ben si
avverta, quanto maggiore P altezza delP ingegno, tanto
più strettamente vediamo custodirsi la gentilezza, la mo-
destia, la pietà femminili.
Che V esercizio di questo suo ufficio nella famiglia e
nella civil comunanza, che il possesso di questa sua cara
giurisdizione, li abbia alla donna rivendicati e fatti sicuri il
Cristianesimo, non fu mai impugnato nemmeno da coloro,
i quali rimpiansero, spesso anche con generosi intendi-
menti, le virtù della società antica, fra le cui rovine si
aprì la strada il Vangelo: nè quelli stessi, pe' quali l'idea
cristiana segna regresso e servitù, oserebbero discono-
scere questa fra le altre sue benemerenze verso la umana
libertà. Dove la civiltà cristiana fu contrastata o deviata,
ivi la donna è rimasta schiava: ogni volta che nel mondo
moderno le arti e le lettere, affascinate dagli splendori
immortali della classicità, hanno in una forma o in un'al-
à "X)NNA ISPIRATRICE
161
tra paganeggiato, la donna ha disceso un gradino : ai dì
nostri medesimi, una certa arte, una certa letteratura, non
cristiane,, sulla cui bandiera il Poeta d' Evangelina (4)
leggerebbe qualche cosa di simile a un Più basso, Più
in giù, nulla forse hanno di più caratteristico e di più
essenziale, che la mancanza di rispetto alla donna.
Pel costume, adunque, e per l' affetto, quali è venuta
educandoli quella civiltà che ormai da diciannove secoli
governa gli umani destini, pel costume e per l'affetto, la
donna ha nel mondo signoria sua propria; superiore di
molto a quanta possano, e possono benissimo, conquistar-
gliene V ingegno, gli studi, la partecipazione alle opere
virili. Pel costume e per l'affetto, la bellezza delle forme
da fallace prestigio addiviene suggello e specchio della
interiore bontà, da pericolosa attrattiva si muta in virtù
salutare e benefica. E questa, vi dicevo, com'è la vita
vera della donna e di lei degna, così n' è la storia reale
e sua propria. Ma chi questa istoria racconta? chi ne rac-
coglie i documenti ? o meglio, i documenti dove si tro-
vano essi ?
Imperocché non sono i fatti esteriori, non sono i nomi,
non gesta strepitose, non genealogie coronate, non tra-
gici amori o ambizioni o eroismi o delitti, le testimo-
nianze di questa continua e segreta azione, mediante la
quale la donna asserisce efficacemente sè medesima. Nella
istoria palese e visibile ha essa pure la parte sua, com-
misurata alla virile in proporzione delle respettive atti-
tudini e condizioni. Ma di cotesta, della storia che si rac-
conta e si scrive, che negli archivi si seppellisce e ne' li-
bri si ravviva, la donna sarà sempre, in confronto del
suo compagno, operatrice più parca. Alla storia delle bat-
taglie e dei congressi, delle successioni e delle alleanze,
Dei; Lungo
11
162
LA DONNA ISPIRATRICE
delle prepotenze e delle frodi, del sospetto e dell'odio, la
donna operatrice darà sempre, e mi pare che debba ri-
manerne contenta, scarso e inadequato contributo. Se però
de' fatti umani potesse scriversi con eguale larghezza la
storia interiore, se quella delle famiglie connettere con la
storia della nazione, se da ciò che la creatura umana ha
fatto si potesse sempre con sicurezza indurre ciò che ha
pensato e sentito ; nel campo di questa istoria, tutta affet-
tiva, tutta morale, primeggerebbero, mie cortesi ascolta-
toci, le vostre figure: la figura della donna che ispira.
Non s'ispira solamente i poeti: nè gli occhi di Beatrice
si volgono solamente per muover Virgilio, nè solamente
risplendono per sollevar Dante di sfera in sfera nelle
immensità del Paradiso. Tutto quanto è cura affettuosa
intorno a noi, ci è ispirazione al bene, conforto all'ope-
rare, sprone verso V alto : e delle cure affettuose siete voi,
madri, sorelle, spose, figliuole nostre, che avete il segreto.
A quell'aureola che nella poesia del medioevo italiano
circonda la donna, non tutti i raggi somministra V « amor
ch'a cor gentil ratto s'apprende » e che « a nullo amato
amar perdona » : molta di quella luce è senz' altro dalla
idealità femminile, da ciò che un altro grande Poeta ha
chiamato l'eterno Femmineo, e di cui gli aspetti sono ben
più che uno solo. Disputano oggi della personale realtà
di quella nostra gentile che vi ho nominata : dubitandosi,
se veramente fu la figliuola del buon Folco Portinari, a
cui Dante pensasse narrando i melanconici amori della
sua giovinezza, ed effigiandola divina nell'azione del sacro
Poema; ovvero se alla Beatrice simbolica, quale nel
Poema è di certo, manchi la persona di donna viva e vera,
che le porge quel soavissimo fra tutti i libri, la Vita Nuova.
Ma chi dimandasse piuttosto, se nella loro Beatrice, qua-
LA DONNA ISPIRATRICE
163
lunque ella fosse, giovinetta o donna, vicina o lontana,
per amichevole consuetudine di famiglie avvicinata o so-
spiratone pur il suon della voce, invocata a compagna o
in altro stato senza colpevole desiderio ammirata; ma
per ciò stesso, viva, innanzi tutto, e reale ; non acco-
gliessero forse que' nostri grandi e buoni maggiori il fiore
de' loro affetti verso la donna; degli affetti incerti e vaghi
dell'età prima, de' disinganni, delle memorie, de' penti-
menti; degli affetti raffermati e sanzionati nella famiglia,
e dalle gioie del focolare e della culla e dai lutti della
bara consacrati per sempre ; chi, pur dubitando, diman-
dasse di ciò, parrebbe fantastico solamente a coloro, che
di quella vita, nella quale la pratica sapeva alla fantasia
e al cuore lasciare tanto e si utile luogo; di quella età,
i cui ultimi simboli furono le statue di Michelangiolo pen-
sose ; giudicano coi criteri della nostra, che ideale, og-
gimai non più soltanto della critica, ma anche a un po'
per volta dell' arte, andiamo costituendo, in terreno arido
e infecondo, il perchè e il percome.
La ispirazione ha segrete le vie, perchè sue sono quelle
del cuore. E quando, fanno ora poche settimane, in un
giorno, come oggi questo a Voi, di allegrezza ad altro
egregio Istituto fiorentino, io sentivo rileggere, con voce
tremante d' affetto, ad una cara giovinetta lombarda la
ballata ultima di Guido Cavalcanti :
Perch' io non spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana ;
quel lamentevole addio alla patria, all'amore, alla vita;
e pensavo che moglie di quell'uomo era stata una figliuola
di Farinata degli Uberti, il ghibellino salvatore della guelfa
Firenze; — sposa datagli (e si chiamava Bice), fanciulli an-
cora ambedue, in un istante di tregua alle cittadine fa-
zioni, fra altri consimili parentadi sperati pegno di futura
164
LA DONNA ISPIRATRICE
concordia ; madre poi a lui di figliuoli, fra le cui braccia
e della moglie potè, quasi appena tornato nella sua Fi-
renze, morire in pace; — pensando io tutto questo di Guido,
mi pareva non indegno, me lo perdonino i critici, che
nell'antico amante di monna Vanna, quale fu il nome
della sua donna poetica allorché e' piangeva in quei versi,
e li mandava alla « bella sua donna », la vena segreta e
vera di tanta tenerezza, di tanto accoramento, di tanta
pietà, fosse piuttosto il desiderio affannoso della patria
insieme e della vedovata famiglia.
In queste ispirazioni il poeta sparisce, e rimane Puomo;
e air uomo, non al poeta, si rivolge la donna ; ed ogni
donna gentile è, e sola la donna può essere, ispiratrice.
Quando il Buonarroti, mortagli Vittoria Colonna, scrive
quelle parole che, così semplici, uscite da tale anima, sono
sublimi, « Mi voleva grandissimo bene, e io non meno a
« lei: Morte mi tolse uno grande amico », 5 il divino artista
e la gentildonna e poetessa, cantata unica dall'Ariosto, 6 ci
paiono discendere dalle loro altezze, e farsi eguali ai tanti
altri che nel mondo amano e soffrono, operano e muoiono.
Ma per quelle parole, quanti versi amorosi, massime di
quel secolo, si potrebbero lietamente gittare ! saggio que-
sti, più o men pregevole o curioso, d'arte, o troppo spesso
d'artifizio ; documento umano quelle, a cui la qualità delle
persone accresce, ma non dà essa, il valore : nè tutte le
figure retoriche di que' petrarchisti valgono quelP una
grammaticale di Michelangiolo, « uno grande amico » ; nè
l'ardimento severo di questa figura saprebbero mai inten-
dere gP insidiosi pedanti che vanno oggi teorizzando su
ciò eh' e' chiamano l'emancipazione della donna. Così le
convulsioncelle de' cosiddetti moderni bozzetti, e i fremiti
e i sussulti e le arroganti trivialità di certa che vor-
LA DONNA ISPIRATRICE
165
rebb' essere poesia d'amore, non una sola valgono di quelle
pagine di prosa toscana, dove l'altro grande scultore, sulla
cui tomba recente piange V Italia, narra una di quelle
istorie non destinate agli annali del mondo, nelle quali
umile protagonista signoreggia la donna. La donna ispi-
ratrice di Giovanni Duprè 7 fu una povera popolana del
nostro San Piero, propriamente dell'antico sestiere dove
aveano le case i Portinari, gli Alighieri, i Donati.
Di tale opera della donna nella vita intima delle fami-
glie, delle cittadinanze e delle nazioni ; opera segreta,
continua, universale, e a cui questi stessi caratteri tolgono
ch'ella abbia altra istoria fuor della memore riconoscenza
de' cuori bennati ; conserva Firenze nostra testimonianze
in un libro e fors'anche in un palagio de' suoi più belli e
famosi. In fronte a quel libro, ben a ragione il valentuomo
che lo compose, rivendicando agli archivi V ufficio di ser-
vire alla storia anche del costume e dell'affetto, scrisse :
« Alle donne italiane. Le quali prego leggano questo vo-
« lume col cuore ». Ma nella più nobil parte di quel palagio
ben si addirebbe un ricordo di questa donna, che nel
cuore de' figliuoli esuli, e distratti dai venturosi commerci
in città e paesi diversi, tenne vivo con le sue lettere il
desiderio della città nativa; con fanciulle fiorentine pro-
curò il loro accasamento ; con diligenza di padre, rimasta
vedova ancor giovanissima, con senno virile, ne curò gl'in-
teressi, e le piccole e travagliate sostanze custodì ad es-
sere principio e base d' immensa fortuna ; ne sollecitò coi
voti e con le pratiche la revocazione dall'esilio, la quale
ella chiedeva a Dio pel supremo conforto della sua vita ;
e ottenutala, morì madre consolata, suocera e nonna fe-
lice. Diciotto anni appresso, nel 1489, il maggiore de' fi-
gliuoli divenuto oramai uno de' più grandi mercatanti di
166
LA DONNA ISPIRATRICE
quel tempo, e cittadino in patria dei primi, gettava le
fondamenta del palagio che vi ho detto. Chi sa forse se
ciò sarebbe stato, senza quella buona pia vecchia che dor-
miva e dorme in pace sotto le volte di Santa Maria No-
vella! Libro prezioso coteste sue Lettere a' figliuoli,8 scritte
nella bella lingua che dal Trecento i quattrocentisti non
letterati seppero raccogliere tuttavia pura e potente; pre-
zioso per la sua schiettezza e originalità. Perchè, se del
Giornale di una madre, scritto proprio giorno per giorno
da una madre vera sui piccoli avvenimenti del suo figlio-
lino, si rallegrava il Tommaseo 9 come di cosa opportu-
nissima alle sue fine osservazioni di psicologia pedago-
gica, quanto più l'onorando uomo si compiacerebbe, per
altri rispetti, di questa raccolta, unica che si conosca, di
vere lettere materne ! egli che fra i suoi ispiratori, ac-
canto a Dante e a Virgilio, poneva la madre ! 10 Lettere
materne : e non di una madre dotta o saccente, od anche
soltanto osservatrice, ma di una buona mamma, d' una
brava massaia, e nulP altro ; non solamente non scritte
per essere pubblicate, ma da non poterlo nè essa nè i vissuti
con essa, in pieno secolo decimoquinto, creder possibile
mai; non documento di stile, ma di pensieri e di sentimenti,
nudi d'ogni ancoraché tenue involucro letterario, anzi
' abbelliti (che nessun letterato ci senta!) da sgrammatica-
ture efficaci ; non componimento epistolare, ma pura-
mente e semplicemente lettere : nelle quali, per bocca
della gentildonna di Firenze ancora repubblicana, parla,
come se noi proprio lo udissimo sulle piazze e per le vie
d'oggi, il popolo fiorentino di quattrocent'anni fa. O gio-
vinette, quelle tra Voi che rimarranno in Firenze, quando
passano dinanzi a quel maestoso palagio, non ammirino
solamente il superbo cornicione, il cortile elegantissimo,
architettati dal Cronaca, non sole le semplici e grandiose
LA DONNA ISPIRATRICE
167
linee disegnate dal Maianese, e agli angoli le lumiere del-
l'ingegnoso Caparra; ma sia bello a Voi, giovinette, pro-
nunziare in quell'ammirazione il nome di una madre, il
nome di Alessandra Strozzi. E Voi che in altre regioni
d' Italia nostra diletta custodirete entro il pietoso e gentile
animo le ricordanze di questa, quando fra gli altri splen-
dori della città di Dante, vi risovvenga di quel monumento,
anche Voi benedite a quel nome ; altere di esser donne,
poiché alla donna Dio concesse di poter tanto, se vuole.
Di ricordanze s' intesse, ogni giorno che passa, l'umana
vita : le quali v' ha chi le getta dietro le spalle, e campa
alla giornata ; ma i migliori gelosamente le raccolgono, e
ne fanno cibo all'anima che anch' essa vuole il suo pane,
e pel più eletto tesoro le trasmettono a chi vien dopo.
Risalire per le ricordanze ne' tempi che furono, e con le
anella de' fatti rannodare le tradizioni, è della storia il
più bello e più morale attributo, e il più educativo. Ed io,
ritraendo a Voi, giovinette, in questo luogo d' educazione,
cose nostre antiche, tra le quali la ragione de' miei studi
più caramente mi trattiene ; e dalla storia domestica desu-
mendo colori al concetto naturale delineatovi della donna ;
ho creduto corrispondere nel modo che migliore potessi
al cortese ed onorevole invito di essere oggi il vostro ora-
tore. Questo è a voi giorno di grande allegrezza; perchè
da un lieto presente vi affacciate ad un avvenire, che
pe'verginali animi vostri ha l' attrattiva dell' ignoto. Nella
mia parola suona, co' suoi memori echi, il passato. O
giovinette, avvezzatevi sin d'ora a ripensare, a ricordare !
I misteri, dei quali è pieno l'avvenire, si schiudono meno
improvvisi, men paurosi, a chi più avvisatamente li af-
fronta: l'ora, il momento, che ci sfuggono nell'atto che
li viviamo, fanno sentir meno rapida la loro fuga a chi
168
LA DONNA ISPIRATRICE
non tutto in quelli si adagia. La meditazione del passato
ci frutta esperienza, e' infonde forza e rassegnazione, ci
fa giudici meno agli altri severi che a noi medesimi, ci
raccomanda la carità, e' insegna la gratitudine.
E della gratitudine, che vi farà memorabile questa casa
stata per sì dolci anni la vostra ; dove Voi avete portato
dal seno della famiglia caste aspirazioni a verità, bontà,
bellezza, e ne ritornate, speranza e orgoglio dei vostri,
adorne di utili cognizioni, di gentili discipline, di virtuosi
propositi ; della riconoscenza, che oggi più che mai sentite
obbligarvi ai valorosi insegnanti, alle savie ed amorevoli
educatrici, ai gentiluomini egregi che il Governo del Re
deputò alla direzione di questo celebre Istituto ; una parte,
ahimè, di cotesta gratitudine è dovuta oggi a una tomba!
Un posto nella odierna solennità rimane qui vuoto : ed
è quello che per ventun anno ha tenuto onoratamente,
come tanti altri uffici in servigio e decoro del suo paese,
il commendatore Giuseppe Pelli Fabbroni. Uomo di quella
generazione che accolse ed alimentò le speranze del no-
stro risorgimento, combattè per esso a Curtatone (balzano
i cuori a questo ricordo di gloria italiana) e vi fu grave-
mente ferito. Alla operosità, al fervore pel pubblico bene,
non conobbe confini ; e parve moltiplicarsi, per sopperire
agl'incarichi che la pubblica fiducia non si stancò di
commettergli. Fra i più cari ebbe questo : e al migliora-
mento delle norme e degli ordini onde gli studi e l'edu-
cazione vostra sono regolati, attese indefesso : nè sola-
mente con lo zelo eh* e' poneva in tutte le cose di dovere,
ma con V affetto scrupoloso d'un ottimo padre di famiglia.
Come a padre Voi ripenserete a lui, come benefattore
lo ricorderete : e in tale sentimento, e nei somiglianti a
questo, la vostra anima si conserverà quale gli educatori
e i parenti vostri augurano e sperano che sempre si man-
LA DONNA ISPIRATRICE
169
tenga: buona e serena. Per siffatto modo, il bene frutta
e perpetua il bene : perchè la voce amorevole di chi ci
ha indirizzato a virtù, séguita, pur che noi prestiamo in-
tento l'orecchio, a parlarci dal mondo eterno, e ci accom-
pagna per le vie e fra gli ostacoli di questo, confortatrice
fedele.
NOTE
1 Le Confessioni di Santo Aurelio Agostino volgarizzate dal canonico
Enrico Bindi ; Firenze, Barbèra, 1869.
Libro IX, cap. ix : « .... allevata nel pudore e nella sobrietà, e
« fatta da te, o Signore, docile a' genitori, piuttosto che da essi do-
« cile a te, come prima fu in età da ciò andossi a marito, al quale
« servì come a signore, e si studiò di guadagnarlosi coli' eloquenza
« de' costumi onde tu la facesti bella, e le cattivasti dal marito amore
« riverente e ammirazione. »
V, vili: « .... dolorosamente pianse la mia partenza, e mi venne
« dietro infino al mare.... E che cosa ti chiedeva ella, mio Dio, con
« tante lacrime, se non che tu non permettessi la mia partenza ?... »
III, xi : « E tu stendesti la tua mano dall'alto, e cavasti fuori
« l'anima mia della profonda caligine, mentre per amor mio pian-
ge geva dinanzi a te la madre mia, tua serva fedele, più che non pian-
ge gano le altre madri la morte corporea de' loro figliuoli. Concios-
« siachè per la fede e lo spirito che le infondevi, ella vedeva la mia
« morte ; e la esaudisti, o Signore. Tu la esaudisti, nè avesti a schifo
« le lacrime di lei, allorché sgorgando bagnavano la terra sotto ai
« suoi occhi, dovunque ella si mettesse a pregare; tu la esaudisti....
« .... corsero un nove anni ne' quali seguitai a voltolarmi in quel
« fondo fangoso e in quel buio d'errore, provandomi spesso a le-
« varmi su, e ricadendo più sconciamente : mentre frattanto quella
« casta, santa e mortificata vedova (come le vuoi tu), facendosi sem-
« pre di più viva speranza, ma non però men pronta al gemito e a'so-
« spiri, non finiva mai nelle continue orazioni di piangermi dinanzi a
« te, e le preghiere di lei salivano nel tuo cospetto.... ».
2 F. Sacchetti, Nov. CLXXIX.
3 Ode Vili, La laurea. A Pellegrina Amoretti d' Oneglia, laureata
in ambe le leggi nell'Università di Pavia l'anno 1777.
4 E di Excelsior, E. W. Longfellow.
5 Le lettere di Michelangelo Buonarroti ecc. per cura di Gaetano Mi-
lanesi ; Firenze, Succ. Le Monnier, 1875.
172
LA DONNA ISPIRATRICE
6 Orlando furioso, XXXVII, 15-21.
7 Pensieri sull'arte e Ricordi autobiografici di Giovanni Dupré ; Fi-
renze, Succ. Le Monnier : vedi i capitoli III e IV, e poi tante altre
care pagine dov'è ricordata la sua Mariina.
8 Alessandra Macinghi negli Strozzi. Lettere di una gentildonna fio-
rentina del secolo XV ai figliuoli esuli, pubblicate da Cesare Guasti. Fi-
renze, Sansoni, 1877.
9 Giornale scritto da una madre ; a pag. 198-213 del volume La donna ;
Milano, Agnelli, 1868.
10 « S' io dovessi a pochi ridurre il principal merito degl' inse-
« gnamenti che Iddio mi diede, e ch'io non ben seppi mettere a pro-
« fitto, nominerei mia madre, Virgilio, Dante, e il popolo di Toscana ».
Dalle Memorie poetiche, a pag. 488 di Ispirazione e Arte, Studi di Niccolò
Tommaseo ; Firenze, Le Monnier, 1858.
NEL RINASCIMENTO
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
Alla Società fiorentina di pubbliche letture il 28 aprile, e per le Scuole
del Popolo di Firenze il 26 maggio, del 1892.
Vedi T avvertimento a pag. 2.
I.
Pel San Giovanni del 1473, al consueto festeggiar cit-
tadino si aggiungeva la solennità del ricevimento fatto,
come la Repubblica artigiana soleva e i Medici favori-
vano, con principesca magnificenza a Eleonora d'Aragona
figliuola del Re di Napoli, la quale andava sposa ad Er-
cole d' Este, duca di Ferrara e di Modena. 1 Entrata in
Firenze il 22 giugno, ella trovava nel suo massimo sfog-
gio la mostra che delle proprie ricchezze avevano appa-
recchiata le botteghe dei mercatanti; assistè alla proces-
sione delle Compagnie co' fanciulli vestiti di bianco in
forma di « agnoletti » ; vide i « difìcì » o macchine fan-
tasmagoriche, che in sulla Piazza della Signoria rappre-
sentavano Storie dell'Antico Testamento e del Nuovo;
vide T offerta che al tempio del Santo Patrono portavano
la Signoria e gli altri magistrati del Comune e delle Arti,
le Compagnie del Popolo coi gonfaloni, Parte Guelfa, e
poi i Signori e Comuni sottoposti o raccomandati, recanti
palii, ossia drappi, di gran pregio e bellezza e grandi
ceri istoriati e fioriti; e con Polivo in mano l'offerta
de' prigioni e de' condannati (quella a cui Dante non si
sottomesse); e finalmente, nel pomeriggio del dì 24, i
barberi, già prima offerti ancor essi, che correvano il
palio di San Giovanni, un palio ricchissimo di broccato
d'oro, dal Prato su per la Vigna pel Mercato e pel Corso
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NEL RINASCIMENTO
verso Porta alla Croce, tal quale noi che non siam più
giovani possiamo ricordarci d' aver veduto. Ma nessun di
noi potrebbe da' ricordi suoi giovanili evocare ciò che nel
1473 fu dato a godere,, in quelle feste, a madonna Eleo-
nora: un ballo là, su que' prati donde i barberi pigliavano
le mosse, un ballo alla dolce aria profumata de' giardini
e delle loggie, in uno de' palagi, quello de' Lenzi, dov'è
oggi la Galleria Pisani, che fronteggiavano coteste estreme
parti della città, la Vaga Loggia, verdeggianti lungo le
rive dell'Arno. Tacciono di quel ballo i diari: sulle cui
aride pagine, a ogni modo, voi cerchereste inutilmente,
Signore gentili, descriversi dal giornalista di quattro se-
coli fa gli abbigliamenti delle vostre antenate; e sotto
quali colori d'abito e con qual dottrina di linee, presen-
tassero esse al desiderio de' loro innamorati quelle bel-
lezze, che all'ammirazione nostra sopravvivono nelle ta-
vole del Botticelli e negli affreschi del Ghirlandaio. Un
ballo fiorentino de' tempi del Rinascimento; non domi-
nato e quasi sopraffatto dallo scintillio de' doppieri, ma
lumeggiato soavemente dal sole che di là dal Pignone
tramonta; ne turbinato fra le vorticose battute orchestrali,
ma sposato, sulle corde flebilmente amorose del liuto e
della viuola, alle gentili baldanze ottonarie della Canzo-
netta che appunto dal Ballo s'intitola; meritava cronista
un poeta. Permettetemi eh' io vi traduca dal latino di
Angelo Poliziano quel Corriere del mondo elegante d'al-
lora: distici levigatissimi, dove le realtà della vita s'in-
trecciano con le concezioni dell' arte, il vero col fanta-
stico, il fiorentino il cristiano con la classica paganità;
circola l'aria che respiravano i letterati nella Firenze del
magnifico Lorenzo. 2
« Apollo con la rosea faccia ha menato il giorno che
«riconduce la festa del selvaggio Batista San Giovanni;
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
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« quando alla città che fu colonia di Siila ferma le can-
« dide vestigia, per riposarsi dal lungo cammino, la figlia
« del Re, che, lasciata la città delle Sirene, va sposa
« ad Ercole. Festeggiano a gara il suo arrivo fanciulli,
« giovani e vecchi, e le matrone e splendide di fresca
« bellezza le spose : tutta la città si anima, d' ognidove
« rumoreggia 1' allegria. V è una strada che i Sillani » (i
Fiorentini, parafrasati in latino) « chiamano Pantagia, »
(Borgognissanti, ribattezzato in greco) « dove sorge splen-
« dido un tempio dedicato a tutti i celesti. Colà s' inalza
« superbo il palagio de' Lenzi : ivi presso ride la verde
« distesa de' prati, e de' colori primaverili si dipinge fiorito
« il terreno. Quivi, mentre i corsieri scalpitanti aspettano,
« in sulle mosse, il canoro segnale della tromba Tirrena,
« la regal fanciulla si abbandona ai sollazzi delicati della
« danza; ed ecco atteggiarsi le gentili donne al tempo
« misurato e all' intreccio de' balli. Innanzi alle altre ninfe
« risplende Albiera bellissima, e di sua bellezza sparge a
« sè dintorno il tremulo splendore. Mossi dal vento dif-
« fondonsi i capelli sulle candide spalle, i neri occhi rag-
« giano di luce soave : pare, fra le sue compagne, la
« stella del mattino, il cui rossore purpureo vince gli astri
« minori. Giovani e vecchi ammirano Albiera : sarebbe di
« ferro chi non si commovesse a quella verginale bel-
« lezza: lietamente, plaudendo, col cenno, con gli sguardi,
« con la voce, tutti lodano Albiera. »
Albiera di Maso degli Albizzi era una giovinetta fra
i quindici e i sedici anni, fidanzata a Gismondo della
Stufa. S'ammalò, subito dopo quel ballo, e in capo a po-
chi giorni morì. « Ahi povera Albiera ! » sentite ancora
il suo poeta : « così giovinetta, rubata ai genitori, allo
« sposo 1 Va' ora, e confida nelle umane fortune ! Ecco
« disfatte da morte crudele, o Albiera, le tue bellezze :
Del Lu^go
12
178
NEL RINASCI MENTO
« disfatto il tuo viso di gigli e rose ; i tuoi occhi gioiali,
« dove Amore accendeva le sue fiaccole ; i capelli, che o
« scioglievi abbondanti, e parevi Diana cacciatrice, o rac-
« coglievi in diadema d'oro, ed era l'acconciatura di Ci-
« terea : gli Amorini, le carezzevoli Grazie, ti facevano
« bella, senza che tu il sapessi : ogni virtù ti adornava,
« modestia e serietà di contegno, senno, pudore, lealtà,
« gioialità, bel costume, bel tratto, schiettezza : tutto ormai
« divenuto un pugno di cenere ! »
In altre parti della elegia lunghissima è mitologizzata
la malattia e la mo^te d'Albiera. La sua bellezza ha at-
tirato il bieco sguardo di Nemesi, la dea che con miste-
riosi decreti governa le umane vicende. Ritirasi la gio-
vinetta alle sue case, finito il ballo, in sull' annottare ;
nell'ora, o Signore, nella quale a voi, pe' balli vostri, co-
minciano appena le operazioni della toeletta. E coricata
ch'ella è, si appressa al suo letto la Febbre, nume orri-
bile, del quale e del suo corteggio vi risparmio la descri-
zione, e che Nemesi ha sospinto verso quella povera casa.
I genitori, i fratelli, lo sposo, pendono per dieci giorni
ansiosi dal viso dell' inferma, pallido e trasfigurito. Ella
dà gli estremi addii a que' suoi cari e alla vita, che, in-
cominciatale appena, sente sf uggirle ; e muore fra il pianto
disperato della sua casa. Il lutto e la pietà de' cittadini
circondano il corpo inanimato. La morte ha ricomposto
il suo volto a pace soave : pare che dorma. La « ninfa »,
vittima della dea Nemesi e della dea Febbre, ha esequie
cristiane ; e il distico ovidiano di messer Angelo colorisce
anche quelle. Ecco il trasporto ; ecco con la nera coltre
la bara: ella distesavi su, coi capelli recisi, e in capo
una umile ghirlanda. Le salmeggiano intorno i preti; le
campane suonano a morto : segue, in veste di lutto, la
cittadinanza; fra quella, lo sposo, che tutti si mostrano a
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
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dito, compassionando. La chiesa di San Pier Maggiore
arde di ceri, è profumata d' incensi : si fa l'assoluzione e
la benedizione : e le tombe degli Albizzi, in quella stessa
chiesa, si aprono a ricevere la giovine fidanzata; forse,
come si soleva, in abito di monacella : il che non dice il
Poeta ; ma que' capelli tagliati ce ne danno, a mio av-
viso, argomento più che probabile.
La musa latina dell'umanismo fiorentino consacrò,
non con la sola elegia e con altri minori epicedi del
Poliziano, 3 il nome d' Albiera : elegiaci e ricordanze
su quella morte e quei funerali abbondano, 4 in copia
anche maggiore che pei funerali della bella Simonetta,
morta soli due anni dopo la fanciulla degli Albizzi.
Ma alla Simonetta Cattaneo, genovese, venuta nel 69
sedicenne sposa in Firenze a Marco Vespucci pur sedi-
cenne, 5 e mancata di mal sottile nel 76, l'arte dette anche
in altre forme gli onori dell'apoteosi. E mentre delle fattezze
verginali di Albiera non ci è rimasta testimonianza (salvo
se qualche benemerito investigatore riuscisse a trovare il
busto marmoreo nel quale sappiamo dal Poliziano 6 averla
fatta rivivere lo sposo), per la Simonetta, invece, si è
impacciati a scegliere fra più d' uno il ritratto vero : o
vuoi quello che è nella Galleria de' Pitti, attribuito a
Sandro Botticelli, eli una bionda delicata, dal collo assai
lungo, dal viso intento e gentilmente pensoso, in accon-
ciatura modesta e casalinga, da riferirsi piuttosto a un
mezzo secolo innanzi ; — o vuoi l'altro, sotto il quale è stato
apposto il nome di lei (« Simonetta Ianuensis Vespuccia »),
e che si conserva in Francia nella galleria di Chantilly,
creduto del Poliamolo o di Piero eli Cosimo, ed è essa
pure una figurina delicata e gentile, ma di gaia e vivace
bellezza, nudi il collo (anche di questa assai lungo) e il
seno e le spalle, i capelli tirati all' indietro e avvolti in
180
NEL RINASCIMENTO
giri artificiosi con grande intrecciamento di perle e pietre,
e pendente sul petto un monile intorno al quale si rigira
un aspide; — o invece uno, di tutt'altra conformazione ed
espressione, figura massiccia e baldanzosa, che nel Museo
di Berlino vorrebbe pur essere « la bella Simonetta » del
Botticelli; — o che dovessimo ravvisarla in una delle figure
allegoriche di quella misteriosa Primavera, guidati da
certi singolari riscontri che la composizione del fantasioso
maestro offre con le Stanze del Poliziano, dove è ritratta
e designata per nome (pur nell' atto di trasfigurarla in
Ninfa delle più autentiche), e poeteggiata, con buona pace
del marito Vespucci, come innamoratrice di Giuliano de'
Medici, appunto la Simonetta Cattaneo; — o che infine, co-
me par più probabile, la poetica coppia si sia trafugata nel-
l'altro botticelliano, mal denominato « Venere e Marte »,
della Galleria di Londra, la cui figura femminile ricorda
un' altra bella « ignota », del Museo di Francoforte, che
sarebbe ancor essa, pur di mano di Sandro, la Simo-
netta. 7 Or qualunque di queste femminili figurazioni si
fosse la giovane sposa, certamente bellissima, che nel-
l'aprile del 76 moriva, basti a noi, pur lasciando d'altri
suoi celebratori in latino e questa volta anche in vol-
gare, 8 che il Poliziano facesse di lei la mitologica eroina
delle sue Stanze ;9 che per la morte sua scrivesse pure
epigrammi funebri, d' alcuno de' quali il magnifico Giu-
liano de' Medici, il bel « Iulio » delle Stanze, proponeva
il concetto ; 10 e che Lorenzo, a sua volta (il che mostra
del tutto ideale e poetico il culto dei due fratelli alle
bellezze della Vespucci), tragga, o finga d'aver tratto, dalla
morte di lei il motivo a platonizzare poeticamente sul-
l'anima ritornata alle stelle. 11 Lorenzo era a Pisa, e dai
Vespucci medesimi riceveva di giorno in giorno le dolo-
rose notizie. 12 Morta, un suo familiare gli scriveva : 13 « La
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTA
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« benedetta anima della Simonetta se ne andò a paradiso
« come avrete inteso. Puossi ben dire, che sia stato il
« secondo Trionfo della Morte : che veramente, avendola
« voi vista così morta come la era, non vi saria parsa
« manco bella e vezzosa che si fosse in vita. Requiescat
« in pace. » E Lorenzo, essendo (così ci racconta) una
serena nottata primaverile, e andando con un amico a
diporto, e parlando di quella morta, si affisa a un tratto
in una stella che mai non gli par d'avere veduta così
lucente, e « L'anima di quella gentilissima » esclama « o
« è trasformata in questa nuova stella, o si è congiunta
« con essa » ; e un' altra volta, pure in cotesta primavera,
passeggiando per una delle sue splendide ville, osserva il
girasole, anzi Clizia, l'antica innamorata del Sole, « la sera
« restar col viso volto verso l'orizzonte occidentale, che è
« quello che le ha tolto la visione del sole, insino che la
« mattina il sole la rivolge all'oriente » ; e ci vede una im-
magine del nostro destino quando perdiamo chi si ama,
che è di rimanere « col pensiero rivolto all'ultima impres-
sione » della « visione » perduta; ma l'orizzonte nostro oc-
cidentale, donde il tramonto non ha ritorno, è la morte.
È, del resto, notabile come in que' tempi che tante
erano, e cosi vigorosamente svolte, e così spesso violente,
le energie della vita, la morte circondasse di tanta poesia,
sebbene caricata di tanta oziosa mitolo già, a gli occhi e
al cuore di cotesti uomini V ideale femminile : notabile
come quei travestimenti di donne viventi in ninfe postic-
cie, pe' quali P imitazione artistica del vero perdeva mise-
ramente tanto tesoro di realtà, si arrestassero, cotesti tra-
vestimenti, o s' impacciassero dinanzi alla santità delle
tombe ; quando, secondo la figurazione polizianesca della
morte della Simonetta, 11 l'amante, o il poeta,
vedea sua ninfa, in trista nube avvolta,
dagli occhi crudelmente essergli tolta.
182
NEL RINASCIMENTO
In uno degli epigrammi funebri di messer Angelo perla
Simonetta, e proprio in quello a cui dette il concetto
Giuliano de' Medici,15 « tranquilla in sul punto di morte,
« si volge, la ninfa, a Dio, in lui confidando » ; curiosa
ninfa, a dir vero, che si raccomanda l'anima: come sin-
goiar mortorio, altresì, quello che portava verso la chiesa
d'Ognissanti, alla cappella de' Vespucci, la Simonetta, se
intanto, strada facendo, Amore, proprio il figliuolo di Ve-
nere piovuto non si sa come in quell'accompagnamento,
saettava tuttavia, standocene a un altro di cotesti epi-
grammi, 16 saettava da' chiusi occhi di lei pur col ricordo
del loro splendore.
Meglio ispirato il Poeta mediceo faceva da un' altra
tomba di sposa ventenne (cominciammo da un ballo, o
Signore, e ci siam persi fra le tombe ; ma il geniale argo-
mento, ancoraché caduto, come vedete, nelle mani d' un
conversamorti, ci ricondurrà, vi prometto, alle gioie e ai
travagli della vita), da un' altra tomba di giovine sposa
minor sorella dell'Albiera, e ancor essa bellissima, Gio-
vanna degli Albizzi moglie a Lorenzo Tornabuoni, morta
nel dare alla luce il secondo figliuolo, faceva il Poliziano
uscire la voce di lei, cosi : 17 « Gentilezza di sangue, bel-
« lezza, un figliuolo, ricchezze, amor coniugale, ingegno,
« costume, animo, mi facevan felice: felicità, che la Parca
« perfida, a viepiù inacerbirmi la morte, mi addimostrò
« piuttosto che darmi. » Ma buona e pietosa forse pos-
siamo noi oggi dire la Parca, che risparmiò a Giovanna
di vedere soli nov'anni appresso, nel 97, ne' tempi del Ter-
rore Piagnone, decapitato a ventinove anni il suo Lorenzo
come cospiratore mediceo. 18 Memorie d' infinita pietà a
chi guardi, sulle medaglie coniate in onore di lei, le sue
forme gentili, e ne' rovesci simboleggiate le sue virtù, o
con le tre Grazie, scrittovi intorno Castità Bellezza Amore,
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
183
o con la figura virgiliana della ninfa cacciatrice ; 19 a chi
nella cappella che fu de' Tornabuoni, in Santa Maria No-
vella, la riconosce, nei meravigliosi affreschi di Domenico
Ghirlandaio, in quella bionda giovanissima gentildonna,
che riccamente vestita di broccato d'oro campeggia nella
storia della Visitazione ; 23 a chi potesse pur di Giovanna
rivedere un altro ritratto, della stessa mano del Ghirlan-
daio, che col nome della madonna Laura petrarchesca da
un palagio fiorentino trasmigrò ad altri lidi ; 21 o a chi
rimpianga certi preziosi affreschi, che in una villa subur-
bana del pian di Mugnone tornarono, pochi anni or sono,
alla luce, solamente per esser divelti e travalicati e (sento
dire) sciupati oltralpe. 22 Quanta gentilezza del Rinasci-
mento fiorentino dovette accogliersi fra le pareti di quella
villa che nei Tornabuoni rimase dal 1469 al 1541, e fu
dunque villa di Giovanni Tornabuoni, quando questi e in
Firenze e in Roma, quasi ambedue egualmente medicee,
era forse il principale agente della fortuna sì mercantile
e sì politica della poderosa famiglia ; quando ei faceva
nel 1490 scoprire quella magnifica sua cappella, e ci fa-
ceva scrivere dal Poliziano la data, « anno 1490, nel quale
« la città bellissima, nobile per ricchezze, vittorie, arti,
« edifici, godeva di abbondanza, di salute, di pace »;23
quando nel giugno dell' 86 le nozze del suo Lorenzo con
la bella Giovanna, da Lorenzo stesso dei Medici conci-
liate, erano festa non pur domestica ma cittadina. 24 Ve-
niva la sposa a Santa Maria del Fiore, in mezzo a un
corteo di cento fanciulle delle maggiori famiglie, e di quin-
dici giovinetti vestiti d' un' assisa : assistevano al darsi
l'anello cavalieri così cittadini come di fuori, e un amba-
sciatore di Spagna al Pontefice. Un Guicciardini e un Ca-
stellani accompagnavano la sposa alle case de' Tornabuoni,
presso alle quali la piazza di San Michele Berteldi (oggi
184
NEL RINASCIMENTO
piazza San Gaetano) era « messa a palco » per uso di
festeggiamento e di ballo : e di là tornati gli sposi alle
case degli Albizzi, s'imbandiva suntuosamente la cena,
essendo messo il terreno del palagio egualmente a palco
pel ballo, che a lume di doppieri si alternava, durante
l'intera notte, co' virili giuochi d'una sfarzosa armeggeria.
Più riposate dolcezze offriva ai giovani sposi la villa. Qui
viene ad essi il Poliziano, tenerissimo del giovine Lorenzo
fin quasi a ieri suo valente discepolo ; il Poliziano 25 che
con affetto quasi paterno si compiace d'ogni suo trionfo,
così nelle lettere classiche, specialmente greche (delle
quali spera che toccherà presto la cima) ; come nel poetar
volgare, magari anche all' improvviso ; come nelle giostre
della piazza di Santa Croce : viene 1* umanista dottissimo
a intertenersi de' cari studi, a leggere que' suoi stupendi
poemetti latini le Selve, una delle quali V Ambra, d'argo-
mento omerico insieme e mediceo, è dovuta a te (scrive
dedicandogliela) per V un titolo e l'altro : viene a esami-
nare e interpretare le antiche medaglie, della cui raccolta
in casa Medici il numismatico erudito e diligente è ap-
punto Lorenzo Tornabuoni : al quale, e al maestro suo, chi
dubiterebbe (certi di ciò) d'attribuire, con altre, le meda-
glie fatte eseguire in onore della sposa diletta? Ma il vec-
chio Tornabuoni, che guarda con occhio d'immenso affetto
que' giovani capi, ahimè destinati sì da presso alla morte,
non pago ohe il Ghirlandaio li ritragga nelle mirabili storie
della cappella, in un'altra di quelle meraviglie dell'arte
li vuole, sulle mura di quella stessa sua villa, per mano
del Botticelli, consacrati alla ricordanza de' secoli. « Di-
pignetemi, o maestro, questa sala a buon fresco ; e il Poli-
ziano nostro, qui, darà, come suole, il concetto d'alcuna
di quelle esquisite allegorie nelle quali sì fieramente vi
compiacete ». E il Botticelli, in due storie sulla medesima
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
185
parete della sala, come sulla medesima parete della cap-
pella in due separate storie il Ghirlandaio, ritraeva i gio-
vani sposi. Neil' una, il cui fondo è una selva assai folta,
— che ricorda quello dell'altra allegoria di Sandro polizia-
nesca, la Primavera, — Lorenzo Tornabuoni, vestito del-
l'abito civile fiorentino, con la folta e morbida capigliatura
distesa, si avanza, condotto per mano da una donna di mo-
desto e gentil portamento, verso un circolo di altre sette
donne, acconciate (come anche V introduttrice) fantastica-
mente, e che pe' vari emblemi di che ciascuna d'esse è
fornita, simboleggiano certamente le sette Arti liberali ;
delle quali quella che alle altre sovrasta e par che pre-
segga, fa a lui cenno di accoglienza amorevole. Nell'altra
storia, Giovanna, cara figura delle più vivamente lumeg-
giate di verità bella che siano uscite da pennello di quat-
trocentista, con un viso che dice davvero quelle virtù che
leggemmo scritte sul suo sepolcro, atteggiata a sempli-
cità affabile e graziosa, porge con ambe le mani e le
braccia protese un pannolino spiegato, nel quale quattro
gentili giovinette, che si avvicinano a lei, sono per de-
porre fiori. E anche questa volta, vestita del costume fio-
rentino del tempo la persona della sposa ; ma a fantasia
le quattro che probabilmente son figurate per virtù pro-
prie di lei. Ai piedi respettivamente sì dello sposo e si
della sposa, un bambino, che regge uno stemma : soave
augurio nuziale all'avvenire della famiglia.
IL
In tali imagini il sentimento e l'arte, che da questo
s'informa, effigiavano, mentre fioriva l'umanismo mediceo,
la donna. Alla quale, nelle realtà della vita e dell'esser
suo, sola, io credo, di tali omaggi era accessibile e gustata
186
NEL RINASCIMENTO
e compresa quella parte che prendeva consistenza in figure
consacrate dalla religione, sotto le volte maestose delle
chiese d'Arnolfo e di Brunellesco, piovente la luce miste-
riosa, per le grandi bifore da' vetri colorati in istorie, sugli
affreschi e le tavole di Masaccio e di Benozzo, de' Lippi
e de' Ghirlandai, d'Alessio Baldovinetti e di Piero di Co-
simo, sui marmi e sui bronzi di Mino, di Donatello, del
Ghiberti, del Verrocchio, del Poliamolo. Da quelle figure,
genuflesse alla preghiera, o nel sonno della morte diste-
se, o atteggiate vive all' azione delle leggende evange-
liche, sollevavansi le pie e gagliarde anime femminili a
ciò che nel tempo è di qua e di là dal momento che si
vive; congiungevansi i ricordi, gli affetti, le glorie umane
della famiglia, con le speranze immortali. E questa poesia,
sentita nel cuore, sapeva anche trovar forma nella parola,
la forma paesana e casalinga della Lauda e della sacra
Rappresentazione, per opera di Antonia Pulci e di Lucrezia
Tornabuoni ne' Medici. L'Antonia, nata dei Giannotti, mo-
glie e cognata di poeti, 26 in famiglia che tutti erano cosa
de' Medici, potè con madonna Lucrezia madre del magni-
fico Lorenzo conferire le sue ascetiche ispirazioni nell'atto
di fermarle in quello stampo fra drammatico ed epico, pel
quale la Rappresentazione ha corrisposto con tanta pie-
nezza all' istinto plastico della fantasia popolare ; e ma-
donna Lucrezia, fra un canto e l'altro che Luigi Pulci le
recitasse del suo Morgante, e altresì fra l'una e l'altra
delle provvide cure per le quali casa Medici le dovè tanto,
scriveva senza prevenzione di letterata le religiose canzo-
nette pe' Laudesi, o riduceva in ottave o in ternari le
istorie bibliche, delle quali poi facevan delizia negli ozi fìe-
solani e di Careggi i suoi nipotini, w
Gentili donne non letterate, nello stretto senso profes-
sionale e (con vostra buona grazia, e senza che troppo
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
187
debba rincrescervene) non femminile, della parola ; le
quali serbando nette d'erudizione le mani delicate, coglie-
vano dall'arte il fior dell' affetto, e pur conversando coi
dotti umanisti e coi barbassori che la caduta di Costan-
tinopoli aveva addotto fra noi, si stavano col popolo nel
vestire, delle forme che egli intende e crea, il pensiero
e l'affetto ; dalla realtà, quale il popolo per linea diritta
la vede, cavar fuori e animare il fantasma. Le giovinette
istituite nel latino e nel greco, non era difficile trovarle
nelle case principesche o signorili di Lombardia e di
Romagna : era una, fra le altre, delle splendidezze corti-
giane di quelle regioni. 28 Una addirittura « meraviglia
« di donna » umanista, la trovò il Poliziano a Venezia :
Cassandra Fedele ; e la salutò entusiasticamente col vir-
giliano, O decus Italiae virgo ! 29 Ma i grandi cittadini
della nostra Firenze, anche della oligarchia più elevata,
e molto più i Medici che a combattere quell' oligarchia,
e sulle ambizioni di lei insediare la propria, usavano
artifizi democratici, rimasero (dico gli Albizzi, i Ricci,
gli Strozzi, i Rucellai, ed essi i Medici), anche attraverso
agli splendori dell'umanismo, principalmente e visibil-
mente mercanti: e la donna, nelle loro case, fu pur sempre
e soprattutto la donna di grandi mercatanti, donna mas-
saia, avvisata, e più che della libreria e del medagliere
curatrice dell'azienda domestica, o, se volete anco, della
credenza, del celliere (coirTallora dicevasi), della colom-
baia, del pollaio.
Una letterata, anzi letteratissima (che però non ha
lasciato libri), ebbe Firenze in quel secolo, ma non da
alcuna delle grandi famiglie, sibbene nella figliuola d'un
Cancelliere della Repubblica, venuto, come tanti altri, dal
contado alla città, e qui arricchitosi e fatta fortuna. Ella
fu la bella Alessandra di messer Bartolommeo Scala : 30
188
NEL RINASCIMENTO
alla quale due di quei barbassori greci, il Lascari e il
Calcondila, furon maestri ; un altro, venuto in Italia uma-
nista e soldato, Michele Tarcaniota Marnilo, fu suo marito;
e spasimato di lei il Poliziano (nonostante tutti i cano-
nicati e priorati e pievanie, di cui poco degnamente lo
rincalzavano i Medici; e nonostante, altresì, il suo collo
torto e l'occhio losco e il naso sformato e gli anni ormai
quasi quaranta), spasimato di lei, e per cagion di lei
nemico feroce e con terribili giambi laceratore del marito
e del padre. 31 Non vi meraviglierete che una passione
amorosa fra persone di questo calibro si sfoghi in greco.
Si rappresenta nientemeno che una tragedia di Sofocle,
V Elettra : protagonista, Alessandra Scala ; cronista tea-
trale, con tutti addosso gli entusiasmi d'una passione,
ahimè, non corrisposta, il povero Poliziano in sei distici
di squisita fattura, che vi traduco liberamente : « Una
« mirabile Elettra, la giovinetta Alessandra : mirabile nel
« pronunziare, essa italiana, la lingua d'Atene, nella into-
« nazione vera della voce, nel curare l'artifìcio della scena,
« nel ritrarre fedelmente il carattere, regolare lo sguardo,
« il gesto, il movimento ; nel conservare al linguaggio
« della passione il decoro, nel suscitare col volto in la-
« crime la pietà degli spettatori. Tutti ne fummo per-
« cossi ; ma oh che invidia sentii io nel cuore, quand'ella,
« stringendo al seno Oreste, gli dice, — T'ho io fra le
« braccia? — ed egli, — Oh così tu m'abbia sempre! »
Un passo ancora, ossia un altro epigramma greco, e il
critico drammatico, l'ammiratore entusiasta, si scuopre
amante. « Ho trovata, ho trovata, quella che volevo, che
« sempre cercavo ; l'amor mio sospirato, quella che ve-
« devo ne' sogni : una fanciulla d' intègra bellezza, di
« adornezza non accattata ma naturale ; una fanciulla,
« eulta di greco e di latino, eccellente nella danza, eccel-
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
189
« lente nella musica ; de' cui pregi, velati dalla modestia,
« contendono a gara le Grazie. L'ho trovata: ma a che
« prò, se appena una volta l'anno posso io, che di lei
« ardo, vederla? » Ma l'Alessandra era in grado, non
solamente di ricevere omaggi in greco, sì anco in greco
rispondere ; e rispondeva così : « Nulla di più bello, che
« la lode d'un valentuomo : ed oh qual gloria a me dalla
« lode tua ! Quanto ai tuoi sogni, bada, interpretali bene :
« tu non puoi aver trovato in me quanto dici. È sentenza
« del divino Omero : — Avvicina un Dio i consimili. —
« Or troppa è fra te e me la dissomiglianza. Imperocché
« tu sei come il Danubio, che da occidente a mezzodì, e
« poi di nuovo verso oriente, diffonde largo corso di acque.
« Glorioso filologo, tu discacci le tenebre dai monumenti
« di più lingue : greca, romana, ebraica, etnisca. Ercole
« delP erudizione sei a gara chiamato, per le tue fatiche
« intorno a testi di astronomia, di fìsica, di aritmetica,
« di poesia, di leggi, di medicina. I miei scritti di fan-
« ciulla son cosette leggiere, come i fiori e la rugiada.
« Io accanto a te, perchè so un poco di lettere 1 Ma sarebbe
« com'a dire, secondo il proverbio, la zanzara accanto
« all'elefante, perchè han la proboscide tutt'e due ; la gatta
« accanto a Minerva, per via degli occhi cerulei. » Che
ve ne pare ? Fu mai con maggior dottrina, o con più squi-
sita crudeltà, rimesso al suo posto un adoratore stagio-
nato? Non credete voi che messer Angelo abbia questa
volta dovuto imprecare alle similitudini, alle perifrasi,
alle antonomasie, e a tutto il resto dell'arsenale retorico ?
mandare al diavolo i proverbi greci, e magari anche le
sentenze del divino Omero? Persiste tuttavia, come pur
troppo avviene le più volte in simili casi ; e persiste, il
che è assai meno frequente, in greco : « Tu mi mandi, o
« Sandra, le pallide violammammole : e io nell'amore di
190
NEL RINASCIMENTO
« te impallidisco e mi struggo. Fiori e foglie, imagine
« gentile della tua primavera; ma il dolce frutto io vorrei ! »
Al che Alessandra non risponde; anzi: « Nè vederti, o
« Alessandra, mi è permesso più, nè ascoltarti: ma almeno,
« due versi di risposta. » E finalmente (del buon gusto
poi di questa pensata lascio a Voi, Signore e Signorine,
il giudizio): « O giovinetta, gradisci per la tua chioma
« questo pettine d'osso : cosi potessi io avere i capelli del
« tuo bel capo. » I capelli d'Alessandra Scala, come già
quelli dell'Albiera sul feretro che la portava in. San Pier
Maggiore, furono (questa credo non ve l'aspettereste) recisi
più tardi sulle soglie di quello stesso convento, dove, ri-
masta vedova del suo greco, ella si fece monaca bene-
dettina, e vi morì giovanissima nel 1506.
III.
Se non che l'arte, la poesia, non sono esse la poesia
della vita: possono, della vita, adombrare con le loro
imagini, o idealizzare, la realtà ; ma quelle imagini dalla
realtà si distaccano, hanno propria esistenza, alla quale
la realtà rimane estranea od anco può contraddire. Bea-
trice è donna ; addiviene angelo, simbolo, ente : Laura è
moglie e madre ; la poesia la restituisce, libera, alle idea-
lità dell'amore. Le idealità del Trecento, paesane e cri-
stiane, e umàne almen tanta parte quanta è umano lo
spirito, il Rinascimento le aveva, sin dove potè, sopraf-
fatte con l'umanesimo della materia, con la sua mito-
logia, co' suoi ninfali, co' suoi baccanali, incominciando
a svolgere dal dischiuso gomitolo dell'antichità classica
quel filo che, sottile ma tenace, si continuò poi per tutta
la poesia italiana, non pure sino alle Grazie d'Ugo Fo-
scolo, che al rito delle sue Dee sugli « aerei poggi di
Bellosguardo » consacrava sacerdotessa anche una gen-
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
191
tildonna fiorentina, 32 ma sino all'Urania del Manzoni, che
precede gl'Inni sacri e i Promessi sposi. Nella poesia del
Quattrocento, dal Boccaccio al Poliziano e a Lorenzo, le
ninfe Simonetta e Ambra non sono che due figure spic-
cate dall' idillio fìesolano, nel quale messer Giovanni ha
classicizzato e paganeggiato, con gli amori d'Affrico e di
Mensola, le origini di Firenze.33 Da Poggio a Caiano per
Careggi e Montughi fino a Settignano e Maiano, lungo
tutto questo nostro subappennino gentile, le Driadi e le
Amadriadi, le Naiadi e le Napee, con tutta quanta la fauna
del loro corteo mascolino, danzano allegramente alla luce
misteriosa de' pleniluni, che pur si diffonde sulla Badia
medicea di Brunellesco, e da' finestroni della vecchia
cattedrale di Fiesole investe le animate sculture di Mino,
lumeggia della cristiana aureola la Vergine e i Santi di frate
Giovanni Angelico. Muore in una sua villa, forse a Quarto,
una giovine gentildonna, che a prezzo della propria salva
la vita al suo bimbo pericolante nel crollare d'una tettoia
del contadino. E la cronaca cittadina, compilata sulla
cetra dei latinisti, esalta questa devozione di madre alla
sua creatura, sapete come ? con inveire contro gli Dei Lari
che non hanno sorretta quella tettoia, contro le divinità
campestri le quali hanno attratta in villa la bella Alba
(un'altra Albiera), che Venere avrebbe dovuto proteggere ;
con T imprecare alle Parche, tuttavia non senza consolarsi
pensando che laggiù, fra le ombre elisie, Alba, la più bella
di tutte, usurperà il regno a Proserpina : e tutto questo
pur descrivendo, e non senza efficacia, la madre presente
all'eccidio della giovine figliuola, e che ne perde i sensi;
e lo strazio del marito, che, lontano da Firenze, torna
quando la sua povera moglie è ormai sotterra, e vuole a
forza alzare la pietra di quella sepoltura, e che le care
sembianze siano restituite una suprema volta al suo di-
192
NEL RINASCIMENTO
sperato dolore. u La famosa brigata delle gentili donne
fiorentine, che fuggendo i dolori e i pericoli della pesti-
lenza del 1348 è dal gran novelliere immaginata ritrarsi
in una di quelle vallette fiesolane, ci perde i nomi con
che sono state battezzate in San Giovanni, per divenire
Pampinee o Neifili, e le loro fantesche Misia Licisca Stra-
tilia, e Sisisco il cuoco, e Panfilo Filostrato Dioneo la
fauna de' loro amatori : 35 con tanta verità, quanta ne è
in cotesto calunniare la donna, sia di quello sia di qua-
lunque altro secolo, apponendole che, dove si soffre e si
muore ella se ne vada in campagna, invece di rimanere
ferma e fedele al suo posto. 3(3 Tanta verità in ciò (Voi
non mei concedereste se lo affermassi, o donne gentili),
quanta nella bizzarria germogliata, non si sa come, in
testa al buon Franco Sacchetti, d'una Battaglia delle belle
donne dì Firenze con le vecchie, 37 le giovani schierate
sotto il gonfalone di Venere, le vecchie sotto quello del-
l' infernale Proserpina ; il tutto in quattro cantàri d'ottave
mal connesse, con volgare strazio d'ogni nobile affetto
e un pocolino anche del buon senso, che informa invece
così finamente le novelle di quel medesimo Franco. Tanta
verità in coteste cose, quanta (per tacer d'altre volgarità
siffatte) nella fantasia, incarnatasi bensì in una delle prose
più belle di nostra lingua, Le bellezze delle donne; le
quali bellezze don Agnolo Firenzuola immagina, in un'al-
tra brigata boccaccevole, siano da quel suo Celso, che
è poi lui stesso senza la cherica, analizzate pezzo per
pezzo, più o meno velati, sulla persona di quelle sue (al
solito sbattezzate) monna Lampiada, monna Amorrorisca,
e Verdespina, e Selvaggia, ascoltatrici e interlocutrici :
anatomia estetica, possibile forse ad eseguirsi laggiù nella
Magna Grecia in servigio di Zeusi quando dipingeva la
sua Elena, ma non già in Prato, nell'orto della badia di
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
193
Grigliano, Tanno di grazia millecinquecento tanti, in una
veglia, quale quella vuole pur essere, di donne non di-
mentiche di sè medesime. 38
IV.
Non era quella, nè poteva essere, la poesia della vita
fiorentina fra il XIV e il XVI secolo. Fantasticata su' libri,
e in libri foggiata, essa non attinge nè attiene alla vita
vera di quell'età ; nè vera è la donna che su quel mitico
fondo, tutto romano e greco, nulla medievale, campeggia.
Vera, invece, dalle descrizioni, o siano poetiche o meglio
se in prosa schietta fiorentina, de' conviti nuziali, delle ar-
meggerie, delle giostre, vera e viva ci sorride, e onestamen-
te baldanzosa, e di quelle cavalleresche e cortigiane ono-
ranze seco medesima sodisfatta e superba, la donna. Non
mancano anche in cotesti suntuosi apparati lo iddio
Amore, gli Amorini (convertiti bensì, il che ha un po' del
trovadorico, in spiritelli), le Ninfe ; sibbene come orna-
mento esteriore, fregio posticcio, parvenza fugace ; non
come espressione mitologica d' un sentimento, o quasi
(direi co' filosofi) espressione essoterica d' una dottrina.
Ma la figurazione dominante e caratteristica è dalla ca-
valleria medievale, e s'atteggia e si drappeggia nelle per-
sone e nelle foggie di castellani e di principi, d' uomini
d'arme, di donzelli, d'araldi e di paggi, di dame crudeli
e di servi d'amore, con seco le grandi o gentili memorie
delle crociate, de' passaggi imperiali, della « santa gesta »
de' Paladini : le donne (ha cantato Dante 39)
le donne, i cavalier, gli affanni e gli agi
che ne invogliava amore e cortesia.
Siamo in piazza Santa Croce il 7 febbraio del 1468;
e si fa la giostra 40 della quale Lorenzo de' Medici scri-
Del Lungo
13
194
NEL RINASCIMENTO
verà ne' suoi Ricordi: « Per eseguire e far come gli altri,
« giostrai in sulla piazza di Santa Croce » ; e ne noterà
la spesa in fiorini diecimila di suggello: « e benché d'anni
« e di colpi non fussi molto strenuo, mi fu giudicato il
« primo onore, cioè un elmetto fornito d'ariento, con un
« Marte per cimiero. » Entrano in campo i giostratori :
Medici, Pitti, Pucci, Vespucci, Benci, Pazzi, e altri molti ;
qual più qual meno riccamente forniti : con magnificenza
più che regale, Lorenzo alla divisa de' gigli d'oro di Fran-
cia, e in sua compagnia il fratello Giuliano, coperti d'oro,
d'argento, di perle, di pietre d'ogni sorta preziose : cia-
scun cavaliere accompagnato da trombetti e paggi e uo-
mini d'arme, e giovani gentiluomini a cavallo tutti vestiti
sfarzosamente alla divisa di quello ; brigate per ciascuno
di poco meno che un centinaio di persone ; e ciascun ca-
valiere col suo stendardo, nel quale fra emblemi e segni
diversi, e per lo più tra verde di prati e fiori di verzieri, la
dama del cuore. Questa, leggermente velata di bianco, con
ghirlanda di quercia in mano, e a' piedi legato con ca-
tene d'oro un leopardo ; quella, in abito di ninfa, che riceve
nel grembo le foglie d'un faggio battuto dalla tempesta,
e le dà mangiare ad un daino ; quell'altra, vestita di bianco
e di verde, che le saette d'Amore infocate spenge nel
fonte che scorre a' suoi piedi ; un'altra, vestita di pao-
nazzo, che quelle stesse saette fa in pezzi e ne semina il
prato : ma la dama di Lorenzo, irraggiata dal sole tra-
verso ai colori dell' iride, vestita di drappo alessandrino
ricamato a fiori d'oro e d'ariento, coglie d' un ramo di
lauro rinverdito sull'arido tronco, e ne fa ghirlanda, e ne
sparge foglie all' intorno ; il suo motto, in lettere di perle
grosse da gioiellare, le tems revient. E molto lontano da
Firenze, in Roma, nell'austerità baronale del palagio degli
Orsini, pensava a lui in quel giorno una giovane donna,
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
195
che non era nè forse le rincresceva di non essere la dama
del suo stendardo, perchè si apparecchiava ad essere la
madre de' suoi figliuoli. « Lorenzo è molto occupato in
« questa giostra, che già da tempo non ò avuto sue let-
« tere » ; ha detto ella, la Clarice, un mese innanzi, a uno
de' Tornabuoni venuto a recarle le nuove di lui : ed ora,
appena corrono a farle sapere « come Lorenzo à fatto la
« giostra, en'è uscito sano e con grandissimo onore »,
e che « s' è aoperato tanto degnamente quanto sia pos-
« sibile di dire », e che « giammai fu paladino facessi
« quello à fatto Sua Magnificenza », risponde soavemente:
« Ora che s' è fatto la giostra, non avrà più scusa da re-
« care, che non venga a Roma questa quaresima. » E in
occasione della quaresima, la madre le ha fatto « levare
« panno pagonazzo di Londra per una gonna a la roma-
« nesca », che crede quel fidato Francesco Tornabuoni
« non istarà punto male » ; e così si propongono, madre
e figliuola, di « andare vicitando tutti questi perdoni, pre-
« gando Iddio per Lorenzo » : ma la madre insiste ch'e' ven-
ga, perchè « vuole che voi vegiate la vostra mercanzia,
« avanti l'abbiate a casa ; la quale ogni giorno miglio-
« ra » : della qual locuzione figurata non so se proprio
si abbellisse il parlare della nobilissima matrona, o s'ella
fiorisse spontanea nella lettera del mercante cliente al
mercante magnifico.41
Un anno e quattro mesi dipoi, il 4 giugno del 69, le
nozze di Lorenzo e di Clarice si celebravano in Firenze
con grande solennità, la quale incominciava con due in-
teri giorni di offerte a casa i Medici dal contado e dalle
città di Toscana; offerte la cui consistenza sommò, per
citar qualche cifra, a un centocinquanta vitelle, paia di
capponi paperi e pollastri più di duemila, vini nostrali e
forestieri a botti, e simili altre gentilezze, che Lorenzo
196
NEL RINASCIMENTO
partecipava largamente alla cittadinanza, anche prima
d' imbandire, dalla domenica al martedì, ben cinque con-
viti, che empivano le loggie e i giardini del palagio di
via Larga, con le mense distribuite fra giovani donne in
compagnia della sposa (« cinquanta giovani da danzare »
dice F informazione 12), e le donne di più età con madonna
Lucrezia ; e così in tavole separate i « giovani che dan-
« zavano » e gli uomini di più età. Dalla domenica mat-
tina, quando la sposa, partitasi dalla casa degli Alessan-
dri « a cavallo, in sul cavai grosso che donò a Lorenzo
« il re di Napoli », entrava fra nobilissimo corteo nella
casa maritale, mentre festeggiato di musica lieta si tirava
su alla finestra il simbolico ulivo ; sino alla mattina del
martedì, quando « andò a udire messa a San Lorenzo »,
con in mano uno de' mille doni nuziali, « uno libriccino
« di Nostra Donna, maraviglioso, scritto a lettere d'oro in
« carta d' azzurro oltremarino, coverto di cristallo e d'a-
« riento lavorato » ; Clarice Orsini, trasportata avvolta
sollevata in quel profumo di gioventù, di bellezza, di gra-
zia, di forza ; ricevuta nelle sale che Cosimo, Piero e Lo-
renzo avevano impreziosite dei tesori dell'antica arte e
della risorta; circondata, sovraccarica, dagli splendori
d' una ricchezza che, anche non ostentata anzi voluta
dissimulare, tuttavia impacciava quasi sè medesima ; re-
gina degli omaggi che il fiore delle intelligenze di tutto
il mondo tributava a questa famiglia, la cui potenza era
soprattutto l' ingegno ; potè ben comprendere ch'ella era
venuta sposa al primo cittadino, non che di Firenze,
d' Italia.
E lasciamo stare se a quella gaiezza un po' sbrigliata
della città popolana, allo scetticismo elegante di quei let-
terati già bell'e cortigiani, a quelle transazioni fra il cit-
tadino e il cliente che corrompevano intorno al patrono
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
197
tanto vecchio sangue repubblicano, se a questo e ad altro
che poi dovette offendere la sua romana alterezza e i suoi
sentimenti di moglie e di madre, 43 ella ripugnò sin da
principio, e ne contrasse quel malinconico cruccio che
avvolse tutta la sua virtuosa esistenza domestica; lasciam
pure che invece del Poliziano, il quale ella giunse per-
fino a cacciare di casa, 44 preferisse di vedersi intorno ser
Matteo Franco, buona pasta di cappellano e di sonettiere
faceto, nelle cui florentinissime lettere madonna Clarice,
circondata da' suoi figlioletti, è viva e parlante figura ; 45
ma non saprei tuttavia credere, che, giovinetta sposa, ella
non abbia dovuto gustare, di quella popolana gaiezza, di
quella eleganza addottrinata, di quei cortigiani ritrovi,
quanto parlava così vivacemente ai sensi e alla fantasia,
in feste, per esempio, simili a questa, che pochi anni
avanti, nel 64, aveva empito del suo fragore gioioso una
intera notte del carneval fiorentino.
« Notizia d'una festa fatta la notte di carnasciale, per
« una dama la quale fu figliuola di Lorenzo di messer
« Palla degli Istrozi. La detta festa fu fatta da Bartolomeo
« Benci, come innamorato di detta dama. » 46 Ve la rias-
sumo, il più che potrò con le parole stesse della Notizia
contemporanea, che sono una pittura. Bartolommeo Benci
ha ordinato, con altri otto giovani di principali famiglie,
un' armeggeria notturna, V ultima notte di carnevale, in
onoranza, prima alla dama sua, poi, come sentirete, a cia-
scheduna delle otto respettive dame de' suoi compagni. Cia-
scuno di essi otto è a cavallo, ricchissimamente forniti :
ciascuno ha trenta giovani intorno a sè, vestiti alla pro-
pria divisa, con torchi in mano, e altri otto intorno alla
briglia. Il Benci poi, col bastone di « Signore e Capitano
« della Compagnia », è « in su 'n uno cavallo che la natura
« nollo potre' fare più bello ; con fornimento e sella e
198
NEL RINASCIMENTO
« briglia tutto di chermisi, ricamato di molte argenterie
« tanto riccamente quanto fare si potè : e lui in su detto
« cavallo, con uno giubone di perle ricamato e gioie, con
« due alie alle spalle, d'oro e più altri colori. E intorno
« al detto Signore era quindici gentili giovani a piè ;
« tutti con gonnellini di raso chermisi foderati d'ermel-
« lini, con calze pagonaze : a' quali esso Signore donò a
« ciascuno. E oltre a questo, aveva intorno detto Signore
« centocinquanta giovani, tutti vestiti a una sua divisa,
« cioè gonnellini e calze verdi, con falconi nel petto e di
« drieto, d' ariento, che gittavano penne per tutto el gon-
« nellino : e' quali centocinquanta giovani ciascuno aveva
« uno torchio acceso in mano. » Portatori e pifferi circon-
dano il Trionfo d'Amore, che è alla testa: un Trionfo
« alto braccia venti, composto in modo che, guardandolo,
« si rimaneva abagliato : co' molti ìspiritegli d'amore con
« archi in mano ; e in alcune parti l'arme de' Benci, e in
« altri luoghi la divisa del padre di detta dama: co' mol-
« te campanellette e sonagli d' ariento, e varie cose. Era
« composto, detto Trionfo, d' alloro, mortina, arcipresso,
« abeto e scope, cose tutte verdi e calde, apropriate al-
« 1' amore. E, per abreviare, in sulla cima di detto Trionfo
« era un cuore sanguinente, aceso in fiamme di fuoco, che
« del continovo ardevano ; con certi razi » che a suo tempo
dovevano esser lanciati. Muove la brigata (tutto ben com-
putato, oltre un cinquecento persone) dalla Piazza de' Pe-
ruzzi, dopo una lauta cena in casa di Bartolommeo, e
va alle case degli Strozzi da Santa Trinità: due Benci e
due Strozzi regolano a cavallo 1' andata. La Signoria ha
fatto bandire, che nessuno quella notte giri a cavallo per
la città, fuor di cotesta armeggeria ; e che in essa o a
cagion d'essa, « se per disgrazia alcuno fusse morto, chi
« V ammazza sia sanza pena e sanza bando » : il che è
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ 199
detto « un obviare a' casi cattivi che potrebbero nascere ».
E così, « giunti a casa della dama, feciono la mostra. E
« apresso, ciascuno corse ritto in sulla sella, secondo uso
« d'armeggeria, con uno dardo in mano, dorato. E dipoi
« ancora, ciascuno corse con una lancia busa, dorata ; e
« ruppono a pie della finestra dov'era detta dama. La
« quale si mostrava in mezo di quattro torchi acesi, con
« tanta graziosa onestà che una Lucrezia basterebbe. E
« fatto questo, el Trionfo era fermo sulla piaza, dirimpetto
« alla finestra dov'era detta dama: e al Signore fu ispic-
« cate l'alie e gittate in sul Trionfo ; e in quel punto, era
« ordinato che a detto Trionfo s'apiccassi el fuoco : e così
« arse, con tante grida e suoni che insino alle stelle an-
« dava el romore. E i razi che v'erano su erano artificiati in
« modo che pareva che quegli ispiritegli d'amore, ch'erano
« in su detto Trionfo, co' Parco che gli avevano in mano
« gli saettassono. E così acesi, per Paria volavano apresso
« alla dama : alcuno n' andava in casa della detta dama,
« che si istima glien' entrassi alcuno nel cuore, per com-
« passione del detto amante. E fatto questo, el detto Si-
« gnore Amante, partendosi con tutta la compagnia, per
« non volgere le spalle a detta dama, fece che sempre
« el cavallo andava indrieto, tanto che più nolla potè
« vedere. E partiti di quivi, andorono a rompere le lancie
« e armeggiare a casa le Dame di ciascuno de' suoi Com-
« pagni, cioè degli otto nominati. Dipoi tornorono tutti
« dalla Dama del Signore, e feciolle una mattinata co'
« molti suoni e gra' magnificenza ; e questo si dice mat-
« tinata, perch'era presso a dì. E dipoi si partirono, e
« acompagnorono el Signore, cioè Bartolomeo Benci, a
« casa, nel modo e forma come s'erano partiti nel pren-
« cipio. E '1 detto Signore aveva ordinato molte confe-
« zioni, e fece tutti convitare co' gra' magnificenza ». A
200
NEL RINASCIMENTO
chi poi rimanesse la curiosità (mi sia permesso, gentili
ascoltatrici, supporla), se a que' nove armeggiamenti sotto
le finestre delle nove case abitate dalle nove dame, corri-
sposero a suo tempo nove bei matrimoni, rispondo : che
quanto ad alcuna delle amorose coppie, no certo, per la
ragione molto stringente che il cavaliere aveva moglie,
il che fa altresì lecito ammettere che anche qualcheduna
delle respettive dame avesse, per ulterior respetti vo, marito:
quanto a qualche altra coppia, potrebb' anch' essere;
ma a chiarirlo, bisognerebbe, come de' cavalieri, avere i
nomi delle otto dame ; e questi la Notizia, che vi ho
riassunta, non ce li dà. Quanto poi alla coppia che più
forse vi preme, mi rincresce dovervi notificare, che la
Marietta Strozzi, nonostante tutta quella bersagliatura di
razzi amorosi fra la quale le finì il carnevale del 1464,
sette anni dopo andava sposa (e già aveva seguita fuor
di Firenze la madre) ad un Calcagnini di Ferrara ; e
l'anno appresso, nel 72, l'aligero, e poi spennacchiato,
capitano Bartolommeo Benci sposava la Lisabetta Torna-
buoni, una sorella di quel confidente a Roma tra la Cla-
rice Orsini e Lorenzo de' Medici.
Molte dolci memorie, del resto, dovè lasciare la bella
Marietta Strozzi nella città nostra,47 lontano dalla quale
il padre suo esule (come per lungo tempo, dopo il trionfo
de' Medici, furono, di generazione in generazione, gli
Strozzi) era morto di ferro, e per l'esilio di lui aveva dovuto
pure starsene fuori la madre, virtuosissima e austera
donna, Alessandra de' Bardi : 48 e in questa quasi orfa-
nezza, la fanciulla si trovò forse più libera che alla con-
dizione sua non convenisse : 49 almeno in quell' inverno
del 64, nel quale, poche sere avanti l'armeggeria, sentite
quest'altra sua avventura carnevalesca, e che cosa era
possibile a farsi, senza scandalo, da una giovine fìoren-
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
201
tina in que' tempi. Vi traduco (liberamente anche questa
volta) da una lettera, elegantemente latina, di amichevoli
confidenze giovanili tra Filippo Corsini e Lorenzo de' Me-
dici : 50 « ...E mentre ti scrivo, la neve cuopre quasi tutta la
« città: tedio per molti e cagion di starsene; ma per altri
« cagione di darsi moto e piacere. Sappi infatti che Lot-
« tieri Neroni, Priore Pandolfìni e Bartolomeo Benci, »
(daccapo il nostro allegro Capitano) « Cogliamo il destro,
« hanno detto, di usare qualche bel tratto. E subito, a due
« ore circa di notte, si son presentati alla casa della Ma-
«rietta Strozzi, seguiti da una gran moltitudine accorsa
« da ogni dove, per fare a gettarsi la neve con lei. Gliene
« han data la sua porzione, e hanno incominciato. Immor-
« tali Dei, che spettacolo ! e come descrivertelo, Lorenzo
« mio, con questa debole prosa ? Gran pompa d' innume-
« re voli fiaccole; squillar di trombe, dolcezza di flauti; pub-
« blico appassionato e plaudente. E che trionfo, quando al-
« cuno degli assalitori riusciva a sparger di neve il viso,
« come neve candido, della fanciulla! Ma che dico sparger
« di neve? un vero e proprio trarre al bersaglio era quello,
« e di tiratori valentissimi ! La Marietta poi, così leggiadra
« e destra in quel giuoco, bella come tutti sanno, ne uscì
« con immenso onore. Ma i gentili giovani non si partirono
« da lei, che prima non le donassero molto nobilmente per
« loro ricordo. E così, con grande contentezza di tutti, il
« piacevole giuoco ebbe fine. » Un epigramma del Poli-
ziano (l'ultimo che vi citerò da quel florilegio aneddotico
del Quattrocento fiorentino che sono, più assai che le vol-
gari, le sue poesie greche e latine) dice così : « Neve sei, o
« fanciulla, e giuochi con la neve. Giuoca: ma deh, prima
« che la neve s'imbratti, fa' che si sgeli. » 51 L'erudito, che
oggi legge questo complimento amoroso, ricorda i molti
altri, d' antichi e d' umanisti, che sul medesimo argomento
202
NEL RINASCIMENTO
si contengono nell'Antologia latina, e l'ha per un'imita-
zione a freddo (è proprio il caso di dir così) dall' antichità
classica. L'aneddoto che vi ho narrato mostra, invece, che
questa almeno fra le tante imitazioni umanistiche aveva
riscontro nel vero attuale; ossia, che quel bizzarro co-
stume era spontaneamente rifiorito, come anche altre parti
della vita antica, nell'allegra democrazia del Rinasci-
mento : finché la inamidata prammatica delle Corti, la
Riforma protestante correggitrice e il conseguente reat-
tivo disciplinamento della morale cattolica, più tardi infine
la filosofia civile e la rivoluzione bandita e guerreggiata
in nome di principii universali, non ebber mutata la faccia
del mondo.
Ma finché quelle gazzarre, quelle feste davvero popo-
lari, que' fantastici apparati, que' simboli abbaglianti, ebber
vita, ne corteo di spose, né armeggiamento per dame, nè
giostra di amorosi cavalieri, ebbe mai tanta cittadina so-
lennità, quanta uno sposalizio, ben diverso da tutti gli altri
d'allora e di poi : lo sposalizio dell' abbadessa di San Pier
Maggiore ; sposalizio che si ripetè tante volte (salve ecce-
zioni) quanti Vescovi ebbe per secoli parecchi la Firenze e
del Medioevo e del Rinascimento ed anche del Principato
Mediceo, poiché lo sposo della badessa era (honni soit qui
mal y pense) messere lo Vescovo.
Quella chiesa e monastero di San Pier Maggiore, che
furono delle maggiori antichità sacre di Firenze, se, come
pare, nella lor forma primitiva risalivano al secolo quarto;
che detter nome a una porta e a un sestiere della città, abi-
tato e maledetto da Dante ; non sono più. Si restauravano
nel secolo XI, e si afforzavano con addossarli alle mura del
secondo cerchio : si abbelliva la chiesa, a mezzo il secolo
XIV: si sconciava, come tante altre, mediante le cappelle
patrizie a marmi e stucchi di tutti i colori, nei secoli del ba-
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
203
rocco. E tutto oggi è sparito. E il tempo, che «traveste l'uomo
« e le sue tombe », 52 a malapena ha rispettato nell'Arco di
San Piero il nome (salvo i possibili attentati onomastici dei
moderni edili) il nome del titolare. Quali rovine, quali ossa,
calpestiamo noi, passando da quell'arco! Delle nostre cono-
scenze d'oggi, le due belle Albizzi si sono fatte polvere co-
laggiù sotto : e si addormentò in pace con esse la monacella
grecista, la quale, se morendo ancor ella giovine, non ebbe
tempo di maturarsi, arcigna e rugosa superiora, per quelle
nozze episcopali, potè bensì esercitare la sua mondana eru-
dizione, ahimè non più sulle immortali pagine d'Omero e
di Sofocle, ma sul grosso notarile latino degli autentici pri-
vilegi di coteste mistiche nozze, che risalivano (dicono que'
notari)« a tanto tempo quanto è di là da memoria d'uomini».
L'ingresso del novello sposo della Chiesa fiorentina si fa-
ceva ritualmente dalla porta di San Pier Gattolini, oggi ,
Romana: due famiglie, di grandi e tradizionali attinenze
(da Dante proverbiate) con la mensa vescovile, avevano, i
Visdomini e i Tosinghi, il privilegio, siccome « vicedomini
della sedia vacante », di riceverlo e accompagnarlo sino al
monastero, dove, simbolo della Chiesa fiorentina, lo atten-
deva la badessa. Si celebravano, a istanza d i lei, nella chi esa
le nozze, inanellando il Vescovo la sposa con un ricchis-
simo anello, « un anello d'oro con uno zaffiro » nelle nozze
del 1301 : e a questo sembra si rimanesse, nel Rinascimento,
la forma delle nozze più modesta. Ma nel secol di Dante, il
vescovo saliva dalla chiesa, a braccio dei visdomini, sin
proprio alla camera della badessa : dove gli era offerto in
dono un letto suntuosamente montato; e la camera per quel
giorno, durante intere ventiquattr'ore, uscendone lei, dive-
niva camera di lui, sin che, la mattina appresso, i soliti
visdomini gli venivano incontro col clero, e lo conducevano
in Domo e lo insediavano. Tutta Firenze accorreva a quello
204
NEL RINASCIMENTO
sposalizio. 53 Oltre le due ricordate famiglie visdominali,
altre ancora, e delle principalissime, Albizzi, Pazzi, Strozzi,
rivestite di privilegi e diritti in questa o quella parte del
cerimoniale, avevano da quello sposalizio frequenti occa-
sioni di contestazioni, di proteste, di gare. 54 Alla badessa
rimaneva il cavallo col quale era venuto il vescovo: ai
Bellagi un tempo, poi per eredità agli Strozzi con gran
trionfo di tutto il parentado, la sella. 55 La Chiesa fioren-
tina aveva avuto il suo pontefice, e la città una festa di più,
nella quale era toccata la sua parte, e che parte essenziale!
alla donna.
V.
Ma traverso a tutte quelle ideali trasformazioni che
l'arte le apponeva, e a questa vissuta poesia di festeggia-
menti e di pompe, quale fu poi nel segreto della vita reale,
tra le pareti domestiche, figliuola e sorella, moglie e ma-
dre, quale, nella Firenze di quell'età, fu la donna?
Scoperchiare i tetti delle case, e sorprendere senz'es-
sere introdotti la gente che attende tranquillamente a' fatti
suoi, e peggio poi le signore, si è creduto, fino a pochi
anni fa, un privilegio di quel personaggio che sapete, le
Diable boiteux, sollevato da Renato Le Sage alla cattedra
d'uno de' più grandi e maligni professori di filosofìa mo-
rale che il mondo abbia avuto. Fino a pochi anni fa, quando
a me, sfogliando con paziente amore le carte dei Medici
avanti il Principato, occorse di scoprire un' anticipazione
del Diavolo zoppo di Le Sage nella persona d'un corti-
giano de' più cari a Lorenzo e a' figliuoli suoi, e che con
uno di questi, divenuto papa Leone X, finì cardinale di
Santa Chiesa: l'autore della Calandra, il Bibbiena; che
in un Prologo a cotesta sua famosa commedia, rimasto
inedito 56 anzi fra le cancellature del primo getto, imma-
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
205
gina di fare un giro da camera a camera femminili, in-
visibile per forza d'incanto, e mette al nudo una serie di
scenette bizzarre che accadono in questa o in quella, sul
punto del recarsi le donne a una veglia che si fa quella
sera in Firenze. Rassicuratevi: io non voglio entrar terzo
fra il giulivo Cardinale e il diavolo ; se già non vi pare
che sia ormai posto preso da messer Guido Biagi, quando
l'altro giorno v'introdusse con sì garbata erudizione, e
così intimamente, nelle segrete cose della vita privata dei
nostri vecchi.57
E qui cade un' avvertenza e una dichiarazione. Quel
tanto che la novella e la commedia fiorentina del Quattro-
cento e (molto più largamente) del Cinquecento potrebber
dare al ritratto della donna, io credo contenga troppa rae-
schianza o di classico, o di boccaccevole, o di idealmente
satirico: nè ebbe quell'età, come nel Sacchetti ebbero il Due
e il Trecento da Giano ai Ciompi, un novelliere storico. Io
non so in verità, quanto a buon diritto si possano accettare
anche solo come tipi della famiglia in un dato momento
della storia di Firenze, i personaggi della Mandragora : ma
è poi certissimo che la buona Marietta Corsini moglie di
Niccolò Machiavelli nulla ebbe, povera donna, di simile con
quella alla quale egli, nel suo Belfagor, fa sposare il dia-
volo, e poi ridurlo a tale disperazione, eh' e' se ne torna
a rotta di collo all'inferno. 58
E una leggenda di amor coniugale e materno, delle più
poetiche e commoventi, parrebbe, se non fosse dramma
pur troppo vero e dramma sanguinoso, il fatto di Anna-
lena, che lo stesso grande istorico consacrò alla memoria
de' posteri con parole di somma reverenza. 59 Giunge un
messo alle case di Annalena Malatesta, oltrarno, là dove
il popolo memore dice ancora « da Annalena », e le an-
nunzia : « Madonna, il marito vostro messer Baldaccio lo
206
NEL RINASCIMENTO
hanno morto a ghiado nel Palagio de' Signori, e precipi-
tato dalla finestra, e mozzagli la testa come a traditore e
malfattore ». Ed ella, che al venturiero d'Anghiari, valo-
roso e brutale come condottiere ch'egli è, ha dato, sposa
poco più che tredicenne, il cuore e la fede, e piegata sul
suo petto di ferro l'alterezza gentilizia del sangue che le
scende nelle vene da Paolo Malatesta, — il cognato a cui
la poesia di Dante fa eterni l'amore e la pena, il bacio
colpevole e l'amplesso infernale ; — essa, l'Annalena, che
da quel Baldaccio è già madre d'un bambinello ; corre,
povera donna, a' Signori, al magistrato crudele che l'ha
vedovata, e per quella creatura innocente riesce a salvare,
col pianto, da confisca i suoi beni. Poi quel figliuolo, il
suo Guidantonio, nel quale tutta la vita della madre fan-
ciulla si era raccolta, le muore ; ed ella, ancor giovanis-
sima, si trova sola, e già vissuta, nel mondo. E allora
Annalena, fatta donna dal dolore, di quella sua casa in
lutto fa chiostro, in quelle mura chiude per sempre e con-
sacra il breve romanzo della sua giovinezza, le sue nozze
e la sua maternità, le amorose imagini e le micidiali, i
ricordi d'una culla e di due bare ; nelle stanze stesse dove
fu madre, ritorna vergine a Dio, e madre di vergini in-
vecchia soavemente. 60 Affettuosa madre, e compassione-
vole agli splendori e alle lusinghe del mondo; se uno degli
umanisti celebratori di Albiera, 61 proprio a lei, ad Anna-
lena ormai quasi cinquantenne, rivolgeva una di quelle
elegie latine, e le chiedeva la preghiera sua e delle sue
monacelle per la morta degli Albizzi, « per la giovinetta »
le dice « che tu hai amato come una tenera madre ama
« Punico suo »: parole non so dire se pietose o crudeli,
che il latinista forse scandiva senza pensarci su, ma che
dal cuore della vecchia monaca avran fatte risalire agli
occhi le lagrime della giovine madre. Il monastero d'An-
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
207
nalena, la quale morendo a sessantaquattr'anni lo racco-
mandava a Lorenzo de' Medici, fu sin da' suoi principi i
tutto cosa della potente famiglia : e nelle stanze abitate
già dalla fondatrice, dalla vedova del condottiero, ebbe
asilo e salvezza, ne' tempi grossi pel nome mediceo, un
fanciullo che doveva essere il principe di quelli armigeri,
Giovanni delle Bande Nere.
Ma se cerchiamo la donna, a cui la sventura non in-
vidia nè rapisce la famiglia, la donna che della famiglia
è ornamento e conforto, esempio e ispirazione, forza e
provvidenza, la donna di casa, la moglie e la madre ; alla
storia di lei danno tipi ideali, però in necessaria relazione
con la realtà, come pel medioevo più alto i libri di « reg-
« gimento o costume o castigamento » femminili, 62 così
per questo secolo XV i trattati di Governo della famiglia :
o con intendimento piuttosto civile e secolare, quale è
nel libro che si abbellisce de' nomi di Agnolo Pandolfini
e di Leon Battista Alberti, 63 e in quella parte che è didat-
tica delle care pagine di Vespasiano cartolaio ; 64 o con
prevalenza del sentimento religioso, siccome nella Cura
familiare del beato Giovanni Dominici, diretta a una va-
lente gentildonna, Bartolommea degli Alberti. 65 Quel tipo
ideale o, diciam meglio, tradizionale, e derivato dalle me-
morie delle « buone e care » delle « care compiute et
« oneste » donne, 66 che tanta fragranza di gentili virtù
spargono nelle Cronache domestiche del Trecento, 67 Ve-
spasiano lo effigiò, e anche con un po' di retorica a suo
modo lo colorì, tra le figure illustri dell'età sua, in Ales-
sandra de' Bardi, 68 la moglie di Lorenzo di messer Palla
Strozzi, e madre della vispa Manetta. L'Alessandra è ri-
tratta da Vespasiano 69 «bellissima e venustissima del
« corpo, quanto gnuna n'avesse la città di Firenze » ; van-
aggiata di statura tanto, da fare a meno delle « pianelle »,
203
NEL RINASCIMENTO
supplemento prezioso, pare, per altre fanciulle men favo-
rite di proporzioni : educata dalla madre sua « con ogni
« diligenzia » (maggiore, forse è da credere, che l'esilio
del marito e le altre vicende della famiglia non consen-
tissero poi a lei nell'educazione di quella sua figliuola)
dall' « amare e temere Iddio indótta a uno moralissimo
« vivere »: avvezza a « mai perdere tempo che ella non
« fusse occupata », a « mai colle serve di casa non par-
« lare, se non in presenza della madre » ; e « la prima a
« levarsi la mattina in casa esser lei »: ammaestrata in
« tutte le cose s'appartengono sapere a una donna, che
« abbia aver cura di famiglia; e massime a lavorare d'o-
« gni cosa, e di seta e d'altro, come s'appartiene alle
« donne », e « imparare tutto quello che, bisognando, po-
« tesse viverne », e a « saper fare ogni cosa e sapere inse-
« gnare », dal leggere sino a « ogni minima cosa » atti-
nente alle faccende domestiche. « Rarissime volte era mai
« veduta o a uscio o a finestra » (ah Marietta !), « sì per-
« chè non se ne dilettava, e perchè occupava il tempo in
« cose laudabili. Menavala la madre, il più dei dì, la mat-
« tina a una grandissima ora a udire la messa, tutte col
« capo coperto, e col viso ch'appena si vedevano ». Ma
questa stessa, che comincia forse quasi a parervi una mo-
nachina di casa, fatta poi sposa, e venendo a Firenze una
ambasciata imperiale, sentite se sapeva, come le faccende
femminili,altrettanto far bene gli onori, non pur della casa,
ma della città, e d'una città che si chiamava Firenze, la qua-
le « in questo tempo » dice il buon Vespasiano « era abbon-
« dante e di virtù e di ricchezze, e la fama sua era per
« tutto il mondo » ; città che « a quelli ambasciadori parve
« un altro mondo, rispetto alla grande quantità di uomini
« nobili e degni che v'erano in quel tempo, e non meno
« donne bellissime del corpo e non meno della mente ;
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
209
« perchè, sia detto con pace di tutte le donne e terre d'Italia,
« Firenze in quel tempo aveva le più belle e le più oneste
« donne fussino in Italia, e di loro per tutto il mondo n'era
« la fama ». E descrive un ballo che a quei gentiluomini
dell' Imperatore fu offerto dalla Signoria, in Piazza, sopra
un palco dal lato del Palazzo verso Condotta, con grande
apparato di spalliere, e pancali, e arazzi, e festoni ; e i
primi giovani della città, vestiti tutti a un'assisa di drappi
verdi ricchissimi, e calzatura di pelle sino a' fianchi ; e le
fanciulle e le spose, con ricche vesti accollate fregiate di
perle e di gioie. Alla onoranza di ciascun ambasciatore
deputate due dame ; che pel primo di essi sono l'Alessandra,
maritata in quello stesso anno (era il 1432, ed ella n'aveva
appena diciotto), e una Francesca Serristori. Dopo il ballo,
si porta in giro la colezione: ed ecco l'Alessandra ser-
vire ella stessa gli ambasciatori, « con una tovaglina di
« rensa in sulla spalla..., con una ismisurata gentilezza...,
« facendo riverenza con inchini infìno in terra, naturali
« e non isf orzati, che pareva che non avessi fatto mai
« altro ». Poi, ballo di nuovo ; e infine, accompagnamento
degli ambasciatori all'albergo, ciascuno d'essi dando di
braccio alle due belle fiorentine, una di qua e una di là,
Alessandra alla diritta: e giunti alla porta dell'albergo,
« il primo ambasciadore si cavò uno bellissimo anello di
« dito, e donollo all' Alessandra ; di poi se ne cavò un
« altro, e donollo alla compagna ». Dopo di che, « salu-
« tati le giovani e i giovani gli ambasciadori », furono le
giovani riaccompagnate alle case loro.
Il biografo quattrocentista, che sul declinare del secolo
scriveva di questa e d'altre donne fiorentine della gene-
razione antecedente (l'Alessandra morì nel 65), non fini-
sce mai di far paragoni tra esse e le donne fiorentine
del tempo suo, deplorando lo scadimento del costume
Del Lungo 14
210
NEL RINASCIMENTO
e delle consuetudini più virtuose e severe. In questi la-
menti, un po' di parte va fatta certamente all' abito che
fu e sarà sempre di tutti i tempi, del rimpiangere, per
questo o quel rispetto, il passato; un'altra poca, inoltre,
alla disposizione di Vespasiano a trovar che ridire su
troppe cose (figuratevi che una volta vuole e prescrive 70
che le donne « imparino a non parlare, massime in chiesa »
egli dice ; e poi, come se fosse poco, soggiunge « e in
« ogni altro luogo »): pur tuttavia, fatte queste eccezioni,
e lasciando lo scherzo, io credo che que' suoi lamenti,
specialmente quando li formula, com'è spesso, in osser-
vazioni positive, attengano a condizioni reali ; e propria-
mente a quella mutazione che anche nella vita domestica,
di cui la donna è custode e gli atti suoi sono specchio,
avevano indotto le splendidezze, a un poco per volta
sempre più cortigiane, di quei Medici, la cui potenza at-
traeva oramai, volere o non volere, con l' interesse e la
fortuna delle famiglie, anche gli affetti, le speranze, i
disegni, che più disposta e inchinevole ad accogliere, in
prò della famiglia, e fomentare è la donna.
« Ricòrdoti che chi sta co' Medici sempre ha fatto bene,
« e co' Pazzi el contradio ; che sempre sono disfatti » :
così scriveva (e s'era solamente al 1461, diciassette anni
prima della sanguinosa congiura) un'altra Alessandra pur
maritata negli Strozzi, 71 e che essa pure, come la Bardi,
dagli esilii di quella famiglia ebbe lunghi dolori al suo
cuore di moglie e di madre, ma altresì la consolazione,
prima che morisse, di veder restituiti alla patria, e molto
per la efficace materna opera di lei, i figliuoli, e il mag-
gior d'essi gettare alla grandezza della sua famiglia quelle
fondamenta delle quali è superbo monumento il loro me-
raviglioso palazzo: Alessandra Mancinghi negli Strozzi,
alla quale un altro monumento con la pubblicazione delle
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
211
sue Lettere ai figliuoli esuli, che io vorrei avere auto-
rità di raccomandarvi e farvi care, o Signore, componeva,
ne' dì nostri, Cesare Guasti, erudito e scrittore degno d'in-
terpretare que' dolori, quelle consolazioni, quelle gran-
dezze. 72
Lo avvicinarsi ai Medici anime elette come quelle
della Macinghi Strozzi, matrona del cui costume e pietà
avrebber potuto compiacersi la bontà di Antonino arci-
vescovo o la fierezza di Girolamo Savonarola (e a qual-
che pratica durezza, piuttosto de' tempi che sua, conviene,
ciò ripensando, essere indulgenti), lo avvicinarsi, dico,
di tali anime e famiglie (ne cito un' altra, i Rucellai) ai
Medici, mostra che l'opera di questi era stata non tanto
di corruzione, quanto di acquistare potenza fra i cittadini,
prendere dello Stato (è la frase del Machiavelli, 73 e del
tempo) quanto a mano a mano ne veniva ad essi con-
cesso, cosicché la forza loro sormontasse invincibilmente
su tutte le altezze, preponderasse su tutte le resistenze,
schiacciasse quasi fatalmente tutto ciò che si levasse
contro di loro. « Co' Medici, e non co' Pazzi ! » A quel-
l'affettuoso ammonimento materno risponde tragicamente,
a breve distanza d'anni, nel maggio del 78, un'altra voce
di donna, anzi lo schianto d'un cuore, d'un cuor di figliuola,
ne' giorni che V uccisione di Giuliano de' Medici e le
ferite di Lorenzo erano, nel sangue de' congiurati e di
chiunque paresse averli comecchessia favoriti, vendicati
come delitti contro la patria. La figliuola d' uno di costoro,
giovine sposa di vent' anni, Ginevra di Piero Vespucci
(cognata della bella Simonetta; e Piero, uomo, elei resto,
di poco senno, era stato un tempo deditissimo a Lorenzo,
e giostratore nel 64 in Santa Croce con lui, e armeggia-
tore col Benci sotto le finestre della Marietta), scrive, la
Ginevra a Lorenzo, queste parole spezzate dal pianto, La
212
NEL RINASCIMENTO
lettera è inedita, ?4 e sfuggita alle ricerche e curiosità
erudite. « Amantissimo in luogo di buon padre. La ca
« gione di questi dolorosi versi si è perchè ieri non vi
« potei parlare come desideravo, per potervi pregare e
« ricordare Y amore e benivoglienza avete portata in que-
« sta casa, e le parole e promesse fatte a me, e l'uma-
« nità dimostrami, quando mi chiamasti sorella: e però
« vi priego vogliate accettare e' mie' prechi, e ogni amore
« e promesse rivolgere in questo, e avere misericordia e
« compassion di noi tutti. Vorrei vi fussi di piacere con-
« siderare la condizione di mio padre, e specchiarvi in
« me, e non considerare quello che fa in ogni suo caso,
« chè non è solo in questo. E priegovi quanto più posso,
« mi facciate questa grazia ; e questo si è, me lo ren-
« diate senza altro segno, e che la penitenzia di' questo
« peccato sia quella che à avuta : chè quando penso, della
« età che gli è e poco sano, come è stato buon pezo, e
« ora di nuovo, colla febbre, essere dove egli è, e avere
« e' ferri in pie ; che quando ci penso, mi scoppia el cuore.
« Priegovi abiate pazienza se questi versi vi danno tedio, e
« priegovi per l'apportatore mi mandiate qualche buona ri-
« sposta; però che chi misericordia fa misericordia aspetti:
« e priego Idio vi metta in cuore, me lo rimandiate ista-
« sera : e se io fussi con Voi, tanto vi pregherei me lo
« renderesti : e ora di nuovo ò inteso à avuta della fune.
« Priegovi non ci vogliate fare disperare più. Ginevra
« isventurata ».
Invero, la vita di quelle donne, quale la rivelano e
P aureo volume del Guasti (che, potendo essere a mano
di tutte, io mi son proposto di lasciare pressoché intatto
alla curiosità del cuor vostro, Signore e Signorine 75) e
le pubblicazioni che di altri documenti femminili si sono
venute facendo, non solamente si vede essere tutta per
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
213
la famiglia; ma che quelle poderose famiglie, Medici,
Strozzi, Salviati, Rucellai, Guicciardini, Soderini, Ridolfì,
debbono a coteste donne non piccola parte della forza che
ebbero, a fare quello che fecero. 76 II Savonarola, che
sulla caduta della supremazia Medicea tentò costruire
saldamente 1' edificio del governo popolare, senti quanto
importasse al suo intendimento avere a ciò profonde
basi nella famiglia : pensò, come la prima delle sue ri-
forme, la riforma del costume ; e si rivolse alle donne. E
non tanto, intendo, alle mistiche, quali erano una Visdo-
mini, una Gianfigliazzi, una anzi due Rucellai ; com' a
dire le Giacobine di quello che poc' anzi ho chiamato
Terrore Piagnone ; giacobine, bensì, che poi finivano mo-
nache, anzi una di esse Beata. 77 Ma alle madri proprio
di famiglia, il Savonarola si rivolgeva : 78 alle donne e
a' fanciulli, che è quanto dire alle forze dell' affetto ma-
terno, si rivolgeva, come a instrumenti politici, con la
fede con cui l'avversario suo papa Borgia si appoggiava
alla spada e al pugnale del suo Valentino. « O donne e
« fanciulli, la vostra riforma non è ancora vinta. Dite da
« mia parte alla magnifica Signoria, che questa non è
«cosa umana ma di Dio; e fateli questa imbasciata: che
« la racconcino se vi è cosa che non stia bene, e che gli
« diano la sua perfezione ; e che se non lo faranno, e si
« faranno beffe delle opere di Dio o le contradiranno,
« che il Re gli punirà. E diteli che non sono Signori,
« ma ministri del Signore e del Re nostro Cristo.... A voi,
« padri e madri, dico : confìrmate questa cosa a' vostri
« figliuoli, perchè non vi è dentro se non buon vivere.
« Altrimenti Dio ha apparecchiato la punizione a chi con-
« tradirà alle cose sue. Io ve lo dico certo, tenetelo a
« mente. » 79 II magnanimo frate fu arso ; e il profeta,
smentito dai fatti : ma molta parte di quella generazione
214
NEL RINASCIMÉNTO
informata da lui rimase fedele a Popolo e Libertà, l'an-
tico grido del Comune glorioso: e que' fanciulli, che nei
carnevali de' Piagnoni avean ballato intorno al Brucia-
mento delle vanità (cotesto bruciamento altra cosa è ap-
provarlo, ed altra intenderlo pel suo verso 80), que' fan-
ciulli, fatti uomini, sostennero e combatterono, dalle mura
di Firenze assediata, contro il Papa e V Imperatore, le
ultime battaglie della libertà italiana.
Un1 egual gagliardia di sentimenti e di opere; un in-
tenso sforzo di tutte le energie morali, e un cupo racco-
glierle e quasi appuntarle alla vita pratica, al riuscire ;
durante que' trentacinqu' anni, che intercedono fra il ri-
volgimento del 1494 e la caduta della Repubblica nel 1530,
animano del pari V un campo e Y altro : gli eredi e ri-
vendicatori della libertà manomessa; e gli eredi e soste-
nitori delle splendide ambizioni di chi la vuole ormai
sopraffatta. Anche sulle manifestazioni dell' arte, e nella
elaborazione del pensiero, incombe il travaglio dell'ignoto
avvenire. Il giardino mediceo di San Marco, dove il Po-
liziano erudiva ne' miti ellenici i pittori e gli scultori, e
nella storia carlovingia Luigi Pulci, e il Ficino cercava
in Platone conciliazioni feconde tra la civiltà pagana e
la fede di Cristo, 81 quel giardino è deserto. Ora è il Ma-
chiavelli che nelle conversazioni degli Orti Oricellari 82
idealizza le togate figure di Roma antica, e ne entusia-
sma i giovani che congiureranno contro i Medici, men-
tr' egli da quella grande nostra storia romana dedurrà
dottrina di Stato, destinata a chi, in tristi tempi con tri-
sti mezzi, sappia far trionfare, per la salvezza d' Italia,
un'idea generosa. Ma i Medici, ne' quali egli vagheggia
il suo principe, muoiono giovani : e sulle loro tombe Mi-
chelangelo scolpisce il Pensiero doloroso e la Notte. Ben
diverso trionfo, e non generoso, alla fortuna della loro
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
215
famiglia preparano, fattone strumento le somme Chiavi,
Leon X e Clemente VII : ma per tatto cotesto periodo,
di resistenza e di contrasto, durante il quale difesa, ri-
torni, congiure, cacciate, si alternano, per poi conchiu-
dersi in quella caduta da eroi sulla quale irraggia la sua
luce il Ferruccio, la vita civile e la domestica non sono
più ne possono essere il gaio vivere, a sicura letizia in-
tonato, nel quale, da Cosimo a Lorenzo, Firenze avea
sorbito lentamente la dissuetudine dalla libertà. I carne-
vali del magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, come lo
chiamano i contemporanei del nipote suo Lorenzo, che
col ducato d'Urbino anticipa ai Medici il titolo ond'è per
coronarsi in Firenze la loro secolar cupidigia, quei carne-
vali non tornano più: nè valgono a rattizzarli le Compa-
gnie del Broncone e del Diamante, nelle quali, sotto le
imprese e i motti e P auspicio di que' passati splendori,
si raccoglie a darsi piacere la gioventù pallesca. 83 I tempi
non sono più quelli, nè per Firenze, nè pur troppo, dopo
la calata di Carlo Vili, per tutto il resto d' Italia.
E la donna ? Fedele custode delle sue tradizioni, in
cotesta vita che è divenuta tutta una guerra guerreg-
giata di foschi interessi, essa ha vegliato e veglia agli
interessi del focolare : specialmente la madre. Quando il
magnifico Lorenzo perdette la sua, « Ho perduto » scrisse
« non solamente la madre, ma un unico refugio di molti
« mia fastidii e sollevamento di molte fatiche, uno in-
« strumento che mi levava di molte fatiche. » 84 « Tornate
« a vostra madre che con tanto desiderio vi aspetta » ;
scriveva la Macinghi Strozzi : 85 e ai figliuoli esuli la voce
di quella valente vecchia era come la voce cara della
patria, della patria che riapriva loro le braccia, per tanti
anni sì crudelmente serrate. E così la Lucrezia come
l'Alessandra hanno quasi con le loro proprie mani fatto
216
NEL RINASCIMENTO
i matrimoni de' loro figliuoli ; sottoponendo al sindacato
del loro occhio materno, nelle possibili nuoré, tutto, dalla
persona all' animo, ai costumi, al parentado, alla dote : e
fra le passate in rivista dall'Alessandra è, con non troppo
favore, la bella Manetta delle armeggerie e della neve.8^
Ora la Maria Salviati, vedova del gran capitano Giovanni
delle Bande Nere, attende alla futura grandezza del suo
Cosimo, che a diciott' anni improvvisamente duca di Fi-
renze, saprà, educato da quella donna di alto animo, 87
sottomettere o schiacciare i nemici, se anche si chiamino
Filippo e Piero Strozzi, deludere o respingere le peri-
colose ambizioni de' partigiani, se anche si chiamino
Francesco Guicciardini. Al buon avviamento, prima, poi
alla salvezza, del suo sciagurato figliuolo Lorenzino de'Me-
dici, si adopera inutilmente la Maria Soderini : ed essa
e le figliuole bellissime, entrate negli Strozzi, la Laudo-
mia e la Maddalena, e dagli Strozzi entrata nei Ridolfi
la Maria figliuola di Filippo, il gran gentiluomo del se-
colo, parteciperanno, con gli accorgimenti animosi e le
ispirazioni de' loro- cuori di madre, di sorella, di moglie,
all' affaticarsi infruttuoso, non però ingeneroso, de' fuo-
rusciti, contro Pafforzamento del principato mediceo. 88
Protesterà, contro la violenza e il tradimento che lo
hanno insediato, la figliuola d' uno di quei fuorusciti,
Giulia di messer Salvestro Aldobrandini ; che nella corte
d' Urbino richiesta da Fabrizio Maramaldo di ballare con
lui, «Levatemivi dinanzi, » gli risponde « voi che ammazza-
« ste così vigliaccamente jl Ferruccio ». 89 Ma tra le vit-
time del novello principe cadrà una gentile di quella
schiera, Luisa Strozzi; sulla cui tragedia, e su quella
che pochi anni appresso involge nel mistero la morte
del padre suo Filippo, 90 aleggiano sinistramente le parole
dell' ava veggente : Chi è contro a' Medici, sarà disfatto.
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
217
Parole, del resto, che nella casa degli Strozzi non ha
ascoltate una Medici stessa, la madre della Luisa, la
Clarice moglie di Filippo e cospiratrice zelante alle for-
tunose ambizioni di lui ; anima, piuttosto che di donna,
d' uomo e dei più fieri di quel fiero Cinquecento; la quale
ai giovinetti bastardi, nelle cui mani, sotto i non dissimili
auspiciidi papa Clemente, il moto popolare del 1527 tro-
va le redini della signoria medicea, ha rinfacciato la pas-
sata grandezza de' suoi antenati, fondata sul favore del
popolo ; e in nome di questo, nel palagio de' Medici, essa
una Medici autentica, ha loro additata e quasi intimata
la via dell'esilio. 91
Forti donne, alle quali può l'uomo di cui portano il
nome commettere con fede le faccende domestiche, de' fi-
gliuoli e del patrimonio, della casa e della villa: come
messer Luigi Guicciardini, mentr' è fuori Commissario pei
Medici, alla sua monna Isabella, una massaia stupenda,
che io mi onoro d'aver rivelata dalle sue lettere campa-
gnuole: 92 commettere e raccomandare la custodia del pa-
lagio, e il decoro della casata; che alle mani della moglie
di Pierfrancesco Borgherini, madonna Margherita, sa-
ranno sicuri. 93 E quando un Della Palla, incettatore per
re Francesco di Francia di tesori artistici dalle case della
nostra città, si presenta con mandato (pur troppo 1) dei
Priori alla casa di monna Margherita, a mercanteggiare
una sua camera, meravigliosa pe' lavori di Iacopo da Pon-
tonaio, quella davvero nobilissima gentildonna lo riceve
così : « Adunque vuoi essere ardito tu, Giovambattista, vi-
« lissimo rigattiere, mercantuzzo di quattro denari, di scon-
« ficcare gli ornamenti delle camere de' gentiluomini, e
« questa città delle sue più ricche ed onorevoli cose spo-
« gliare, come tu hai fatto e fai tuttavia per abbellirne le
« contrade straniere ed i nemici nostri ? Io di te non mi
218
NEL RINASCIMENTO
« meraviglio, uomo plebeo e nimico della tua patria; ma
« dei magistrati di questa città, che ti comportano queste
« scelerità abbominevoli. Questo letto che tu vai cercando
« per lo tuo particolare interesse e ingordigia di danari,
« come che tu vada il tuo mal animo con fìnta pietà ri-
« coprendo, » cioè di conciliare a Firenze assediata la be-
nevolenza del Re, « è il letto delle mie nozze, per onor
« delle quali Salvi mio suocero fece tutto questo magni-
« fico e regio apparato, il quale io riverisco per memoria
« di lui e per amore di mio marito, ed il quale io intendo
<" col proprio sangue e con la stessa vita difendere. Esci
« di questa casa con questi tuoi masnadieri, Giovambat-
« tista; e va', di' a chi qua ti ha mandato comandando che
« queste cose si lievino dai luoghi loro, che io son quella
« che di qua entro non voglio che si muova alcuna cosa
« e se essi, i quali credono a te uomo dappoco e vile, vo-
« gliono il re Francesco di Francia presentare, vadano e
« sì gli mandino, spogliandone le proprie case, gli orna-
« menti e' letti delle camere loro. E se tu sei più tanto
« ardito che tu venga per ciò a questa casa, quanto ri-
« spetto si debba da' tuoi pari avere alle case dei genti-
« luomini, ti farò con tuo gravissimo danno conoscere. »
La conservazione o, se anche vogliamo, l'amplificazione
eli queste generose parole di donna in una pagina del buon
Vasari, mi pare debba riconciliarci alquanto con l'orato-
ria dei Cinquecentisti. Ma voi, quando nel Palagio del
Podestà passate innanzi ad un mirabile cammino in pietra
di Benedetto da Rovezzano, che da una sala appunto delle
case che furono de' Borgherini colà trasferito, è ormai
assicurato al patrimonio intangibile della nazione italiana,
siate superbe, o gentildonne fiorentine, della vostra con-
cittadina; e se mai occorresse, ricordatevi dell'esempio
ch'ella vi ha dato. 94
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTA
219
Che se la Margherita e l'Isabella favoreggiano, e la
Maria Salviati Medici rappresenta essa stessa potente-
mente, quella parte medicea dalla quale, almeno in quel
truce epilogo delle sue ambizioni, rifuggono le simpatie
di noi tutti (compreso, senza dubbio, l'apologista dotto e
sagace, per la cui eloquenza ha in questa sala rivissuto
una genialissima ora di vita il magnifico Lorenzo 95); se
la Clarice Medici Strozzi, e le gentildonne de' fuorusciti,
agitano in petto, insieme con altre passioni più nobili,
gl'interessi altresì e i rancori di ambizioni raen della me-
dicea fortunate; non mancano poi alla libertà che muore,
non mancano dal popolo che per lei combatte senz'altra
ambizione nè amore che non sia essa stessa la libertà,
le sue eroine. Eroine anonime, come le dà la plebe, ge-
nerosa de' nomi non meno che del sangue (così non ne
fosse prodiga anche a chi la inganna e la sfrutta!); ano-
nime, e nella veglia del malinconico inverno de' caso-
lari affigurate in leggenda. Tale la Lucrezia Mazzanti fi-
glinese, che nei gorghi del suo Arno cerca scampo alle
brutali violenze della soldataglia imperiale e papale : 98
matura sposa quarantenne, ma che il popolo vuole resti-
tuita alla poesia dell'intatta giovinezza, mentre alla no-
vella Lucrezia romana dedicano il loro latino gli ultimi
umanisti del Rinascimento, che il Bruto cesaricida esal-
teranno in Lorenzino de' Medici. 97 E dalle popolari me-
morie, nella storia del tempo raccolte, effigiò moderna-
mente il Guerrazzi, quando ne' duri anni della servitù d'Ita-
lia volle essere l'Omero della libertà fiorentina, quella che
egli denominò monna Ghita setaiola in Borgo San Fria-
no : 98 «alta della persona, magra, adusta dal sole, sic-
« che sembrava di colore del rame; i muscoli del collo
« grossi e protuberanti, le vene turgide, le labbra vermi-
« glie e, comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli
220
NEL RINASCIMENTO
« occhi fulgidissimi, perpetuamente volgentisi da un lato
« all' altro ; i contorni del volto squadrati, la faccia os-
«suta»; una Parca di Michelangiolo: la quale, vedova
e povera, dà alla difesa della patria le buccole d'oro delle
dónora maritali, e il figliuolo unico; « il mio Ciapo di
« sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare ne' dicias-
« sette come si arriva alla festa di San Zanobi » ; dopo
fattogli giurare sul Crocifisso il giuramento con che la
Spartana consegnava al figliuolo lo scudo: O con questo,
o su questo. Ultima espansione da cuore di madre popo-
lana, dell'amor di patria nel sacrifizio della famiglia. Suc-
cederanno i tempi, ne' quali il popolo italiano dovrà di-
menticare d'avere una patria, cercar nelle gride (povero
Renzo!) il diritto d'avere una famiglia: e agli oppressi
dalla doppia tirannide, politica e sociale, non rimarrà
altra voce, se non il pianto di Lucia che dice addio ai
suoi monti. 99
VI.
La libertà repubblicana è caduta: e su quelle rovine
han fatto le loro paci, la Chiesa di Roma, che per entro
alla corruzione secolare e alle pagane eleganze ha gio-
cata la sua unità, e il sacro Romano Impero, le cui idea-
lità medievali son fatte cosa, una brutta cosa, nella greve
signoria di Carlo V spagnuolo, del monarca su' dominii
del quale il sole non tramonta. Splendori di corti, di pen-
siero, e di roghi, illumineranno l'età che incomincia, della
quale il mio tema varca, sfiorando le soglie, e destinata
o Signore, alle Conferenze del prossimo anno. Nei sozzi
e atroci drammi coniugali dei duchi e granduchi Medici
e de' loro cortigiani, ultima che ritragga dell'antico « fem-
minile » fiorentino, bella, eulta di lettere, esercitata nella
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
221
poesia, nella musica, nell'uso di più lingue, del volgar
nostro intendentissima, gentile d'animo, è l'infelice Isa-
bella Medici Orsini. 100 Altre gentili ospita il chiostro; il
chiostro, talvolta cercato e invocato, troppo più spesso
destinato alla inconsapevole innocente fanciullezza da
quelle tirannidi gentilizie, scellerate e codarde, delle cui
vittime la Geltrude del Manzoni è vendetta immortale. 101
E nel chiostro, da uno ad un altro trafugandola gelosa-
mente, i repubblicani fiorentini dell'Assedio avean custo-
dita Caterina de' Medici : come utile ostaggio, speravano;
e non sapevano di serbarla a ben altre fortune. « Andate
« e dite a que' miei padri e signori, che io intendo d'es-
« sere monaca, e di starmi in perpetuo con queste mie
« reverende madri » ; mandava ella a dire alla Signoria: 102
l'aspettavano invece il trono di Francia, e le guerre ci-
vili di religione, e la Saint- Bar thélemy.
Ma ai dolci silenzi della meditazione pietosa sulle
umane colpe e sventure, agli entusiasmi verso Dio buono,
ai terrori di Lui giusto, era nata Caterina de' Ricci, che
in San Vincenzio di Prato si chiude giovanissima, negli
anni duranti i quali per un'altra di quel casato, la Ma-
netta Ricci Benintendi, duelli di non degno amore inter-
mezzano le battaglie della libertà, e il nome d'un' altra
Ricci, Cassandra, è vituperato fra le tresche e nel san-
gue. 103 Caterina nel chiostro ricovera le ultime tradizioni
e gli affetti de' seguaci di frate Girolamo; appiè dell'al-
tare, sul quale ella un dì sarà santa, consacra la religione
del martirio di lui : e dal chiostro, non ripudiata l' umana
fraternità, a' suoi di casa parla, nelle Lettere, parole di
pace, di conforto, d'amore ; ai prelati suoi superiori, di
reprensione reverente, ove occorra; agli uomini che tra
le cure civili o mercantili si travagliano, parole di virtù
operosa e che si affisa nell'alto; di giustizia, ai principi;
222
NEL RINASCIMENTO
di miti e caritatevoli affetti, alle donne; e delle due che
furono le mogli di Francesco de' Medici, ama Giovanna
d'Austria infelice, prega e fa pregare Dio per Bianca Cap-
pello.
Nè con P infoscarsi, sempre più cupo, de' tempi, col sem-
pre più gravemente incombere sulla libertà politica e del
pensiero la domestica e la straniera tirannide, manca nei
chiostri, alla pietà verso chi rimane nel mondo, il cuor
della donna: o l'abbiano esse lasciato, o esso il mondo
le abbia allontanate da sè, quelle buone sentono e fanno
suoi i dolori della famiglia alla quale appartennero. Sulla
collina d'Arcetri si raccoglie a morire, quasi prigioniero,
il grande liberatore del pensiero moderno, Galileo: ma
presso alla villa del Gioiello, che oggi nel suo nome ci
è sacra, vegliano su lui, dal convento di San Matteo, l'af-
fetto e la preghiera d' una santa creatura, che data a lui
dall'amore, egli è forse colpevole di avere, sin dalle fasce,
destinata all'espiazione ; della sua Virginia, che egli ha
voluto sia suor Celeste: ed ora ella viene a lui, non po-
tendo di persona, con le Lettere nelle quali quella cara
anima è sopravvissuta anche a noi : 104 e si accuora dei
suoi dolori, e trepida delle sue malattie ; e si prostra re-
verente al suo divino intelletto che « penetra i cieli »; e
in una rosa, che gli manda nel cuor dell'inverno, vuole
intravegga, di là dal « breve e oscuro inverno della vita
« presente, la primavera dell'eternità » ; e s'addossa ella le
penitenze spirituali impostegli dal Sant'Ufìzio; e al rice-
vere un suo libro, o al sapere di onoranze resegli, esulta;
e vorrebb'essere « in una carcere assai più stretta di quella
« in che si trova » per far libero lui; nè le duole di esser
monaca, se non quando sente ch'egli è malato, per non
potere assisterlo; e dovendo come le altre monache sce-
gliere fra i Santi il Santo « suo devoto », non altri sa sce-
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
223
gliere, con sublime profanità di figliuola, che il padre suo,
il padre che prega Dio le sia conservato, « perchè dopo
« di lui non mi resta altro bene nel mondo ». E quando co-
testo martirio di amor filiale incarcerato ha il suo ter-
mine, e a trentatrè anni ella muore, il povero glorioso
vecchio sentirà spezzato il più caro vincolo che ancora
10 congiungesse col mondo; più dura e crudele gli pesa
ora la guerra indegna che in lui è fatta ai diritti e al-
l' avvenire dell' umanità : e di lì a breve, cieco, infermo,
degnato di concessioni umilianti come a colpevole ravve-
duto, fattagli elemosina di licenze e di permessi come a
tollerato dai potenti della terra, egli che ha rivelato i mi-
steri del cielo, nel presentire la morte, « Mi sento » esclama
« mi sento continuamente chiamare dalla mia diletta fì-
« gliuola ! ». Nè so se la donna abbia mai scritta nella pro-
pria storia una pagina che valga cotesto grido paterno,
uscito dal cuore di Galileo.
VII.
Le libertà repubblicane caddero, e successero i tempi
infausti della servitù: ma al terzo secolo da quella caduta
11 sepolcro si è dischiuso, e la libertà d'Italia risuscitò da
morte. E la donna italiana, così da Firenze come da ogni
altra città e villaggio e borgata della patria che è nostra,
ha dato a quel risorgimento i dolori del sacrifìcio e del
martirio, le ansietà delle trepidanti speranze, il pensiero
e il lavoro degli uomini eh' ella ha amato e ispirato, la
vita propria, il sangue de' suoi figliuoli : da Eleonora Fon-
seca a Teresa Confalonieri, dalla madre dei Ruffini alla
madre dei Cairoli: all'Italia han dato il fior dell'ingegno,
la Guacci, la Turrisi Colonna, la Ferrucci, la Brenzoni,
la Paladini, la Percoto, la Milli, la Mancini, la Fusinato. 105
224
NEL RINASCIMENTO
0 madri toscane, o spose, o sorelle, o figliuole, che da Cin-
tatone e Montanara alla rivendicazione di Roma le sante
battaglie della libertà orbarono de' vostri cari; o gentil-
donne animose, o buone popolane, della nostra Firenze ;
la tradizione con le forti donne dell'antica nostra istoria
è per voi ricongiunta.
Nè più tardi d'ieri, da una collina le cui vigne e gli
uliveti ombreggiavano una tomba recente, è disceso un
feretro, che da quella tomba trasferiva, così volendo la
nazione, in Santa Croce, e restituiva al sepolcro degli avi
suoi, de' Priori e Gonfalonieri della nostra Repubblica, la
salma di Ubaldino Peruzzi, nella cui persona, il 27 aprile
di trentadue anni fa, Palazzo Vecchio tornò al suo antico
signore, il Popolo fiorentino. Pia custode di quella tomba
gloriosamente vuota, è rimasta, una Donna:1*)6 che tanto
seppe, tanto potè, nei pensieri e negli affetti di lui; che
lo animò, lo aiutò alle onorate fatiche, ne' dubbi lo con-
sigliò, gli confortò i patimenti, gli consolò le ingiustizie,
gli allietò i trionfi, Storia, che in tutti i paesi civili, in
tutte le età, è la storia vostra, o Signore; che compendia
1 diritti e i doveri vostri verso le due grandi non distrug-
gigli società, delle quali voi siete l'anima immortale: la
famiglia e la patria.
NOTE
1 Ricordi storici de1 Rinuccini; Firenze, 1840 ; pag. cxxi-xxii. Pei par-
ticolari delle feste di San Giovanni al tempo della Repubblica, vedi
Cesare Guasti, Le feste di San Giovanni Batista in Firenze ; Firenze,
Loescher e Bocca, 1884.
2 Nella VIIa fra le Elegiae del Poliziano, a pag. 238-248 delle sue
Poesie latine e greche pubblicate per mia cura ; Firenze, G. Barbè-
ra, 1867.
3 Vedi nel cit. volume delle Poesie latine del Poliziano, a pag. 145-147.
4 Di Bartolommeo Scala, l'epitaffio in nome del padre di lei ; che
riferii, con altra epigrafe, nel cit. volume polizianesco a pag. 145.
Di Naldo Naldi, Eulogium in Albieram Albiliam morientem, ad Sismun-
dum Stupham eius sponsum, e una sequela di epitaffi. Di Ugolino Ve-
rini, in Albieram. Di Alessandro Bracci, Epigrammata in Albieram Masi
Albitii filiam, puellam formosissimam, immatura morte peremptam. E ade-
spoti, più altri epitaffi, epigrammi, ec. E poi in prosa, epistole consola-
torie allo sposo, di Marsilio Ficino, di Carlo Marsuppini,.... Da farne,
insomma, un volume, se meritasse la pena, compulsando i codici Lau-
renziani (sulla scorta del Catalogus del Bandini), e un Corsiniano 582,
e i Carmina illustrium poetar um italorum (Florentiae, 1719-1726).
Nel Catasto fiorentino del 1470 {San Giovanni, Chiave, c. 199) questa
è la « portata » di « Maso di Luca di messer Maso, malsano, di anni
«42: madonna Caterina sua donna, gravida, d'anni 30; Luca suo fi-
« gliuolo, d'anni 14; Albera sua figlinola; Maria sua figliuola; Danora
« sua figliuola ; Bartolomea sua figliuola ; Lisabetta sua figliuola ;
« Giovanna sua figliuola ». E nel Libro dei morti dal 1457 al 1501 :
« L'Albiera di Tommaso di Luca degli Albizi, riposta in San Piero
« Maggiore, a dì 15 di luglio 1473 ». (Archivio fiorentino di Stato).
3 Quel giovanile matrimonio è registrato nel Catasto fiorentino
del 1469-70 (Santa Maria Novella, Unicorno, II, c. 213) : « Marco di Piero
« di Giuliano Vespucci, d'età d'anni XVI. Simonetta di messer Gua-
« sparri Catani sua donna, d'anni XVI ». Taluno ha dubitato dell'età
di questo marito : ma il confronto con altre portate ai Catasti (del
58, dell'80, del 95) comprova che Marco Vespucci era proprio nato
Del Lungo 15
226
NEL RINASCIMENTO
nel 1453. Dalla Simonetta non apparisce aver avuto figliuoli ; sì dalla
seconda moglie, che fu nel 1478 Costanza Capponi.
6 Vivebam, fato sum rapta Albi era ; coniux
Sismundus vitam reddidit en iterum :
Nam faciem et claram caelato marmore formanti,
Ingenium et mores Carmine, restituit.
7 Sui ritratti della Simonetta, non che sulla interpetrazione della
Primavera del Botticelli, vennero riassunte autorevolmente le diverse
e disputate opinioni da I. B. Supino, Sandro Botticelli (Firenze, Ali-
nari-Seeber, 1900), pag. 31-37, 69-82. Cfr. anche E. Muntz, Histoire de
V Art pendant la Renaissance, II (Italie, Uàge d'or), pag. 636-38, 611 ; Pa-
ris, 1891.
8 I soliti epitaffi, come per l'Albiera, ed epigrammi latini : di Piero
Dovizi da Bibbiena, di Tommaso Baldinotti pistoiese, di Francesco
Borsellini, nel cit. codice Corsiniano. E poi : una Elegia di Bernardo
Pulci fiorentino, della morte della diva Simonetta, a Iuliano de' Medici;
e dello stesso Bernardo un sonetto petrarchevole, La diva Simonetta
a Iulian dtf Medici ; e di un veronese Francesco Nursio Timideo, pur
terzine elegiache intitolate latinamente Carmen austerum in funere
Symonettae Vespucciae florentinae, ad illustrissimum Alphonsum Calabriae
ducem : da vedere nello scritto di A. Neri, La Simonetta, nel Giornale
storico della letteratura italiana ; voi. V, 1885, pag. 131-147, riassunto nel-
l' Illustrazione Italiana, n.° 13 del 1886.
9 Vedi La Giostra di Giuliano, nel mio libro Florentia (Firenze,
Barbèra, 1897), a pag. 391-393.
10 « In Simonettam », a pag. 149-130 della cit. mia edizione delle
Poesie latine e greche. Quello nel quale « Iulii est sententia a me ver-
sibus inclusa » dice così :
Aspice ut exiguo capiatur marmore quicquid
mortali possit a superis tribui.
Hic Simonetta iacet, cuius mortalia cuncta
concipere immensum non poterant animum :
quam neque mors potuit visa exterrere, Deumque
mox petiit cui se nympha dedit moriens.
1 1 Vedi Alcune prose di Lorenzo de' Medici per dichiarazione e storia
de1 suoi Sonetti e delle Canzoni, nel volumetto (Firenze, Barbèra, 1859)
delle Poesie di L. de'M. per tura di Gr. Carducci ; a pag. 35 e segg.
12 Carte Medicee avanti il principato (nell'Archivio fiorentino di
Stato), filza xxxiii : lettere da Firenze di Piero Vespucci, suocero
della Simonetta, al magnifico Lorenzo a Pisa, che gli aveva mandato
il suo proprio medico.
18 aprile 1476 — .... La Simonetta si sta quasi nelli
medesimi termini che quando Voi partisti, et poco v'è di
meglioramento. Attendevisi et per maestro Stefano et per
ogni homo cum diligenzia, et così sempre si farà....
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
227
20 aprile. — .... Pochi dì fa vi scrissi e avvisa' vi del
male di Simonetta ; el quale, per grazia di Dio, e per virtù
di maestro Stefano mediante Voi, è alquanto meglio, chè
à meno febre e meno rimessione, ed à meno afanno del
petto, mangia meglio e dorme meglio : e per quanto di-
cano e' medici, el male suo sarà lungo, e pochi rimedi
ocorre fare, se none buono governo. E sendo stato ca-
gione di questo bene, tutti noi e sua madre, che è a Piom-
bino, asai vi ringrazia e ubrigati vi siamo della dimo-
strazione avete fatto di questo suo male ; e non volendo
peccare nella ingratitudine verso el maestro, di nollo te-
nere qui quanto potrebe durare el male, e anche nonn è
molto neciesario, e anche perchè non potremo sodisfare
con pagamento tale obrigo per la imposibilità nostra ; e
per tanto vi priego mandiate per detto maestro Stefano,
e avisate quello se gli à a dare, che venerdì santo venne.
E noi senpre siamo presti a fare ogni cosa dove richiede
el debito nostro, e masime avendo riguardo a conservare
ogni vostro onore, come questo e ogni altro. Aspetterò da
voi aviso, e tanto seguiremo....
26 aprile. — Magnifìce ac prestantissime vir, compa-
ter honorandissime ec. Scripsivi nelli giorni passati del
melioramento della Simonetta, el quale invero non ha
perseverato come io credetti et come saria stato nostro
desiderio. Questa notte sono stati alla disputa maestro
Stephano et maestro Moyse, di darle una medicina ; la
quale concluseno doverseli dare, et così le hanno data.
Non si pò ancora comprendere che fructo farà : Dio voglia
che facci quanto desideriamo! Et perchè altra volta io*vi
scripsi della incomodità mia circa alla mercè et salario
di maestro Stefano, et da voi non ho risposta alcuna,
non m' è parso pigliare partito alcuno ; et ancora per otto
giorni lo stare suo mi piace, chè pure in questo termine
si doverà vedere quello debba sequire : benché non limito
detto termine, se non cum conditione che la intenzione
vostra sia così; di che mi sarà caro due versi di risposta
di vostro parere. Questi medici sono del male suo di-
scordi : maestro Stephano dice, epsa non essere nè etica
nè tisica, et maestro Moyse tiene el contrario : non so
chi meglio sene vede. Racconciandomi alla M. V. Floren-
tiae, xxij aprelis mcccclxxvi. M.tie V. quicquid est Petrus
Vespuccius eques.
13 Sforza Bottini ; Firenze, 27 aprile 1476 (Carle medicee av. il
princ., cit. filza xxxiii).
14 Stanze per la Giostra; II, 33.
228
NEL RINASCIMENTO
15 Cfr. nota 10.
16 Dum pulchra effertur nigro Simonetta pheretro,
blandus et exanimi spirat in ore lepos,
nactus Amor tempus quo non sibi turba caveret,
iecit ab occlusis mille faces oculis.
Mille animos cepit....
17 Stirpe fui, forma, natoque, opibusque, viroque
felix, ingenio, moribus atque animo.
Sed cum alter partus iam nuptae ageretur et annus,
heu ! nondum nata cum sobole interii.
Tristius ut caderem, tantum mihi Parca honorum
ostendit potius perfida quam tribuit.
Ioannae Albitiae uxori incomparabili
Laurentius Tornabonus
Pos. B. M.
Poesie lat. gr. cit. pag. 154-155.
18 Quanta pietà, su que' cinque decapitati ma in particolare sul gio-
vine Lorenzo, in questa linea di diario contemporaneo! : « .... de' quali
« ne 'ncrebbe a tutto el popolo.... E féciogli morire la notte mede-
« sima, che non fu senza lacrime di me, quando vidi passare a' Tor-
« naquinci, in una bara, quel giovanetto Lorenzo, inanzi dì poco ».
Diario fiorentino di Luca Landucci, ed. Del Badia; Firenze, Sansoni,
1883 ; pag. 156-57.
19 Due sono le medaglie in onore di Giovanna. Identico in ambe-
due il ritratto, scrittovi in giro, « Ioanna Albiza uxor Laurentii de
Tornabonis » : e alla figurazione dell'un rovescio, « Castitas. Pulchri-
tudo. Amor » ; dell'altro, « Virginis os habitumque gerens et virginis
arma ». Vedi a pag. 412-43 dello scritto di E. Ridolfi, cit. nella se-
guente nota.
20 Non Ginevra Benci, ma Giovanna Tornabuoni. Vedi Enrico Ri-
dolfi, Giovanna Tornabuoni e Ginevra de1 Benci nel coro di S. Maria
Novella in Firenze; nell'Archìvio Storico Italiano Ser. V, to. VI, an.
1890; pag. 418 segg.
21 Lo ebbero i Pandolfìni, per eredità dai Tornabuoni, nel loro
palazzo di Via San Gallo, sino a quasi un cent'anni fa ; ora è in In-
ghilterra: vedi a pag. 441-49 del cit. scritto di E. Ridolfi. Il quale
alla descrizione della tavola del Ghirlandaio soggiunge : « Dietro la
« persona vedevasi appeso alla parete un filo di coralli ad uso di
« collana, sotto il quale in una cartelletta il seguente distico, che
« per la grazia sua potrebbe ben essere dettato dal Poliziano.... Ars
« ulinam mores anìmumque effìngere posset ! Pulchrior in terris nulla ta-
« bella foret. 1488. »
22 Affreschi della villa Lemmi, scoperti nel 1882. Vedi il cit. scritto
di . E. Ridolfi, pag. 439-42; e I. B. Supino, Sandro Botticelli, pag. 92-96 ;
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
229
e Cavalcaseli^ e Crowe, Storia della, pittura in Italia (Firenze, Succ. Le
Monnier), VI, 1894, pag. 258-262.
23 « An. mcccclxxxx, quo pulcherrima civitas, opibus victoriis ar-
« tibus aedifìciisque nobilis, copia salubritate pace perfruebatur. »
Vedi a pag. 169 delle cit. Poesìe lat. gr.
24 I particolari della descrizione che segue sono forniti dall' Am-
mirato, riferito nel cit. scritto di E. Ridolfi, pag. 438-39.
25 Vedi, nel mio cit. volume delle Poesie latine e greche la dedica-
toria della llla fra le Sylvae : Ambra, in poetae Homeri enarratone
pronunliata ; mcccclxxxv : pag. 333-335 : ed ivi, dalle Epistolae pur del
Poliziano, riferito ciò che risguarda Lorenzo Tornabuoni.
26 Antonia di Francesco Giannotti fu moglie a Bernardo Pulci,
fratello di Luca e di Luigi. Scrisse le Rappresentazioni sacre di Santa
Guglielma, Santa Dominila, il Figliuol prodigo, San Francesco. Vedi A.
D'Ancona, Origini del teatro italiano ; Torino, Loescher, 1891 ; I, 268-69 :
e F. Flamini, La vita e le liriche di Bernardo Pulci nel periodico II Pro-
pugnatore, Nuova serie, voi. I (1888), pag. 224-25.
27 Su madonna Lucrezia vedi Lucrezia Tornabuoni donna di Piero
di Cosimo de' Medici, Studio di G. Levantini-Pieroni : Firenze, Succes-
sori Le Monnier, 1888 : e Le Laudi di Lucrezia de' Medici per cura di
Guglielmo Volpi; Pistoia, 1900. A lei a Careggi scriveva da Fiesole,
nell'estate del 79, il Poliziano (a pag. 72 del cit. mio volume di Prose
volgari e Poesie latine ecc.): « Madonna Lucrezia, o vero Lucrezia, » cioè
la nipotina « aveva apparato a mente tutta la Lucrezia » cioè « laude
« e sonetti e ternarii » della nonna. In alcun altro di que'documenti
della vita domestica medicea, è nominata fanciullescamente « Lu-
crezia » quella che al Varchi (Stor. fior., VI, xxxix) doveva parere « la
« più degna e la più venerabile matrona, che forse giammai per nes-
« sun tempo in alcuna città si trovasse ». Ed enumera poi tutte le
sue attinenze di sangue e di parentela ; il che mostra com'e'sentis-
sero la parte pur della donna nella storia civile: « figliuola di Lorenzo
« de' Medici, sorella carnale di papa Leone, cugina di Clemente, zia
« d' Ippolito cardinale de' Medici e di Lorenzo duca d' Urbino, moglie
« di Iacopo e madre di Giovanni Salviati cardinale, suocera del si-
« gnor Giovanni [delle Bande Nere], avola materna del duca Cosimo ».
Delle letterine scritte dai bambini di casa Medici, e delle materne
della Clarice moglie di Lorenzo, con altri documenti domestici, si
potrebbe fare un bel mazzolino, chi lo legasse poi Con garbo. Io rac-
colsi (per nozze Bemporad-Vita ; Firenze, 1887; le Letterine d'un barn-
bino alunno di messer Angelo Ambrogini Poliziano, cioè Piero de'Me-
dici. Aggiungi : Nonna, Mamma e Nipotina. Lettere femminili di casa
Medici (1477-1479) ; Firenze, Civelli, 1892. E Affetti di famiglia nel Quat-
trocento, Spigolature di Guglielmo Volpi ; Firenze, 1891, estr. da Vita
Nuova, II, 50.
230
NEL RINASCIMENTO
28 Vedi I. Burckhardt, La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia,
trad. da D. Valbusa ; Firenze, Sansoni, 1876 ; II, 166-69 : e G. Voigt,
Il Risorgimento dell'antichità classica, trad. da D. Valbusa ; Firenze, San-
soni, 1888-97 ; I, 439-40, 589 : e Vittorio Rossi, Il Quattrocento ; Milano,
Vallardi ; pag. 41-42. E a pag. 291 del mio libro Florentia ; Firenze,
Barbèra, 1897.
29 Così ne scriveva al magnifico Lorenzo, da Venezia il 20 giu-
gno 1491 : « Ilem, visitai iersera quella Cassandra Fedele litterata, e
« salutai ec. per vostra parte. E cosa, Lorenzo, mirabile, nè meno
« in vulgare che in latino : discretissima, et meis oculis etiam bella.
« Partì' mi stupito.... Verrà un dì in ogni modo a Firenze a vedervi ;
« sicché apparecchiatevi a farli onore. » A pag. 81-82 delle Prose vol-
gari ec. da me pubblicate.
30 Vedi nel mio cit. volume polizianesco di Poesie lat. e gr., a
pag. 199-204, 214, 215 ; e V. Rossi, Il Quattrocento ; Milano, Vallardi ;
pag. 275.
31 Vedi nel cit. volume gli epigrammi In Mabilium (contro il Ma-
rullo), pag. 131-140: e a pag. 273-74 l'ode in Bartholomaeum Scalam.
32 La prima delle tre, .Eleonora Nencini. Le altre due : Maddalena
Marliani Bignami di Milano, e Cornelia Rossi Martinetti di Bologna.
Neil' Inno secondo dei Frammenti del Carme Le Grazie.
33 per l'Ambra, vedi nel cit. volume la IIIa delle Sylvae, intitolata
Ambra, con allusione alla villa medicea del Poggio a Caiano ; e fra i
poemetti di Lorenzo (ed. Carducci, pag. 261-277) quello pure intitolato
Ambra. Del Boccaccio poi vedi il Ninfale fiesolano, i cui protagonisti,
Affrico e Mensola, finiscono tragicamente ne' due ruscelli così an-
c' oggi chiamati.
34 La pietosa storia di questa sposa giovinetta (puella ; nel senso
generico di donna giovine : come anche fanciulla, vedi il quinto Vo-
cabolario della Crusca), di nome « Alba » o « Albiera », ma non sap-
piamo di chi figliuola nè a chi moglie, morta appena a vent'anni, è
diluita negli slombati distici dei due umanisti fiorentini e medicei,
Naldo Naldi e Ugolino Verini.
Canta il Verino (Cod. Laurent. XXXIX, xlii, c. 27-28):
De Albera quella quae sub porticu attrita est.
Tarn dira heu miseri s fati mortalibus instat
sors ? heu quam magnum porticus ausa nefas !
Porti cus annoso ligno subfulta vigebat,
quod carie attrivit longa senecta malo.
Rusticus hic imbrem atque aestus vitare solebat
nam tusca liane quarlus signat ab urbe lapis.
Venerat huc multis comitata Albera puellis,
infoelixque illic dum manet illa perit.
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
231
E poi :
Portious ingentem traxit collapsa ruinam :
pignora dum protegit, concidit ipsa parens ;
occidit, et caro vitam servavit alumno,
carior et nati quam sua vita fuit.
Quid lachrymae, quid vota, pii valuere mariti?
quid quod eras Scalae vatis amica tui ?
Epìtapìiium Alberae puellae
Vix me bisdenos numerantem, portious, annos,
dum ruit, elysias compulit ire domos.
Alberae fuerat nomen mihi, lector amice :
ne pigeat tumulo collachrymare meo.
E Naldo Naldi (Cod. Laurent. XXXV, xxxiv), che viva l'affligge
con ismaniosi elegiaci (c. 4-6, 7-9, 11, 18-20), nè può saperla andata in
campagna a bagnarsi senza restarne in timore, che, mentre le fa-
ranno corteggio le ninfe aquatiche, non le abbiano a dar noia quelli
sguaiati de' Satiri silvestri, canta egli pure V
Eulogìum in Album unorientem
Vos igitur mortis causas praebetis acerbae ;
estis et exitio, rura, molesta gravi.
Nam dum rura colit, prima est abrepta iuventa,
dum ruit in tenerum trabs inimica caput.
Quid labor heu fuerat, fugeret dum cara puella,
labentem murum substinuisse Lares ?
Nam dum forte cupis nimia pie tate puellum
pellere ab extremis, Alba benigna, malis,
occidis infelix, fato moritura severo,
dum cadit in tenerum dira ruina caput.
Heu quis tunc matri, cernenti talia, sensus,
qualis in exangui corpore vita fuit,
candida cum natae morientia viderat ora,
ferre nec extremo tempore posset opem ?
Et nisi quod subito stupuit devicta dolore,
in medio linquens languida membra solo,
non potuit tanto cernens superesse dolori,
sed fuit in natae morte casura, parens.
Nona dies aderat, crudeli funere rapta
cum iacuit gelido cara puella thoro,
cum venit absentis miseras ad coniugis aures,
uxorem fato succubuisse gravi.
232
NEL RINASCIMENTO
Ut rediit tandem, rumore accitus amaro,
sensit et in tristi condita busta solo,
arserat impatiens uxoris membra pudicae
visendi subito, qualiacunque forent.
Instabant cuncti graviter ne vellet amici
flaccida iam longa membra videre mora :
attamen e nigro promatur ut illa sepulchro,
vicerunt miseri vota dolenda viri.
Ergo ubi dimotus, qui cygnea colla tegebat,
atque palam, gelidus, fecerat illa lapis,
quali a viventis patuerunt ora puellae,
candida nec turpi commaculata situ.
An quoque te livor carpit, Venus aurea, divam,
et premit invidia pectora sancta gravi ?
Sic est : heu carae nocuit pia forma puellae,
invidia superas nec caruisse deas.
33 Decameron, Introduzione.
36 Non disdico quanto scrissi. E bensì vero, che nel medioevo, e
suoi strascichi, la carità pubblica parve quasi respingere da sè la
pietà femminile, relegata, spesso crudelmente, nei chiostri. Nella pe-
ste del 1630 e 33 in Firenze, l'uso che gli Ufficiali della Sanità facevano
delle donne era di « rinchiuderle », cioè vietar loro d' uscire di casa,
salvo che potessero andare in carrozza loro propria. E una di esse,
che anche era una brava donna, se ne sfogava nientemeno che con
Galileo : « Qua si fa la quarantena per noi altre povere donne, per la
« quale sono passati già venti giorni ; e questa mattina è andato il
« terzo bando per altri dieci giorni, con speranza che S. Giovanni ci
« scarceri e dia libertà ; ma purché giovi : e sia fatta la volontà del
« Signore ». Lettera de' 14 maggio 1633 ; la 2507 nel Carteggio gali-
leiano (Edizione nazionale, to. XV, 1904, pag. 122) : cfr. i n. 2477, 2479,
2503, 2511, 2534.
37 Nel Saggio di Rime di buoni autori ec. ; Firenze, 1825.
38 Delle bellezze delle donne, Discorsi due ; nel secondo de' quali si
legge : « Ma ditemi il vero: non vi par egli che questa nostra dipin-
« tura {della perfetta bellezza d* una donna) sia riuscita, nella mente
« vostra, più bella con quattro di voi, che la famigerata Elena di
« Zeusi con cinque Crotoniate ? E questo è un fortissimo argomento,
« che a Prato sono oggi molto più belle le donne, ch'elle non erano
« in Grecia anticamente ». Del resto, al trattato umanistico del Fi-
renzuola avevano preceduto, intorno a quel leggiadro argomento, le
graziose goffaggini medievali, di forma tra il popolano e il dottri-
nale. Vedi, per esempio : El costume de le donne, con un Capitolo de le
xxxiii bellezze (pèr cura di S. Morpurgo); Firenze, Libreria Dante, 1889.
Della sede e scena dei dialoghi Firenzoliani dove oggi il Collegio
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
233
Cicognini, vedi Cesare Guasti, Memorie di Giuseppe Silvestri; Prato,
1871; II, 5-6.
39 Purg. xiv, 109-10 ; Inf. xxxi, 17.
40 Vedi, per quanto qui riferisco sulla Giostra del magnifico Loren-
zo, le indicazioni contenute a pag. 407-408 del cit. mio libro Florentia.
41 Mi piace riferire (parte della prima, e della seconda l' intero)
le due lettere di Francesco Tornabuoni al magnifico Lorenzo, dei 4
e degli 11 gennaio 1169 (le pubblicai per nozze Levi-Bondì : La fidan-
zata di Lorenzo de' Medici ; Firenze, Landi, 1897).
.... E'non manca mai giorno, che io non sia a vedere
la vostra madonna Clarice, che mi fa impazare ; che ogni
giorno me ne pare meglio : lei bella, e piena di tutti i buon
costumi, e à uno spirito mirabile ; e sono circa viij giorni
che l'à cominciato a imparare a ballare, c'ogni giorno à
imparato un ballo : che non li è prima mostro, che l'à
imparato. Maestro Agnolo l'avea pregata che la dovessi
scrivervi di suo' mano, e per niente non lo volea fare: io Pò
tanto pregata, che per amore mio disse essere contenta
farlo ; ma ben mi disse che voi dimostravi essere molto
occupato in questa giostra, chè dapoi è venuto Donnino
non à avuto vostre lettere. Poi che voi non la potete vi-
citare con la persona, fatelo almanco con lettere spesso,
chè gliene date gran consolazione. E in effetto, voi avete
la più digna compagna d' Italia....
X.° Al nome di Dio, adì xj di febraio 1468 (stil fior.).
Magnifice vir et maior honorandissime. Questo dì c'è
suto lettere di Giovanni Tornabuoni, come avevi fatto la
giostra, e n'era uscito sano e con grandissimo onore V. M.
La qual cosa subito ebbi intesa, l'andai a dire a la vostra
madonna Clarice, e li portai una lettera di Giovanni, che
non vi potrei dire la consolazione n'ebbe : che sono iiij
giorni non s'è rallegrata se none oggi, perchè stava con-
tinovamente in sospetto di V. M. per rispetto de la giostra;
e ancora à avuto un poco di doglia di testa, e subito in-
tese questa nuova li passò la doglia, e sta tutta allegra.
E di madonna Madalena non vi dico nulla, chè sarebbe
impossibile a dirlo con quanta consolazione e allegreza sta,
e solo li resta avere una consolazione : e questo ène, che
voi vegniate fin qua questa quaresima, chè dice che vuole
che voi vegiate la vostra mercanzia avanti l'abiate a casa :
la quale ogni giorno migliora. In questa fia una lettera
sua. Madonna Clarice non à voluto scrivere, e ami detto
che io vi scriva per suo' parte che v'à da dire un gran-
234
NEL RINASCIMENTO
dissimo segreto, e die non si fida di persona, nè lo vuol
fare per lettera perchè dubita non ne fussi fatto mal
servigio : e in effetto, vi chiama a più potere, e dice, ora
s'è fatto la giostra, non arete più scusa da arecare. E
a V. M. si raccomanda, e vi priega la raccomandiate al
magnifico Piero e a madonna Contessina e a madonna Lu-
crezia e a la Bianca e a la Nannina e a Giuliano. Ieri levai
panno pagonazo di Londra per una gonna a la romanesca,
perchè questa quaresima vuol Madonna che la vadia a la
romanesca, che credo non istarà punto male, e vuole an-
dar vicitando tutti questi perdoni, pregando Iddio per voi.
Per questa terra non si fa altro che dire de la gran
magnificenza avete fatto, e massimo de la persona, che si
dice vi siate aoperato tanto degnamente quanto sia pos-
sibile di dire, e che giamai fu paladino facessi quello a
fatto V. Magnificenza, che ciascheduno se n'è ralegrato
grandemente, e massimo li amici vostri. Messere Giovan-
francesco figliolo del Marchese di Mantova si raccomanda
a V. M., e per Dio se n'è molto rallegrato e avutone gran-
dissima consolazione, confermandovisi sempre parato ai
piaceri di V. M.
Per questa non m'accade a dire, se non che sempre mi
raccomando a V. M., che l'altissimo Iddio di male guardi
e la conservi in felicità.
Vostro Francesco di Filippo Tornabuoni in Roma.
La fidanzata scriveva a Lorenzo il 28 gennaio : e ne rispetto la
grafia, che è ben diversa in altre lettere della Clarice dopo fattasi
fiorentina :
Magnifico consorte, recommandatione etc. Ho nauta
una vostra lettera, e inteso quanto scrivete. Che a Voi
sia cara la mia lettera me piace, corno a collei che sem-
pre desidera fare cosa che ve sia grata. Et più dite, che
avete poco scritto : remagno contenta a tanto quanto vi
piace, governandome sempre in bona speranza. Madonna
mia matre ve benedice. Piacive recomandarme a vostru et
mio patre, a vostra e mia matre, e a quelli altri che v^
pare. Sempre me recomando a Voi. .V Roma, die xxviii
gennaio 1469. Vostra Clarice de Ursinis.
E il 25 febbraio, dopo che Lorenzo stesso le aveva scritto della
giostra, rispondeva :
Magnifico consorte, recommandatione etc. Ho auta
una vostra lettera, la quale a mi è molto grata, dove mi
avisate de la giostra, che havete hauto l'onore. A mi mol-
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
235
lo mi piacce che sia sodi sfato l'animo vostro in quelo che
v' è sì a piacere ; et se le horationi mia sonno hesaudite
in questo, me è caro, corno a culei che desidera fare cosa
che ve sii a piaccere. Pregovi me recommandate a mio
patre Piero, a mia matre Lucretia, et a madonna Contis-
sina, et tucti l'altri che ve pare. Io mi recommando a
Voi. Non altro. In Roma, die xxv febr. 1469. Vostra Cla-
rice de Ursinis.
Caratteristico de' costumi, non meno che squisito per pittura dal
vero, è quanto, due anni prima, aveva scritto da Roma, nel marzo
del 67, madonna Lucrezia al marito Piero de' Medici, dopo aver
messo gli occhi sulla Clarice come buon partito pel loro figliuolo.
Così le due letterine della fidanzata, come questa della Tornabuoni.
le pubblicò Cesare Guasti (Tre lettere di Lucrezia Tornabuoni a Piero
de1 Medici ed altre lettere, ec.) per nozze Uguccioni-Del Turco ; Fireuze,
tip. Le Monnier, 1859.
.... Giovedì mattina, andando a San Piero, mi riscon-
trai in madonna Maddalena Orsina, sorella del Cardinale,
la quale avea seco suo' figliuola, d' età d'anni 15 in 16. Era
vestita alla romana, co '1 lenzuolo ; la quale mi parve, in
quello abito, molta bella, bianca e grande : ma perchè la
fanciulla pure era coperta, non la potè' vedere a mio mo-
do. Accadde ieri che andai a vicitare il prefato monsi-
gnor Orsino, il quale era in casa la prefata suo' sorella,
che entra in nella sua ; quando, fatto per tuo' parte con
suo' Signoria le debite vicitazioni, vi sopraggiunse la pre-
fata suo' sorella colla detta fanciulla ; la quale era in una
gonna istretta alla romana, e sanza lenzuolo : e stemoci
gran pezzo a ragionare ; e io posi ben ment' a detta fan-
ciulla. La quale, come dico, è di ricipiente grandezza, e
bianca, et à sì dolce maniera, non però sì gentile come
le nostre; ma è di gran modesta, e da ridulla presto a'no-
stri costumi. Il capo non à biondo, perchè non se n' à
di qua (cioè, a Roma non son comuni le bionde, che erano le
più pregiate di bellezza) : pendono i suoi capegli in rosso, e
n' à assai. La faccia del viso pende un po' tondetta ; ma
non mi dispiace. La gola è isvelta confacientemente, ma
mi pare un po' sotiletta o, a dir meglio, gentiletta. Il
petto non potemo vedere, perchè usano ire tutte turate ;
ma mostra di buona qualità. Va col capo non ardita come
le nostre, ma pare lo porti un po' innanzi : e questo mi
stimo proceda perchè si vergogniava ; chè in lei non vego
segnio alcuno, se non per lo star vergogniosa. La mano à
lunga e isvelta. E tutto racolto, giudichiamo la fanciulla
236
NEL RINASCIMENTO
assai più che comunale ; ma non da comparalla alla Ma-
ria, Lucrezia e Bianca {loro figliuole). Lorenzo lui mede-
simo 1' à vista : e quanto esso se ne contenti, tu lo potrai
intendere. Io giudicherò che tutto che tu et lui ditirmi-
nerete sia ben fatto, e me n' accorderò. Lassiamne Idio
pigliar il meglio partito.... Tua Lucrezia.
E in altro foglio di sua mano soggiungeva :
Come ti dico per letera di mano di Giovanni (Tor-
nabuoni, suo fratello), noi abiàno vista la fanciulla, con
buono modo e sanza dimostrazione ; e quando la cosa non-
n' abia avere effetto, non ci si metterà nulla del tuo, eh è
nallo ragionamento s' è avuto. La fanciulla à dua buone
parti, eh* è grande e biancha : non à uno bello viso, nè
rusticho ; à buona persona. Lorenzo V ha veduta : intendi
da lui se la li piace ; chè ci è tante altre parti, che s'ella
soddisfacessi a lui, ci potremo contentare. El nome suo è
Clarice. Lucretia tua.
42 Delle nozze di Lorenzo de' Medici con Clarice Orsini nel 1469 ; In-
formazione di Piero Parenti fiorentino : Firenze, tip. Bencini, 1870.
43 Vedi nel mio libro Florentia, a pag. 212 e 307.
44 Vedi la XXIIIa delle lettere del Poliziano, da me date nelle
sue Prose volgari.
45 Vedi Un cappellano mediceo, a pag. 422 e segg. del mio Florentia.
46 Nota dell' arrneggeria fatta da Bartolommeo Benci alla Mariella degli
Strozzi il 14 di febbraio 1464 in Firenze-, Firenze, tip. Galileiana, 1876:
pubblicata, per nozze Paoli-Martelli, da A. Gherardi con lettera de-
dicatoria illustrativa.
47 « Ritrasse di naturale » scrive di Desiderio da Settignano il
Vasari (IV, 228) « la testa della Marietta degli Strozzi ; la quale es-
« sendo bellissima, gli riuscì molto eccellente » : e dal Boschetto de-
gli Strozzi, fuor di Porta S. Frediano, è oggi nel loro palazzo in città.
Altri ha creduto riconoscerla in un busto, pure strozziano, che ènei
Museo di Berlino. « Ad Laurentium Strozam de Mariettae sororis
« laudibus » sono distici del solito eulogista mediceo Naldo Naldi,
nel codice Laurenziano XXXV, xxxiv, c. 15-17.
48 Fra le Vile di contemporanei scritte da Vespasiano da Bisticci,
è anche quella dell'Alessandra Bardi Strozzi : ma vedi di lei anche
nell'aureo libro di Cesare Guasti sull' altra degna donna entrata
nell' altro ramo della grande famiglia, Alessandra Macinghi negli
Strozzi : Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli
esuli ; Firenze, Sansoni, 1877 ; pag. xii-xv.
49 Nel cit. carteggio domestico pubblicato dal Guasti, si può ve-
dere (pag. 589-90, 594-90) com' era giudicata la Marietta, quando si
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
237
trattò di farne la moglie d'uno de'figliuoli dell'Alessandra, Lorenzo.
A questo Lorenzo, che n' era innamorato fino a dare per certo che
o lei o nessuna, il fratello maggiore Filippo scriveva nel 69: « Con-
« fessoti che sia da mettere per bella fanciulla, o vuoi dire donna, e
« che ha buona dota : ma in opposito mi pare vi siano tante parti,
«che pesono assai più che le buone. Di prima faccia, a chi lo sen-
« tira parrà che noi vi manchiamo di riputazione, perchè la mer-
« catanzia non va, tanto è soprastata e suta percossa » (allude a trat-
tative d'altri matrimoni) « e costì e altrove ; e 1' essere trasandata
« di tempo, e sanza padre e sanza madre, » (era morta nel 65) « e fuori
« di casa sua, essendo bella, non sarebbe gran fatto che ci fussi qual-
« che macchia. Poi penso, ec. »
50 E del febbraio 64, a Lorenzo, giovine di diciott' anni, a Pisa,
nell'Archivio fiorentino di Stato, Carte Strozzi Uguccioni, filza cui,
a c. 72. Questo e qualche altro po' del latino che, leggendo alle si-
gnore, tradussi, non disdice forse all' argomento umanistico.... nè
ormai a leggitrici parecchie, che vengon sapendo di latino più di ta-
luni laureati.
.... ea ad te scribam, quae neque ab amicitia nostra
aliena sunt, simulque in legendo tibi aliquam voluptatem
possint afferre. Cum enim haec scribebam, nix totam pene
urbem oppleverat : quam aliis taedio atque languori, aliis
exercitio atque voluptati, fuisse scias ; sed in primis in-
credibili voluptati fuit Laucterio Neronio, Priori Pandol-
fino et Bartholomeo Bencio, spectatissimis sane nostrae
civitatis hominibus. Hi enim, hac oblata rerum opportu-
nitate, in id convenerunt, ut aliquid memoria dignum ede-
rent. Quapropter, circiter secundam horam noctis, ante
aedes Strozzae puellae, cum summa hominum frequentia,
nam ad id undique populus confluxerant, se obtulerunt,
scilicet parati et simul iacere atque recipere quasi ad
invicem multano, nivem. Partiti igitur sunt cum puella ni-
vem. Quod spectaculum, Dii immortales ! nam prò digni-
tate, et innumerorum funalium luminibus, et tubarum
clangore atque tibiarum suavitate, exornatum erat. Hic
autem vereor ne mea inculta oratione assequi possim quid
ea nocte meis oculis conspicatus sum. Quid enim dicam de
variis circumastantium studiis ? quid de multorum ap-
plausu? Liceat haec brevi ter perstringere, mi Laurenti,
cum assequi nostris verbis nequeamus. Quisque enim ilio-
rum aliquid egregium se adeptum putabat, si nive niveae
puellae faciem conspersisset, adeo ut facile diceres, liane
totam rem non nivis ludum fuisse, sed potius sagittato-
rum certamen ad scopon, tanta gloria pugnabant ! Ipsa
vero puella ita se gessit, ob summam, quae in illa est,
238
NEL RINASCIMENTO
ludendi venustatem atque dexteritatem, non dicam ob
pulchritudinem quae satis omnibus innotescit, ut probata
ab omnibus atque commendata discederet. Adolescentes
vero ii, qui tam liberaliter luserant, nullo pacto prius,
quin digno munere eam afficerent, discedendum putarunt.
Itaque discessum est, ut unusquisque sibi accumulatissime
satisfecisse videretur... »
81 Nix ipsa es virgo, et nive ludis. Lude ; sed ante
quam pereat candor, fac rigor ut pereat.
A pag. 143 delle cit. Poesie lai. e gr. Vedi ivi da me indicati altri
consimili ghiribizzi nivali. Del resto si hanno, de' giuochi di neve,
anche riscontri medievali popolari. Nei Sonetti di Folgore da San
Gimignano (Le Rime ec. ; Bologna, 1880 ; pag. 5) per la Brigata spen-
dereccia senese, uno de' divertimenti invernali dev'esser di
uscir di fora alcuna volta il giorno,
gittando della neve bella e bianca
a le donzelle che staran dattorno.
E uno dei Canli carnascialeschi fiorentini (Firenze, 1559; pag. 61), dei
tempi appunto della Marietta, è il Canto della neve, gentilissima
cosa, come bastano questi versi a mostrare :
Chi vuol con questa neve trastullarsi,
o belle donne, ei non è tempo a starsi.
La bella neve, donne, oggi v' invita :
1' è oggi bianca, e doman fia fuggita ;
e così fa la vostra età fiorita :
che tosto è vecchia ; e poi bisogna starsi.
52 Foscolo, Sepolcri, vv. 20-22.
h" Delle nozze episcopali fiorentine ebbi a far cenno nella prima
di queste monografie, a pag. 28. Sono descritte in un frammento di
Cronaca del 1342, pubblicato dietro a quella domestica di Donato
Velluti, da D. M. Manni (Firenze, 1731), che alcune pagine della sua
prefazione al libro spende su questo argomento, riferendone autorità
di scrittori e di documenti. Dal latino notarile di quei documenti e
di altri, concernenti il matrimonio della badessa di San Piero, si at-
teggiano pittorescamente costumi e figure di coteste età singolari.
In quelle nozze del 1342, il vescovo novello viene (così descrivono
memorie d'un Libro della famiglia Visdomini, riferite dal Manni)
viene da Porta Romana. Gli vanno incontro « con tube e cennamelle
e altra sorta strumenti » il Potestà e il Capitano con tutti i loro ca-
valieri e giudici, e grande popolo dietro : così pure, tutti i canonici
e il clero e le fraterie, processionalmente. Alla porta i Visdomini e
i Tosinghi (le quali due famiglie sono i « visdomini » del vescovato
fiorentino, i proverbiati da Dante [Parad. XVI, 112-114] del « farsi
grassi » in sede vacante) scendono da cavallo, e « con serto e ghir-
lande in capo » aspettano 1 vescovo. All'arrivo di lui, che viene,
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ 239
« parato pontificalmente con mitra e piviale », e passa a cavallo la
porta, quattro dei suddetti visdomini lo ricevono sotto un palio di
drappo dorato retto su quattro bigordi o aste da giostra : altri due,
in ufficio di « addestratori », prendono il freno del cavallo. E così,
da Porta Romana la comitiva giunge a San Pier Maggiore. Scende il
vescovo da cavallo : e i visdomini « lo ricevono nelle loro braccia,
e con esso vanno all'altare » ; e poi, mentr' e' si para, « sempre lo
tengono fra le braccia», aiutandolo a vestirsi, e «vanno con esso
fino alla camera, e dentro la camera, della badessa ». Ivi il vescovo
trova « un bellissimo letto che la badessa ha fatto fare per lui », e
in quello si riposa a piacer suo. Poi esce di camera, e viene nel chio-
stro, dove si fa il banchetto. Il cavallo del vescovo resta alla badessa.
Il giorno dipoi tornano i visdomini alla camera dov' è rimasto il ve-
scovo ; e al solito inghirlandati lo accompagnano in chiesa all'al-
tare e lo insediano solennemente : poi viene il clero, vengono i re-
ligiosi, e lo conducono, scalzo, da San Piero a Santa Reparata, dove
prende possesso.
Centoventuno anni dopo, il 27 agosto 1473, il vescovo (anzi al-
lora 1' arcivescovo) arriva a San Piero, siede pontificalmente ; la
badessa gli s' inginocchia dinanzi, supplicandolo di «essere da lui
spiritualmente sposata »; egli « con ilare faccia » le dà l'anello: un Al-
bizzi ha il privilegio di tenere il dito della sposa nell' inanellamento.
Della camera, del letto, della notte nuziale, 1' istrumento notarile
non dice nulla.
Le nozze episcopali in San Piero le aveva anche Pistoia : vedi
V ingresso in Pistoia del vescovo Matteo Diamanti, e il suo sposalizio con
la badessa di San Piero il 30 maggio 1400 ; Descrizione di un contempo-
raneo ; pubblicata da C. Gigliotti (Camaiore, 1898) per nozze Rosta-
gno-Cavazza.
54 Nelle nozze del 13)1, lo stesso notaro che si roga dell'anello,
ha testé ricevuto una protesta del sindaco e procuratore del mona-
stero, con riserva di diritti ec, perchè al pranzo nuziale in San Piero
sono stati ammessi, e delle due famiglie visdominali e de' canonici,
più di quelli che soli n' avevano il diritto. La cerimonia del 1383 è
accompagnata da tumulti e proteste, e seguita da un lodo di giuri-
speriti.
83 Di questa sella, « anzi sella e freno », vedi le lettere XIVa e XVIa
della Macinghi Strozzi, e relative annotazioni del Guasti. Ne' tempi
dell'Alessandra pare che la cerimonia andasse un po' in disuso : ma
non mancano testimonianze del secolo successivo. Una elucubrano
su tale argomento, di Dionisio Lippi pievano di Castelfiorentino, ha
occasione dall'ingresso del 1567.
Queste mie noterelle 53, 54, 55, si appoggiano a documenti del-
l'Archivio notarile, o contenuti nel cosi detto Bullettone o Libro dei
visdomini, che si conserva nell'Archivio arcivescovile di Firenze.
240
NEL RINASCIMENTO
56 Ora da me pubblicato in Florenlia, pag. 357 e segg.
87 Nella conferenza che ebbi occasione di indicare a pag. 56, nota 10
38 Vedi P. Villari, Niccolò Machiavelli e i suoi tempi ; I, 393 ; III,
194-196.
59 « E restata Annalena priva del figliuolo e del marito, non volle
« più con altro uomo accompagnarsi ; e fatto delle sue case un mu-
« nistero, con molte nobili donne che con lei convennero si rinchiuse,
« dove santamente visse e morì. La cui memoria, per il munistero
« creato e nomato da lei, come al presente vive, così viverà sempre ».
Istorie fiorentine, VI, vii.
60 Vedi G. Zippel, Le monache d' Annalena e il Savonarola ; nel fase,
di ottobre 1901 della Rivista d'Italia.
61 11 solito Naldo Naldi : Ad Annalenam feminam castissimam (Co-
dice Laurenziano XXXV, xxxiv):
Surge, liber ; nigram tristis nunc indue vestem
atque Annae casta sacella pete.
Quae surgunt fesulis .... suffulta columnis
candida tempia petes spirituamque domum.
Annalenam .... visas
Vestales spectabis in ordine castas,
fundentes sacras in sua vota preces.
E dopo avere fatto piangere e disperarsi, nel cenobio d' Annalena,
quella sua poesia poveraccia, soggiunge :
non est minor ille supremum,
sit quamvis sapiens, quem capit Anna dolor.
Dicitur haec etiam lachrymas fudisse pudicas
Albitiae fato virginis acta gravi.
Nec mirum : sic Anna piam dilexit alumnam,
pignora sola velut anxia mater amat.
E conchiude che, tra la pia Annalena e la poesia di esso Naldo,
faranno a gara, per l'Albiera, l'Annalena di pregare, e la poesia di
cantare, per farla star meglio di là e di qua.
62 Come quello eh' ebbi altra occasione di citare (pag. 232, nota 38),
pubblicato da S. Morpurgo, El Costume de le donne ec. Per tutta una
letteratura medievale, italiana e francese, di « castigamenti » o « reggi-
menti » domestici o femminili, alla quale esso appartiene, vedi la
recensione fattane da E. Gorra, nel Giornale storico della letteratura
italiana; XIV, 269 segg.
63 Quello che fu lungamente conosciuto per Trattato del Governo
della famiglia di Agnolo Pandolfini, dialogizzante in esso co' figliuoli
e nipoti, è oggi restituito, come libro terzo, all'opera Della famiglia
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
241
di Leon Battista Alberti : e ciò specialmente dopo il bel libro di Gi-
rolamo Mancini, Vita di L. B. Alberti; Firenze, Sansoni, 1882.
64 Vite di uomini illustri del secolo XV ; ediz. L. Frati, Bologna,
1892-93. Al tema nostro più strettamente attiene la parte che il
buon Vespasiano assegnò alle Donne illustri, scrivendo distesamente
la Vita dell'Alessandra Bardi negli Strozzi, e incominciando il Li-
bro, biografico insieme e didattico, delle lode e commendazione delle
donne, mandato a madonna Maria donna di Pierfllippo Pandolfini: nella
citata edizione, 111, pagg. 245 segg. Non dissimilmente ispirata, seb-
bene in tutt'altre circostanze di vita civile, apparisce una Defensione
delle donne (Bologna, Romagnoli, 1876) di anonimo, uomo di chiesa,
di dicitura piuttosto toscana, ma che scriveva in Mantova pur in
quella seconda metà del Quattrocento. Non appartengono, o ben poco,
al tema di questo mio libro, ma pure si congiungono comecchessia
a quella foggia di scritture, le Difese delle donne, la Nobiltà delle donne,
e simili altre compilazioni cinquecentistiche, sulle quali vedi la dotta
bibliografia di Salvatore Bongi, Annali di Gabriel Giolito de1 Ferrari
(Roma, 1890-97\ I, 246-49.
E qui anche ritorna (cfr. nota 38) il nome del leggiadro monaco
Firenzuola, coi Ragionamenti d'amore premessi alle Novelle, e prece-
duti dalla Epistola in lode delle donne a m esser Claudio Tolomei, sen-
tenziatore che le donne siano « persone, alle quali più si converrebbe
« cercare quante matasse facci an mestieri a riempire una tela, che
« entrare per le scuole de' filosofanti ». Ma la filosofia del Firenzuola
era, invero, troppo più femminile che monastica. E così quando messer
Giovanni Boccacci esalta (Corbaccio, pag. 57-58) i colloqui spirituali
con le Muse, quanto potrem noi credergli ch'ei li preferisse daddovero
a quelli con le donne di questo mondo ? sebbene e'metta a carico di
queste la trivialità de' loro discorsi : « e quanta cenere si voglia a
« cuocere una matassa d'accia, e se il lino viterbese è più sottile che
« '1 romagnuolo, e se troppo abbia il forno la fornaia scaldato, e la
« fante lasciato meno il pane levitare, o che da provveder sia donde
« vegnano delle granate che la casa si spazzi, o quel ch'abbia fatto
« la notte passata monna cotale e monna altrettale, e quanti pater-
« nostri ell'abbia detti al predicare, e s'egli è il meglio alla cotale
« roba mutar le gale o lasciarle stare.... » : il che tutto, o quasi tutto,
non guasta a noi 1' « ideale nella realtà » della donna di casa del
buon tempo antico e di tutti i tempi.
65 Regola del governo di cura familiare, compilata dal beato Giovanni
Dominici fiorentino de* Frati Predicatori; ediz. Salvi, Firenze 1860.
66 Affettuoso abituai modo di ricordarle, che già rilevai a pag. 64,
nota 96.
M Alle già fino dal Settecento date a stampa, di Donato Velluti,
di Giovanni Morelli, di Bonaccorso Pitti, altre oggi e Croniche do-
mestiche e Ricordanze si potrebbero aggiungere: incominciando dal
Del Lungo
16
242
NEL RINASCIMENTO
ristampare, con migliori cure, quelle tre, e restituendole a quel loro
vero titolo, di Croniche domestiche, che è quanto dire presentandole
per ciò che veramente esse sono.
68 Vedi qui a pag. 64, nota 95. Anche il Burckhardt (op. cit., Il, 167)
attribuisce tale significato e valore alla biografia della Bardi scritta
da Vespasiano.
69 Nella cit. ediz., a pagg. 257, 258, 259, 263, 266, 267, 268.
70 « «. la seconda regola » (di due, date da San Paolo) « della quale
«eli' hanno grandissimo bisogno, è questo, ch'elle imparino, e mas-
« sime in chiesa, a non parlare. E io vi aggiungo, e in ogni altro
« luogo; perchè con questo mezzo del parlare favellano molti mali... »
Proemio alla Vita di Alessandra Bardi, pag. 256.
71 Nella XXVIa delle già citate Lettere, pag. 256.
72 Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli esuli,
pubblicate da Cesare Guasti; Firenze, Sansoni, 1877.
73 Istorie fiorentine ; IV, xvi.
74 Archivio fiorentino di Stato ; Carte Medicee avanti il principato,
XXII, 347. Era la Ginevra moglie, da due anni, di Bernardo Barto-
lini Salimbeni.
75 Mi è caro ricordare come una fra le gentili che mi ascoltavano,
pubblicasse tre anni dipoi pagine nelle quali Cesare Guasti avrebbe
potuto riconoscere non infruttuosa la dedica da lui preposta al suo
libro: « Alle donne italiane — le quali prego — leggano questo volume —
«col cuore». Il libretto di quella gentile s'intitola: Giulia Fran-
ceschini, Le Lettere di Alessandra Macinghi Strozzi; Firenze, Stab. tip.
fiorentino, 1895.
76 Delle Donne di casa Medici avanti il principato (Contessina, Lu-
crezia, Clarice, Alfonsina, Maria Salviati) ha raccolto le memorie,
dall'edito e dall'inedito, una studiosa alunna dell'Istituto Supe-
riore fiorentino di Magistero femminile, signorina Berta Felice ; ed
io benauguro della non lontana pubblicazione. — La Macinghi Strozzi
è rivissuta nel libro del Guasti. — Di Maria Salviati nei Medici, di
Maria Soderini nei Medici, di Maria Strozzi nei Eidolfi, vedi qui ap-
presso, note 87, 88. — Nella Isabella Guicciardini effigio io, in questo
stesso libro, Una madre famiglia del Cinquecento. — Ne' Rucellai, famiglia
di gran valentuomini in quell' età di transito da repubblica a prin-
cipato, e fra questo e quella ondeggiante, entrò la Nannina Medici
sorella del magnifico Lorenzo, moglie di Bernardo uom di stato e
umanista ; e seguaci fervorose pur vi ebbe il Savonarola (vedi appresso
nota 77).
77 Vedi P. Villari, La storia di G. Savonarola ; II, cxcu. E ne' Do-
cumenti e Sludi intorno a G. Savonarola per cura di A. Gherardi (Firenze,
Sansoni, 1887, a pag. 216) si legge che all' invito per la prova del fuoco,
a provar vera, contro le scomuniche, la dottrina del Frate, erano
«tanti che desiderano entrare in questo fuoco, che è uno stupore,
È NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
243
« così secolari come religiosi, come femine et giovanetti. In modo,
« che invitando iermattina in pubblico fra Domenico a questo, si le-
« vorono a un tratto molte donne gridando : Io, Io.... »
Una di coteste donne è credibile fosse la « diletta in Cristo so-
rella, ancilla del Nostro Signore », alla quale, senza ne apparisca al-
tramente il nome, fra Domenico Bonvicini, il più animoso dei seguaci
del Savonarola e uno de' due suoi compagni di rogo, scriveva :
Sorella mia in Christo domino dulcissima. Le nostre
cose sono da Dio : et se Voi starete umile, e non le co-
municherete con molti, ne le direte se non forzata o per
grande utilità, pregando il Signore che non vi lasci in-
gannare ; se farete, dico, queste tre cose, non vi si mesco-
lerà mai alcuno errore, e cresceranno in magior lume e
grazia. Dunque pregate Dio che mi mandi uno demonio
come egli ha mandato a Voi; ciò è di quella ragione spi-
rito, della quale ragione avete Voi; perchè io vorrei essere
spiritato come siete Voi. De', fate d'essere exaudita. Oh
quanta cecità della Chiesa nel tempo presente ! poi che
e' ministri di quella non sanno discernere tra la luce e le
tenebre qual differenza sia, cioè tra '1 pazzo e lo spiritato ;
e tra lo spiritato di Dio spirito santo, e lo spiritato del
demonio spirito maligno. Ma io mi credo che la passione
e disordinata affezione, e poca allegrezza del bene e della
grazia del fratello, faccia a molti dire quel che per nes-
suno modo essi non credono. E basti....
Guido Biagi, Spigolature savonaroliane (per nozze Rostagno-Cavazza :
Firenze, 1898), a pag. 9-10. E probabile che costei fosse monna Barto-
lomea Gianfìgliazzi ; « la quale avea sue divozioni e sua spiriti, se-
« condo diceva » ; così il Savonarola nel processo (Villari, loc. cit.);
« ma » soggiunge « a questa non prestava molta fede, perchè li pa-
« reva pazza. »
Le due Rucellai savonaroliane furono una Cammilla, venuta dai
Bartolini Davanzi, e una Marietta entrata negli Albizzi (vedi L. Pas-
serini, Genealogia e Storia della famiglia Rucellai; Firenze, 1861; pagg.
130-131). La Cammilla, scioltasi dalla vita coniugale (prima an-
nuente, poi renuente, il marito), si fece terziaria domenicana col nome
di suor Lucia ; e nel Diario sacro ec. fiorentino, ch'ebbi occasione di
citare a pag. 59, è sotto il 28 ottobre : « Beata Lucia Bartolini Rucel-
lai domenicana ». Se di tempra giacobina fosse costei, lo mostra una
pagina del Processo savonaroliano (Villari, II, clxj'v, ccxxvij), che si
riferisce al truce episodio (vedi sopra, nota 18) della condanna e de-
capitazione dei cinque Medicei nel 97 : « Filippo Arrigucci, che allora
« era de'Signori, voleva gittare dalle finestre del Palazzo Bernardo
« del Nero, che era allora Gonfalonieri di Iustizia : e in quel tempo
« il ditto Filippo mandò a dimandare madonna Camilla de' Rucellai
244
NEL RINASCIMENTO
« quello si aveva a fare allora ; e lei gli mandò a rispondere che lei
« aveva avuto in revelazione, che gittassero dalle finestre Bernardo
« del Nero.... ».
78 Vedi fra i citati Documenti e studi del Gherardi, come scriva,
il 25 maggio 1495, una Guglielmina della Stufa al marito Luigi Com-
missario per la Repubblica in Arezzo: «Fra Girolamo, stamani, ci
« à rafermo el bene che noi avemo avere che non mancherà per nulla,
« ma che prima abbiamo avere del male ; e perchè el male sia meno,
« ci ha detto faciamo quaresima da qui a lo Spirito Santo, e stiamo
« in orazione ; e che non dubita che messer Domenedio è piatoso,
« che ci alegerirà le nostre fatiche che avemo avere. Sì che qua
« ognuno stimo la farà. El simile devereste far Voi, a ciò che Dio
« ci liberasse da tanti affanni e tribulazione che si trova questa città
« e, per dire meglio, tuto el mondo ».
Ma singolare documento savonaroliano e femminile è la Let-
tera di una Monaca a fra Jeronimo Savonarola, pubblicata (per nozze
Carnesecchi-Bini ; Firenze, 1898; da Guido Biagi ; dove è sollecitata
« la riforma delle donne » quasi con senso di gelosia, che il rifor-
matore si occupi meno di loro, che « degli uomini e de' fanciulli ».
Debitores sumus non carni, ut secundum cameni vivamus.
Si enim secundum carnem vixeritis, moriemini : si autem spi-
ritu facta carnis morlificaveritis, vivetis. Ad Romanos, 8 c°.
Essendo noi, reverendissimo in Christo Yhesu padre
diletto, debitori non alla carne,[ma per mortificare le
opere della carne collo spirito e vivere; e questo deside-
rando moltissime persone, e maxime le fanciulle, le quali
zelanti e fervide che l'onore di Dio in loro sia magnificato,
avuto più volte da Voi predicando consiglio e documenti
si debbino reformare ad uno onesto e semplice vivere, e
con ardente caritate e mirabile fervore eccitate a fare la
reforma: pare a loro che, poi eccitasti et a reformare co-
minciasti li uomini et i fanciulli, delle donne non vi cu-
riate. E benché siàno manco degne, non è però che da
Dio non siàno molto amate, poi che di donna volse na-
scere, e la Chiesa dice : Intercede prò devoto femineo sexu.
Le quali vorrebbono, per zelo di iustizia, fussi pregato
notificare e pubblicare questa reforma, acciò possino el
desiderio nel quale si ritruovono perficere. E sapete non
essere manco virtute il conservare lo acquistato, che il
congregare : immo, più ; come dice Jovanni Cassiano nelle
sue Collazioni. Et avendo voi assai tempo laborato e ben
seminato, è necessario provedere non venisse lo inimico
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
245
omo per seminare la zinzania; e maxime che viene il tempo
della state, e le fanciulle di nuovo si rivestono : vorrebon
sapere che foggia e forma abbino a fare. Sapete che '1 senso
tira : se non provedete con questa reforma, transcorre-
ranno in troppa dilazione. Sì che, per caritate, siate con-
tento più presto potete manifestarla. Non altro. Christo
Yhesu sempre sia in vostra guardia. La nostra sorella et
io, vostre sempre spiritual figliuole, vi preghiamo nelle
vostre orazione di noi facciate memoria ; e così tutta la
casa nostra è al vostro comando. Addì 2 di maggio, l'anno
di salute mcccclxxxxvi.
Per la Vostra in Christo spiritual figliuola Margarita
di Martino.
79 Predica dei 15 maggio 1496; a c. 42-13 dell'edizione di Venezia, 1540.
80 Vedi Villari, op. cit., I, 505-511 ; II, 95. In una Canzona (da me
ripubblicata ; Firenze, 1864) d'un Piagnone pel Bruciamento delle vanità
nel carnevale del 1498, la quale al Tommaseo (Dizionario estetico, pag. 910 ;
parve palinodia insieme e parodia dei canti carnascialeschi Medicei,
fra le cose che il fiorentino piagnone dice a Carnevale, mentre
questi si accinge a tramutarsi da Firenze, convertita cristiana, a
Roma curiale e pagana, è anche :
Le tue donne vane e stolte
sonsi mai contra te volte,
che l'avevi fatte erede ?
E Carnasciale risponde :
Ciascun m'ha per derelitto ;
fin le donne m' hanno afflitto,
rinegando la mia fede.
81 Vedi in iscorcio quelle e altre figure in Mecenate e Cliente me-
dicei, a pag. 206 segg. del cit. mio libro Florentia.
82 P. Villari, Niccolò Machiavelli e i suoi tempi; III, 44 segg., 77, 136 segg.
83 Vedi Carnasciale postumo, & pag. 412-421 del mio cit. Florentia ; e
Repubblica medicea, a pag. 113-149 delle mie Conferenze fiorentine (Milano,
Cogliati, 1901).
84 A pag. 68-69 del cit. Studio di G. Levantini- Pieroni su Lucrezia
Tornabuoni.
83 Lettera LIXa, de' 15 novembre 1465, a pag. 517: « .... l'angiolo Raf-
« faello, .... come guardò Tubbiuzzo da pericoli e da inganni, e poi lo
« rimenò al padre e alla madre, .... così rimeni voi a vostra madre,
« che con tanto disiderio v'aspetta ».
8,ì Vedi sopra, a pag. 236-37, nota 49.
246
NEL RINASCIMENTO
87 Anche questa madre fiorentina ci fu rivelata da Cesare Guasti,
quando illustrò coi documenti Alcuni fatti della prima giovinezza di
Cosimo I de* Medici (ora negli Scritti storici, voi. I delle Opere, apagg. 91
segg.). Vedi poi L. A. Ferrai, Cosimo de* Medici duca di Firenze ; Bologna,
Zanichelli, 1882: Pierre Gauthiez, Jean des Bandes Noires ; Paris, 1901.
88 Anche in quel dramma finale della libertà fiorentina, la parte
che, madre e sorella, figliuola e nuora, ha la donna, accennata già pur
negli storici contemporanei, emerge oggi e rileva dalle belle monogra-
fìe di L. A. Ferrai, Lorenzino de* Medici e la società cortigiana del Cinque-
cento, Milano, Hoepli, 1891; e di Pierre Gauthiez, Lorenzaccio, Parrs, 1904.
89 Questo Aneddoto della corte d* Urbino fu, con parole degne e della
donna e della patria, tratto fuori dagli Opuscoli di Scipione Ammirato,
e ravvivato, da Pietro Giordani; Opere, ed. Gussalli, Vili, 136-37.
90 Le due tragedie strozziane sono state modernamente riprodotte,
in un dramma, il Filippo Strozzi del Niccolini, e in un romanzo (qual
ei si sia) di Giovanni Rosini, la Luisa Strozzi. Su « la fine della Luisa
« Strozzi, involta ancor oggi in profondo mistero, senza speranza di
« squarciare il fitto velo che la ricopre », vedi L. A. Ferrai, op. cit.
pag. 116-49.
91 Clarice, figliuola di Piero del magnifico Lorenzo de' Medici e
dell'Alfonsina Orsini, rinnovava il nome della nonna. « Altiera e ani-
« mosa donna » la ritrae il Varchi (Stor. fior. III, v), che alla vigilia
della cacciata Medicea del Ì527, va in lettiga, « come cagionevole »
ch'ella era (e morì l'anno dopo) al palagio dei Medici; e rinfaccia ai
due giovinastri, Ippolito e Alessandro, che ivi rappresentano inde-
gnamente quel gran nome, come e quanto « i modi che essi hanno
« tenuti e tengono siano dissimili a quelli che hanno tenuti L loro
« maggiori » ; e che « i suoi antenati avevano tanto potuto in Firenze,
« quanto aveva conceduto il popolo ; e alla volontà di quello ave-
« vano ceduto, andandosene ; e essendo richiamati dalla volontà di
« quello, erano altre volte ritornati : e così giudicava che fusse da
« fare al presente ».
Col nome di Clarice Medici Strozzi è frale Rime diverse di alcune
nobilissime donne, raccolte da L. Domenichi (Lucca, 1559), questo madri-
gale patriottico a Firenze :
Flora, ninfa superba,
che di Diana sprezzi
l'arco le reti le fontane e l'erba,
non viver tanto in vezzi ;
chè, a te stessa increscendo,
cangi la propria forma in strani lezj.
Già, se il vero io comprendo,
poco stimi i pastor che t' ebber cara,
poco la libertà c'ognuno apprezza :
E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
247
tal che, la tua bellezza
pigliando nova forma, or non più rara
sarai, nè altrui sì cara.
Di ciò mi doglio, e il mio dolor sia vano,
che l'amaro tuo fin non è lontano.
Madrigale che ne ricorda un altro, nel quale pur sotto imagine
di donna amorosa, ma con ben altro vigor di linee e profondità di
sentimento, Michelangiolo Buonarroti raffigura, com'è il titolo appo-
stogli dal Guasti editore delle sue Rime (Firenze, F. Le Monnier, 1863),
« Fiorenza e gli esuli fiorentini ». Versi che in sè hanno alcun che
di sacro mistero, da ricordare, dell'immortale artefice, le Lauren-
ziane figurazioni dell' agonia della patria.
(Gli esuli fiorentini alla Patria)
Per molti, donna, anzi per mille amanti
creata fusti, e d'angelica forma.
Or par che 'n ciel si dorma,
s'un sol s'apropia quel ch'è dato a tanti.
Ritorna a' nostri pianti
il sol degli occhi tuoi, che par che schivi
chi del suo dono in tal miseria è nato.
{La Patria agli esuli).
Deh ! non turbate i vostri desir santi :
chè chi di me par che vi spògli e privi,
col gran timor non gode il gran peccato.
Chè degli amanti è men felice stato
quello, ove '1 gran desir gran copia afìrena,
ch'una miseria di speranza piena.
92 Di villa, Lettere di Isabella Guicciardini al marito Luigi negli anni
1535 e 1542. Per nozze Guicciardini-Martelli. Firenze, Succ. Le Mon-
nier, 1883. Vedi in questo volume qui appresso.
93 Vasari, Vite, XI, 268.
94 Ripeto, dopo alquanti anni, queste parole, con la speranza al-
tresì che il Governo, ammaestrato da dolorose esperienze, cooperi
efficacemente, mediante provvedimenti degni dell' onor nazionale,
alla buona volontà e al sentimento gentilizio delle nostre antiche
famiglie.
95 Lorenzo il Magnifico, Conferenza d1 Ernesto Masi ; fra quelle su La
vita italiana nel Rinascimento ; Milano, Treves, 1893.
tì0 Varchi, Stor. fior., X, xxvn. All' Incisa di Valdarno, un marmo
248
NEL RINASCIMENTO EC.
ricorda: 1529. Lucrezia de' Ma zzanti \ donna cV alto cuore \ plebea |
dagli amplessi aborrendo \ dì soldato alla patria nemico \ inviolata \ qui
nell'Arno \ annegossi nè a lei \ maggiore dell' altra Lucrezia \ i tempi
consentirono un Bruto \ e la Repubblica fiorentina \ periva. 1 1 Questa
memoria \ dopo 309 anni \ Antonio Brucalassi | poneva, Egisto Sarri,
pittore del cui nome Figline si onora, raffigurava, con fedeltà sto-
rica, nelle belle matronali forme di popolana nobilissima quel fem-
minile eroismo, in un quadro che si conserva presso il cav. Giovanni
Magherini Graziani. Il capitolo VI dell'Asseto di Firenze del Guer-
razzi è intitolato « Lucrezia Mazzanti ».
97 Varchi, Stor. fior., XV, xxiii. Della iscrizione latina di esso Var-
chi per la « Lucrezia etrusca, » vedi nell' Assedio del Guerrazzi la
Nota al cit. cap. VI.
98 Nel cap. VII dell'Assedio, immaginando e colorendo di suo so-
pr' un accenno di Iacopo Nardi, Istorie di Firenze, Vili, lv.
99 Promessi sposi, cap. Vili.
100 Isabella Orsini duchessa di Bracciano, Racconto di F. D. Guerrazzi.
101 Nei capitoli IX e X dei Promessi Sposi.
102 Nardi, Istorie di Firenze; IX, i.
103 Le Lettere spirituali e familiari di S. Caterina de' Ricci per cura
di C. Guasti (Prato, 1861), e quelle alla Famiglia per cura di A. Ghe-
rardi (Firenze, 1890), hanno avvivato i lineamenti umani di questa
donna fiorentina del buon tempo antico, inalzata agli onori della san-
tità. Delle altre, ben diverse, due Eicci fa cenno il Guasti a pag. vi
del Proemio al suo libro. E da Mariella deJ Ricci, ovvero Firenze al tempo
deW Assedio, s' intitola un coacervato di romanzesco e di erudizione,
di A. Ademollo e L. Passerini ; Firenze, 1811 e 1845.
104 yedi il Dei libro di Antonio Favaro, Galileo Galilei e Suor Maria
Celeste; Firenze, Barbèra, 1891.
105 Sulla tomba di Maria Alinda Brunamonti Bonacci, è oggi pio
doveroso ufficio aggiungere anche il suo nome.
106 Emilia Peruzzi nata Toscanelli : anche lei passata! Vedi E. De
Amicis, Un salotto fiorentino del secolo scorso ; Firenze, G. Barbèra, 1902
Nella cappella domestica della Torre all'Antella essa fece scrivere :
Dal 9 Settembre 1891, | XLI° anniversario delle nostre nozze felici, \
al 27 aprile 1892, '\ che Firenze memore ti richiese nella sua Santa Croce, \
posasti qui presso la madre \ alla pia ombra del sacrario domestico, \
o mio Ubaldino. 1 1 Ma se disgiunte nelV estrema quiete le ossa, \ la con-
corde anima d' Emilia tua \ tornerà a te in quell'angelico tempio | che
solo amore e luce ha per confine. Ma anche la lapide, che ora in quella
cappella cuopre le ossa di Lei, aspetta d' essere sollevata ; e il sepol-
cro gentilizio di Santa Croce V attende.
UNA MADREFAMIGLIA
DEL CINQUECENTO
(ISABELLA SACCHETTI GUICCIARDINI)
I.
Firenze, 5 luglio 1535.
Carissimo Luigi, Ho aute dua vostre : alle quali rispon-
derò brevissimo, perchè sono occupata, chè domattina, a
Dio piaccendo, andiamo a buona ora in villa: e sono so-
prastata per conto della Simona1 ... E così andréno a
Popiano'2 col nome di Dio, che gli piaccia darci grazia vi
stiano sani. E di là come potrò vi scriverrò; e come arò
ordinato le cose più necessarie, vi manderò el garzone colie
cose chiedete: e bisognerà rimandarlo presto, per atten-
dere alle faccende. E se manderete un altro buono asino,
1 Loro figliuola, indisposta di salute. Era 1' ultima di sei. Gli al-
tri : Margherita, maritata ne' Tornabuoni (1519), poi (1533) ne' Bini ;
Piero, morto giovinetto nel 27 ; Guglielmetta e Lorenzo, morti fan-
ciulli nel 1509; e messer Niccolò, legista assai riputato e lettore poi
nello Studio Pisano, senatore nel 1554, oratore a papa Paolo IV, com-
missario ducale a Pisa, dove morì nel 57.
2 « Poppiano o Popiano nella Val di Pesa, castellare con villa
« signorile e chiesa parrocchiale.... Ebbe antica signoria in cotesto
« luogo di Poppiano la patrizia famiglia fiorentina de' Guicciardini,
« alla quale tuttora appartiene la ròcca ridotta ad uso di villa, con
« vari poderi intorno, oltre il giuspatronato della chiesa parrocchiale
«di Poppiano.» Così il Repetti {Dizionario geogr. fis. stor, della To-
scana), il quale accenna inoltre alla tradizione, raccolta dal Verino
nel suo poema genealogico, che i Guicciardini siano « originari di
« cotesto Poppiano »; e ricorda che lassù pure, in una fattoria dello
Spedale degl'Innocenti, villeggiò don Vincenzio Borghini.
252
UNA MADREF AMIGLI A
eondurò biada in Firenze e delle altre cose, el più si po-
trà,, pel verno.
Non altro. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì
5 di luglio 1535.
Isabella in Firenze.
La brigata di Messere1 dice vuole venga sabato a otto.
(Fuori) Al magnifico signore
Comessario d'Arezo
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Arezo.
IL
Poppiano, 6 agosto 1535.
yhs
Carissimo Luigi, Ho auta con piacere la vostra de' 29
del passato, che troppo mi pareva essere istata sanza vo-
stre lettere. La stanza 2 qui è bella e piaceci ; ma ci sono
caldi grandissimi, e col sole non si può uscire di casa e
poca via andare, che non si sudi forte.
El grano è inbucato la maggior parte, chè cominciava
a riscaldare. Del venderlo, se n' è mandato el saggio a Fi-
renze, e farassi quanto iscrivete : a Dio piaccia se ne pigli
el migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza.
1 Nel carteggio domestico di Luigi è, col titolo di messere, che si
dava propriamente ai dottori in legge, indicato egualmente e il fra-
tello Francesco, il grande storico e statista, e (come qui) il figliuolo
Niccolò. La brigala, intendi la famiglia di lui, che dal 1526 aveva in
moglie la Caterina di Lorenzo Iacopi. Vedi a pag. 256.
2 lo stare, il soggiorno.
DEL CINQUECENTO
253
Degli asini, userò colle parole diligenzia sieno ben governi,
e con più destreza potrò m'ingegnerò che loro e '1 garzone
perdino poco tempo, e con some che si mantenghino. 1 Le
stoviglie di legno saranno utile, se ne provederete qual-
cuna, per le volte 2 di qui e di Firenze : arche, 3 per ora ci
è abastanza.
Parmi discorriate bene di pensare prima alla Simona
che a nessuna dell'altre faccende : e pensate che io non ho
altro desiderio che vederla, a' dì vostri e mia, assettata dove
ella ha a stare, e a Dio piaccia aiutarcela porre in luogo ne
siamo consolati. 4 Se dopo questa faccenda ci avanzerà
tenpo e denari, non ci mancherà che farne. 5
1 con some discrete, non troppo gravi, per modo che le bestie
non si strapazzino.
2 cantine.
3 casse di legno, specialmente da riporvi grano o altre biade.
Nel qual senso, non bene rilevato dai vocabolari, hanno arca il Boc-
caccio (IV, x), l'Ottimo, e in locuzione figurata Dante (Parad., xn, 120 ;
xxm, 131).
4 Quell' affettuosissimo della Beatrice dantesca (/n/1., n, 69) «L'aiu-
« ta sì eh' io ne sia consolata », suona in bocca di altre donne
fiorentine : la Nostra qui, e d'un secolo innanzi l'Alessandra Macin-
ghi negli Strozzi {Lettere a' figliuoli pubblicate da C. Guasti, pag. 72) :
« Prego Iddio gli dia tal virtù e grazia, ch'io ne sia consolata » ; e
anch'essa parlando di figliuoli, consolazione suprema, davvero, o
tormento.
5 Del maritare la Simona così scriveva, pur di que' giorni (15 set-
tembre 12 da Arezzo), Luigi al figliuolo Niccolò : « Circa alla Si-
« mona non dirò altro, se non che sono molto inclinato a Bernardo
« Vettori ; perchè altri non truovo che mi piacci tanto per ogni
« conto quanto lui. Quello de' Ridolfi debbe avere el capo a gran
« dota, più che non doverrebbe essendo molto ricco. Se fussi vivo
« Pier Francesco Ridolfi, l'arei fatto tentar da lui, perchè era amico
« di Lionardo suo avolo : non ci essendo, bisogna pensare ad altri
« mezzi. Credo che l'essere mio costì gioverebbe : pure lo star qui
« non doverrebbe nuocere. La importanza è risolversi, e non guar-
« dare in 300 scudi più per acconciarla bene, essendo 1' ultima. Però
« va' disegnando di qualcuno spicciolato e non così nominato, pur-
« chè sia ricco, non ignobile, et abbi cervello : chè essendo tu costì,
254
UNA MADREFAMIGLIA
Pensate che delle cose che io conoscerò che sieno utile,
che io le ricorderò a' lavoratori ; ma posso poco andare
veggenio, rispetto a' caldi : e pensate che la vecchiaia fa
el debito suo. Di questa settimana che viene, vedrò se io
potrò avere uno, e comincerò a fare rassettare qualcuna di
queste cosette de' viottoli e '1 vivaio.
La Simona dice vi scriverrà. Gli occhi sua non sono ben
guariti : la mattina sono rossi e grossi più che l'ordinario
negli orli loro ; e tutto istimo venga da superfruità e su-
perchio di sangue mal purgato.
De1 pesci non si è presi co1 ritrosi, 1 perchè mi paiono
questi lavoratori tanto infaccendati da sera e mattina, che
io non ho volsuto affaticargli. Come aranno finito rasset-
tare queste aie, facciano pensiero votare el lavatoio e farlo
rimondare, e pigliare e' pesci più grossi, e rimetterenvi
e' piccini, perchè infatti, come dite voi, portono pericolo. 2
E venerdì mattina passato mi parve avessino una mala bu-
rasca, e non ho potuto sapere da quello si venga. La mat-
tina a buona ora v' andò una delle nostre serve, e trovòne
fuori della fonte, e assai alle prode che si lasciavono pi-
gliare e andavano boccheggiando per la acqua. AndaVi io
a vedergli, e parvemi vi fussi di be1 pesci : pigliamone circa
a dua libbre, che furono buoni. Feci molto rimore, e di-
mandai e' lavoratori, e pareva che tutti si maravigliassino ;
« e parlandone con Piero Bini, non potrà essere non troviate, delli
« due sopradetti e quello de' Nerli, chi sia a proposito. » Ella sposò
poi, come vedremo, Pierantonio di Pierfrancesco de' Nobili, uno
spicciolato, ossia d'una di quelle minori famiglie che Luigi e gli al-
tri, al pari di lui, appartenenti a famiglie, come dicevano, grosse o
di consorteria, guardavano d'alto in basso (cfr. F. Guicciardini.
Opere inedite ; III, 130, 239).
1 Cestella da pescare, della quale vedi la Crusca, che però ne ha
solo un esempio del Burchiello.
2 risicano d'esser presi da altri.
DEL CINQUECENTO
255
e dicevono che pel caldo fanno alcuna volta così, per esser
assai materia al fondo del lavatoio, e nel lavarvi temono:
che forse potrebbe essere ; e se ogni volta vi si lavassi
avenissi così, lo crederrei ; ma non hanno più fatto così,
nè prima nè poi.
Piero dice che de' pistacchi se n' appiccò uno : de' pini
n' andò uno in su, e poi fu roso da un baco : e1 fighi e' pe-
schi dice istanno bene.
Credo certissimo che la stanza mia costì i v'are' fatto
avanzare qualche iscudo più ; se non altro la spesa di qua:
chè tenere la casa aperta come bisogna non si può fare
senza ispesa, come vedrete. E la iscusa della casa costì
accetto per averlo inteso da altri : benché, secondo nf è
stato detto, v' è stato più brigata che non siano noi. Per-
tanto che io me lo reco per una vostra buona usanza: chè
siate istato in luoghi capacissimi, di casa e d' ogni altra
cosa, èssene istato el simile. Possomi dolere in questo caso
della natura e della fortuna : e prima della natura, che
non mi fece con quelle parte a voi sufficiente ; 2 e poi della
fortuna, acozarci insieme. Or sia come si voglia: tutto à
fatto Idio, e a lui piaccia sia con salute della anima vostra
e mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo, penso :
chè oramai mi veggo presso al tempo del rendere e1 conti
di questo viaggio presso a finito.
1 il venire io e la famiglia a stare con voi costì in Arezzo. Dove
Luigi era Commissario.
2 con tali qualità che fossero sufficienti, adequate, ai vostri me-
riti. Lo dicevano volentieri di spose. Così la Strozzi, descrivendo le
bellezze della figliuola fidanzata (pag. 6) : « .... in verità non ce n' è
« un'altra a Firenze fatta come lei, ed ha tutte le parti ». Dove l'edi-
tore di quelle Lettere, che l'hanno anche altrove, cita in raffronto
ciò che della futura nuora scriveva (vedi in questo mio libro, a pag.
236) Lucrezia Tornabuoni ne'Medici : « La fanciulla à dua buone parti,
« eh' è grande e bianca.... »
256
UNA MADRE FAMIGLIA
Bisogna lasciare passare questi terribili caldi, e intanto
sarà Anito rassettare questi grani, che domani si misurerà
T utimo i grano ; e parmi sarà questo d'Andrea circa 12 o
13 moggia. Per la prima vi potrò dare lo 'ntero di tutto.
Ora bisognerà pensare alla vendemia. Bisogna ricerchiare
qualche tino ; e racconciarci le botte dello aceto che ce 1' ò
trovato tutto guasto, no so quello s'è volsuto dire ; e fare
segare quel ciriegio, che benché molte volte l'abbi ordi-
nato non s' è fatto. Vedrò ora condurre e ordinare queste
faccende, se io potrò ; ma dubito che la partita mia non
impedisca : perchè l'ordinare e non ci essere, non riesce ;
e se io avessi visto e pensato a tante cose che io ci veggo
da fare, non so se io m' avessi ordinata questa gita. 2 Veggo
che voi n' avete voglia, e non vorrei iscontentarvene ; e se
io dovessi lasciare ogni cosa andare in perdizione, e voi
diliberiate che io venga, lo farò : e non potrò passarvi 15 dì
che io non ritorni qui, chè ci lascerò molte cose. Ciò che
mi dà più noia che altro, si è che io non ci ò una serva
da lasciarci, di tenpo, 3 per 15 giorni. Messere non mi pare
vogli ci rimanga la Caterina, e lei non ci vuole rimanere,
perchè gli parrebbe esser troppa sola quando non ci fussi
Messere. 4 Andrànose, se io vengo, tutti, prima mi parta
di qua. La Simona di Messere5 gli parve troppo caldo,
e per ancora non ci è venuta, e non penso altrimenti
ci venga nè qui ne costì. Di mettere qui uno per queste
1 ultimo; nè altramente ano' oggi in contado.
2 se io avrei fissata questa gita ad Arezzo (per fargli una visita).
3 attempata. Confronta a pag. 263 e 271 : le « persone di tempo ».
4 II figliuolo Niccolò e la Caterina lacopi sua moglie : vedi la
nota a pag. 252.
8 Cioè una delle tre figliuole di messer Francesco 1' istorico, ma-
ritata a Piero Capponi. Aggiunse di messere (confronta la cit. nota)
nell' interlinea. Ambedue i fratelli avevano rinnovato in una figliuola
il nome della propria madre, Simona di Bongianni Gianfigliazzi.
DEL CINQUECENTO
257
faccende che ci occorreranno, non veggo persona a pro-
posito.
Del cacio s' è condotto el migliore, cioè el primaticcio,
in Firenze : quello mi trovo qui non è molto bello. Arei
caro sapere quante coppie ne vorresti, 1 e così indigrosso
quante libbre, che lo iscierò del meglio.
Io non pensavo più a quel male, perchè non ne dicevi
più nulla .... E secondo mi disse maestro Lionardo, 2
non sono da darsene pensiero.
Duolmi abbiate tante brighe co' servidori. È cosa fasti-
diosa, e non siate solo ; chè è così per tutto. Bisogna alle
volte soportare qualche cosa. Dipoi avesti Ottaviano, mi
pare senpre abbiate auto che fare ; faceva così in casa : ha
una mala lingua, e comettitore di scandoli, e bestiale, e
sanza pensare a nulla. Siano tutti pieni di difetti : bisogna
soportarsi V un V altro, tanto che ci morréno.
Ho fatto l'ambasciata vostra a' lavoratori. E' fighi non
hanno pidocchi : so' ispenti. E' melaranci sotto la grotta ve
n' è parecchi che anno messo : quegli de' nocciuoli v'è 2,
gli altri sono secchi : hogli fatti alcuna volta anaffiare.
Io non dirò per questa altro. A voi mi raccomando. Cri-
sto vi guardi. Addì 6 d'agosto 1535.
Isabella a Popiano.
(Fuori) Al magnifico signore
Cornessario cPArezo
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Arezo.
1 Oggi si farebbe a forme : ma di que' secoli, anche la Strozzi ha
« quattro coppie di marzolini » ; e il Firenzuola, « una coppia di que-
« sto cacio »; e nelle lettere di Michelangiolo, «Io ho avuto i ravig-
« giuoli, cioè sei coppie ».
2 Uno de' molti medici co' quali monna Isabella si consigliava.
Confronta le lettere III e V.
Del Lungo
17
258
UNA MADREFAMIGLIA
UT.
Poppiano, 30 novembre 1542.
yhs
Carissimo Luigi, Ho auto tre vostre ; una de' 7, e de' 13
e 18: risponderò a tutte le cose mi paranno di più inpor-
tanza.
E prima, quanto a' vini, n' è istato qui poco per tutto.
Da Ripalto e '1 Mulino non potetti averne più, per la causa
vi scrissi allora; e V uno e V altro sono molto poveri.
Apaionmi legate persone ; 1 e parmi che Giovanni abbi po-
co el capo a starvi : e pochi giorni sono mi disse che
non era el bisogno suo el podere, che dura assai fatica, e
per esseré in sulla strada patisce assai danni da' pecorai ;
e che mi voleva aiutare trovare lavoratore, io gli aiutassi
trovar podere. Io gli risposi non m'impacciavo d'allogare,
e che gli aspettassi voi. Dissemi che ve lo iscrivessi, acciò
che a bell'agio potessi assettarvi. Dissi non ve lo iscriver-
ai, perchè ora non era tempo. Non V ò poi rivisto.
Quelle vite mostravano meglio che altrove. Non so poi
come s1 andassi. Usossi la possibile diligenzia.
Rileggete la mia lettera, e vedrete che io vi dissi che
alla botte del vecchio erono iscoppiato e1 cerchi. E così
T avessi io venduto tutto, che ne serbai tanto che io pen-
savo, e mi riusciva, averne per insino a Pasqua e dipoi ;
1 persone (i contadini di que' due poderi) da non sapersi trarre
d'impaccio, di poca conchiusione, poco svelte. E in una lettera del
Machiavelli a Francesco Guicciardini, parlandogli di uomo tardo a
risolversi, irresoluto : « Io non mancai dimostrargli che quelli ri-
« spetti erano vani,... e combatte'lo un pezzo ; tanto che se egli non
« fosse un uomo un poco legato, io ci arei drento una grande spe-
ranza ».
DEL CINQUECENTO
259
ci avevo una bottina di stretto, che V avevo disegnato per
la serva per insino a vebraio, e restavamene 12 barili. Ma
sorte volse, che iscoppiò 1' utimo cerchio della botte, e la
mattina si trovò tutto in terra. Pensate se mi dolfe ; chè
era buono, e aronne a ricomperare qualche poco, e del
vecchio ho compero qualche fiasco, e alcuna volta n'ò da
Firenze.
Dispiacemi assai, vi stiate con tanto disagio e fastidio
quanto mi scrivete. Bisogna facciate come iscrivete che io
faccia io : pigliarsi queste faccende per piacere, 1 e non si
straccare el manco sia possibile, e isperare nel tempo che
vola. E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è
iscontenti ; e maximo neli' età nostra, 2 che ogni cosa c'in-
fastidisce. El tutto istà, ci riposiàno nella futura vita.
Delle legne pel forno non ho ancora fatto tagliare, ri-
spetto a questi tenpi, che mai ci è fatto altro che piovere
poi tanto tempo ; e sonci tante triste vie, che non si pos-
son condure. Somi servita di quelle erono intorno a' Casini,
e della sanza che non ho seco poco obrigo, e la quercie
della strada, con qualche altre cose secche ; tanto ci an-
diàn vivendo comodamente. Non ho fatto bucati, nè atteso
a inbiancare accia come soglio. Se '1 tenpo istessi qualche
dì, che si potessi, farei tagliare come mi scrivete.
L'olio rinviliò lunedì passato soldi 20, come da Messere
penso arete inteso, chè a lui ne scrivo. Secondo che io in-
tendo, oggi per la acqua non s' è passata la Pesa ; e penso
1 Sentenza, nientemeno che di Tacito : ma 1' Isabella, che la ri-
pete a pag. 271, l'aveva probabilmente imparata dal figliuolo dottore :
vedi la lettera di Ini a pag. 267. « Negotia prò solatiis accipiens »,
ha il grande Annalista (IV, xn) : e il nostro Davanzati, « pigliandosi
« per conforto i negozi » ; tutt' altro che preferibile, mi pare, alla
inconsapevole traduzione della sua concittadina.
2 da vecchi.
260
UNA MADREFA MIGLIA
non vi sia istato mercato, i Bisognerebbe che voi dicessi,
Coni1 è al tal pregio, datelo : perchè varia per mercato as-
sai, e passa 2 mercati prima se n'abbi la risposta. Al fat-
toiano2ho detto quanto iscrivete; e quando el tenpo ser-
virà, 3 non mancherà di quello potrà : chè non è mai rimaso
libero di quella mano, e ispesso gli dà gran noia. Al Tozo
parlai de' pali : dissemi che fra un mese vedrebbe prò ve-
dergli. La gora e' pescaiuoli dal Mulino si fornì a' 21 dei
presente : 4 è poi venuto due piene : diconmi à provato be-
nissimo quello s'è fatto. Ma, secondo m' è detto, quel mu-
gnaio è tanto dappoco, che io dubito non vi mantenga quel
luogo : perchè ispesso bisogna rassettar la gora ; e non fa
nulla. Voi arete inteso quanto sia parso a Bastiano da En-
poli da fare, circa ai vivaio e la fossa.
Circa al portarsi e' lavoratori meco, non me ne posso per
insino a ora dolere più che F anno passato. E de' porci anno
conperati 3 per uno: Piero à ispeso 31 lire, e' Casini 35;
sono maggiori e da farsi più grossi, a detto di questi con-
tadini. 5 Le vostre inbasciate ho tutte fatte loro, circa le
1 a San Casciano.
2 Colui che dirige i lavori del fattoio, ossia del luogo dove si fa
l'olio.
3 quando sarà il tempo opportuno, quando ne sarà il tempo, a
suo tempo. Quest' uso del verbo servire, che ricorre anche nella pa-
gina seguente e a pag. 274 in nota, è nuovo ai Vocabolari : vivo an-
c' oggi nel contado.
4 Gora è propriamente Un canale pel quale si deriva 1' acqua
de' fiumi o torrenti, trattenuta e sollevata mediante pescaie, e se ne
rivolge il corso ad uso di mulini od altro simile. I pescaiuoli poi
sono Piccole pescaie costruite attraverso alla gora, per trattenere
le acque di essa e così impedire le corrosioni dell'alveo e de' cigli.
Qui si parla (vedi anche a pag. 272) delle acque del torrente Virginio
o Vergigno, sulla cui destra sorge Poppiano ; e ne aveva scritto a
Luigi anche messer Niccolò, appunto dieci giorni innanzi, da Firen-
ze : « Al Vergigno s' è acconcio la gora e quasi el resto. »
5 di questa gente del contado. I contadini proprio del podere, sino
DEL CINQUECENTO
261
fosse e T altre cose m' avete iscritto : e tutto mi dicon fare,
e pare che loro desiderino partirsi vostro amico. Delle ghian-
de ci è poche per tutto : e quella 1 dal Mal fastello, che
suole esser, quando n' è assai, coperta la terra, non ve n'ò
mai viste un centinaio; e così quella da' capperi. Vagliono
un grosso lo staio, e meglio. Io ho conperato un porcellino,
che m' è costo lire 9 e soldi 12, per amazarlo questo car-
novale, chi ci sarà. Chè m' è tocco di molte mele tanto cat-
tive, che non sono da cavarne nulla ; chè sono istate tanto
disutile e istrane, che non sono se non per dare a' porci :
e penso che le consumi, con parecchi istaia di ghiande che io
ci avevo. E penso sia la carne per insalar qui ; e per in Fi-'
renze potrete provedere voi, se costà sarà buono insalare.
E1 tetti bisognava farli acconciare d'agosto. Poi che io ci
sono, fatta fu la vendemia, mai ci è fatto altro che piovere ;
e non s' è ancora potuto fare s' acconcino, come el tenpo
serve. 2 Gli usci non ho fatto acconciare. Nel prencipio che
io ci fu', non potetti avere legnaiuolo ; e poi m1 è parso e' dì
piccoli e male opere, 3 chè bisognava condurci legnaiuolo da
Castelfiorentini o da Firenze. E bisognerebbe fare queste
ai tempi dell' Isabella si chiamavano, e così ella fa quivi stesso e in
altri luoghi di queste lettere, lavoratori (vedi la Crusca, Va impres-
sione).
1 quercia, sottintendi. Mal fastello è, come altri di sopra, nome
di luogo in que' loro possessi ; e consimile indicazione è pure la se-
guente, da' capperi. Noterò poi qui che io stampo ghiande, sebbene la
penna, facile del resto a trascorrere, dell' Isabella abbia chiande ;
e lo stesso dico di pacherà, casto, domata, e cosiffatti. Ho rispettato
altre sue grafìe, dissuete ma che hanno ragion d'essere.
2 secondo che il tempo sia opportuno a ciò, per quanto il tempo
lo permetta. Confronta a pag. 260.
3 i giorni corti ; e perciò le opere, ossia il lavoro d'una giornata,
scarso e mal adeguato alla mercede. Così nell'Agricoltura del Cre-
scenzio (I, xiii) il padrone « fa ragione col villano, ovvero castaido,
« delle opere e de' dì » : schietta frase, che ricorda Esiodo.
262
UNA MADREFA MIGLIA
panche, uno usoio alla corte grande, tutte queste finestre
inpannate, e molte altre cose, volendoci abitare come le
persone : 1 e per sì piccola cosa 2 non è parso porti la
spesa condurci un maestro, in questi tempi istrani. Se sa-
réno questa istate sani, e si vegga poterci i stare in pace, si
potrà allora condurci un buon maestro, e a tutto dare opera ;
e ora avere pazienzia, come s' è fatto quest' altre volte.
Voi mi dite mandarmi iscritto di questi debitori, che di-
cono anno avere ; che Tarò caro : però non vo' pagare, se
voi non mi dite che abbino avere. Quel di Vanozzo, in-
tendo dice non esser pagato della vite s' ebbe da lui ; da
Benedetto Canbi intendo avesti non so che trave che non
s' è pagata, adoperossi alla Casina ; Meo Giorli dice v'aiutò
non so che opere, che non fu pagato: pertanto arò caro
rivediate tutto, se potete ; e quanto più presto, meglio, ac-
ciò possi i spedire tutte queste faccende.
Sapete che quando ci venne cotesto medico, che voi eri
qui, che io vi dissi m' era parso uomo di buona qualità : e
parmi esser certa che avendo e' medici nel prèncipio ca-
vato sangue a Messere, gli arebbe giovato assai, perchè
l'orine sua erono rosse e torbide, e '1 viso rosso assai, e
massimo come mangiava. Maestro Marcantonio istette so-
speso e non volse. E' mia accidenti non accade vi dica, per-
chè gli sapete a punto. El lattovaro m' à fatto pigliare
maestro Giovanbatista, si chiama mitridato istenperato
nella malvagia. Me V ò trovato buono el purgarmi : 3 ben-
ché nel pigliare isciloppi e medicine, pareva mi nocessi
per allora; discostandomi poi dalle purgazione, ho visto
1 Cioè, con agio. Arguta frase, per ciò che sottintende: ma non
credo che la gentildonna facesse pivi che pigliarla dal popolo.
2 coni' è la sola acconciatura degli usci.
3 mi ha fatto bene quando mi sono purgata, quando mi è occorso
prender purganti. Forse al purgarmi o in el purgarmi.
DEL CINQUECENTO
263
m'erono istate buone. El mitridato ho usato la vernata ; la
state no.
Quanto alla vostra de' 12, non accade dirvi altro, se non
ei grano è cavato della buca iscema e istà bene : e T ò tutto
fatto vagliare, e porre in camera della casina, disperse el
vecchio e nuovo. Se voi volete si venda, avisate. Del vecchio
s' arebbe 33 soldi, del nuovo 35. Del vecchio ve n' è qualche
poco dei bucato : parmi che ei vagliarlo gli abbi giovato ; par
meglio assai. Francesco Caradori non ho visto se non una
volta poi ci sono. La comessione de' pali detti al Tozo, come
mi dicesti ; e promisse provedergli. E' vini bianchi si sono
mutati all'ordinario, e la vernaccia è quasi chiara : non mi
pare molto buona quest'anno ; fu anno assai migliore. El
greco credo sarà buono : non è ancor chiaro.
Se Cavalcante 1 ci verrà, V arò caro, per intendere di
vostro essere : benché, per quanto a questa mi scrivete,
resto coir animo posato, e di nuovo da Messere intendo
esser seguitato ei miglioramento ; tanto che io penso siate
al tutto libero : e così piaccia a Dio. Vero è che e'tenpi sono
contrarii a riaersi, e maximo le persone di tenpo ; e come
dite, penso vi paia fare adagio : che è ragionevole. 2
Quando Messere vorrà dalle monache quello mi scrivete,
farò quanto bisognerà. Non posso pensare chi vi s'abbi in-
pedito che voi non abbiate di questa faccenda fatto a vostro
modo, s* era di tanto utile quanto voi mi scrivete.
Ebbi la vostra de' 18 pel garzone andava a San Casciano ;
che mi fu di piacere assai, per intendere el vostro migliora-
mento esser seguitato tanto, che vi pare esser quasi ritor-
nato nel vostro solito essere. Le cose mi ricordate m' inge-
1 Cavalcante Cavalcanti, tutto cosa di Luigi e della famiglia. È
ricordato frequentemente nelle loro lettere.
2 cosa naturale, e perciò da non isgomentarsene.
264
UNA MADREFAMIGLIA
gnerò tutte exequire, quelle potrò. Ho dipoi una altra vostra
de' diciotto, che mostra partirsi Cavalcante a dì 19 : el che
penso pel tenpo contrario non si partissi ; perchè non in-
tendo sia arrivato.
fii vivaio e la fossa non si sono cominciati, rispetto
a' tenpi e Topenione di Bastiano da Enpoli, come da Mes-
sere e da lui penso arete inteso. A' lavoratori ho fatto tutte
le 'nbasciate vostre, delle fosse aperte, e delle ulive si
rassettino e guardino gli ulivi ; ma ci è istato tanti tenpi
molli e rovinosi, che non si sono per ancora tocchi ulive nè
guatati e1 pedali per córre o ricórre. Oggi, che siano al-
l' utimo del mese, ci è bellissimo tenpo, e trae buon vento :
se reggerà, si vedrà ; ma non ci ò fede, chè siamo presso
all' utimo della luna. 1 Se la luna nuova tornassi con que-
sto tenpo, mi parebbe d' averci buona isperanza : e andando
dicenbre e gennaio di buon tenpo, si seminerebbe dimolte
cose ; e forse che e' pregi del grano e biade non farebbono
altro. Qui ho auto qualche chiesta del grano, e a questi
tenpi se ne sare' venduto qualche staio : el che non ho fatto,
perchè e Messere e Gregorio mi consigliorono si stessi
qualche mercato a vedere ; e così s' è fatto. Arò caro in-
tendere Topenione vostro 2 el più presto sia possibile, per-
chè siàno presso a Pasqua, e apressasi el tenpo da partirsi
di qui. Delle fave s' è venduto e Vendesi qualche istaio ;
1 Grande osservatrice delle fasi lunari era l' Isabella, sì per le
faccende della villa e sì pel governo della salute. In altra sua let-
tera, da Poppiano, al figliuolo : « ... Ècci istato 2 giorni tenpo terri-
ne bile di vento e freddo. Vedréno tenpo lascerà questa quintade-
« cima (luna piena), e come tratterà me, e piglieréno qualche partito
« el quale migliore ci parrà. »
2 Opinione di gen. masc. (nè l' Isabella ha mai altramente) fu
comune agli antichi, massime nell' uso del popolo. Il quale in la opi-
nione, pronunziato come si suole V opinione, frantendeva l'art, masc.
lo ; e taluna di consimili confusioni fra articolo e prima sillaba del
nome mantiene ancor oggi, specialmente nel contado.
DEL CINQUECENTO
265
che cominciai a darle a soldi 22, e ora V ò vendute 29, ma
poche staia.
Ser Antonio i vi bisogna avere per iscusato, perchè à
una infermità tanto crudele, che ne increscerebbe alle pie-
tre ; e ispesso si sente gridare non altrimenti si facci una
donna sopra parto ; è iscuro e tanto tribolato, che ispesso
chiama la morte. Getta per quelle vie dell'orina tanto san-
gue, che, secondo mi dice la sorella, va ispesso per insino
al saccone. Alcuna volta dice messa, e va per casa ; non
se gli vede febre. Dice essersi fatto cercare, 2 e che gli
è detto non pietra ma una fìstola in quelle parte ; ed è
possibile viva in questo martoro qualche poco di tenpo. Idio
gli dia pazienzia e forteza a soportare tanta tribulazione
nella quale e' mi pare sia.
Io non vo' dirvi per questa altro, chè ci ò iscritto su
più giorni. Rincrescemi pure questo tanto iscrivere, e a
Messere, e la Simona, 3 e opere, e grani ; * tanto che le mia
faccenduze mi vanno in disordine, e me ne istracco troppo.
Pertanto abbiatemi per iscusato, se io non vi scrivo ispesso,
come forse vorresti e io ancor vorrei : ma non posso tanto.
A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì 30 di noven-
bre 1542.
Isabella a Poppiano.
(Fuori) Al magnifico Comessario di Castracaro
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Castracaro.
1 II prete di Poppiano, che faceva anche gli affari del suo « ono-
« rando patrone », come si ha da una lettera che gli scriveva il 28
di ottobre di quello stesso anno. Vedi anche qui, a pag. 269.
2 visitare.
3 La figliuola, la quale si era maritata a Pierantonio de' Nobili.
k e segnare giornate d'opranti, e partite di grano.
266
UNA MADRE FA MIGLI A
IV.
Poppiano, 12 e 13 dicembre 1542.
yhs
Carissimo Luigi, Ho auta una vostra de' 23 del passato,
e una de' 5 del presente; e in questa risponderò all'una e
all' altra quanto occorrerà.
E prima, quanto alla prima, abbiano da ringraziare Idio
siate riuscito a bene e assai presto della malattia mi con-
tate avere auta, che non pare fussi di piccola inportanza. *
1 Di ciò gli scriveva anche la figliuola Simona : « yhs. Carissimo
« e onorando padre ec. Non risposi alla vostra de' 30 di settenbre,
« chè lasciai sopperire a Pierantonio, che allora so vi rispose lui ; e
« dipoi non v' ò iscritto per non vi infastidire, chè, tra el male avete
< auto e V altre faccende penso che v'abiate, avevi brighe troppe.
« Quanto sia istato el dispiacere abbi auto del male vostro, credo
« che apresso ve lo possiate pensare, e massimo essendovi tanto di-
« scosto, che con altro che co l'orazione vi potevo aiutare ; e pensate
« che a questo non mancai di farne nè di farne fare : chè subito che
« intesi el male vostro, mandai a parecchi monasteri a far fare ora-
« zione per voi, e fra l'altre alle monache degli Angioli, che so ne
« fanno continuamente e con più amore che l'altre, perchè v'ànno
« più obrigo ; che n'ebbono ancora loro dispiacere e grande. Pure
« ora per la grazia d' Iddio intendo voi stare benissimo, che a Dio
« piaccia mantenervi sano lungo tempo, acciò ci possiamo rivedere
« e godere, el tenpo che ci abbiano a stare, in pace e con allegreza,
« che a me pare mil' anni che voi torniate ; e così madonna Isabella,
« che è ancora in villa e non so quando si voglia tornare, che que-
« st' anno v' à 'uta una cattiva stanza, rispetto al tanto piovere che
« à fatto : pure ora da 4 dì in qua s' è un poco diritto el tenpo, e
« non doverebbe ora indugiar troppo a tornare, perchè, di questo
« tenpo, non dura. Non dirò per questa altro, salvo che a voi del con-
« tinuo mi raccomando, e così Pierantonio, che stiamo tutti bene :
« a Dio piaccia mantenerci, e così voi ; e 'ngegnatevi di riguardarvi
« da tutte le cose sapete vi nuocono, acciò vi mantegniate sano. Nè
« altro. A voi di nuovo mi raccomando. Cristo di mal vi guardi. Di
« Firenze, il giorno 3 di dicenbre 1542. Vostra figliuola Simona. »
DEL CINQUECENTO
267
Idio senpre ne sia ringraziato. Dell'orazione per voi, non si
manca ; pure che Idio T accetti : bisogna 1' aiuto vostro, e
sanza quello credo che altro poco vaglia etc.
Circa la gora e' pescaiuoli, non vi sono istata e non
posso dirvi a punto dove si sieno. 1 Solo vi dirò che io
mandai per quel mugnaio da Castelflorentini, che ispesso
veniva in Firenze a voi, che à nome Michele e chiamasi
Ispina d'oro sopranome, e parmi persona molto pratica con
questi fiumi e dassai persona ; e lui dette el disegno della
Messer Niccolò poi gliene aveva filosofato in questa forma, che lo
ritrae mirabilmente con tutta quella dottorevolezza che i contem-
poranei gli attribuiscono : « .... Quanto al male, dice maestro Mar-
cantonio (chè maestro Giovanni Batista non è ancora tornato) che
« del polso non tegnate molto conto, perchè Galeno ne' vecchi non
« ne tiene conto alcuno ; e dell' altre cose vi andiate regolando più
« con la buona vita che con le medicine. Et a me pare savio consi-
« glio, rispetto all' età vostra et a quella del medico che vi consiglia;
« che non vorrei facessi sperienzia su' casi vostri del cervello suo :
« e fìdomi più su la prudenzia vostra che su la dottrina sua, chè
« uno medico ha bisogno di experienzia e prudenzia oltra la scien-
« zia. Ma di questo non dirò altro, se non che il tedio dell'animo e
« del corpo el pigliare le faccende per piacere ve lo caverà assai, e
« sopra tutto el leggere qualche cosa sacra, che a me a cotesto di-
« fetto ha sempre molto giovato, e maxime la Bibbia. E Cornelio
« Tacito dice di Tiberio, quod summebat solatium a negocììs. Pur che non
« abbiate troppa voglia di ringiovanire con e' rimedi, che da el lapide
« in fuora tutti vi invecchieranno. E se avete Marco Tullio de se-
« nectute, leggetelo ; chè mi dilettò assai, leggendolo fanciullo, et a
«. voi credo piacerà e diletterà assai, ma ingegnatevi intenderlo bene.
« Quanto alle cose di villa.... » E qui viene alla materia della quale
si dilettava tanto madonna Isabella, e poi alle cose pubbliche, in-
torno alle quali padre e figliuolo hanno un carteggio da dirsi ve-
ramente prezioso per la storia di quelli anni. Non però, che prima
di finire la lettera (la quale è de' 20 novembre 42 da Firenze), non
afferri altre occasioni di sentenziare e citare : « .... chè nemo dal
« quod non habet, e come dice la Canzona di Daniel, Ogni animai fa si-
«mil creatura.... » ; la quale ultima sentenza, a chiunque ella appar-
tenga, doveva far paternamente compiacere di sì profusa dottrina
il magnifico Commissario,
1 Vedi a pag. 260.
UNA MADREFAM1GLIA
gora e de' pescaiuoli : disse che per quest' anno non si
pensassi facessi danno ; e per due o tre piene, sono venute
poi, anno retto bene, e dicono che anno fruttato bene, e ri-
parato al danno che pareva volessi far l'acqua. Vero è che
Bongianni l v' andò, e disse gli sare' parso da farne un al-
tro nel mezo di dua vi sono fatti: e dipoi ebbi la vostra
de' 5 del presente gliene parlai, parendomi desiderassi voi
che se ne facessi un altro ; e forse che lui ve n' aveva
iscritto ; e a lui pare che per ora non sia da fare altro e
istare a vedere una altra piena. Sono testé V acque molto
girate, e' dì minori di tutto Tanno, 2 ed è da fare simili la-
vori per necessità. Quei maestro da Enpoli v'andò, e aprovò
quello vi V era fatto esser a proposito, e non ragionò vi
bisognassi altro. Io non vi sono istata, chè sono istate le
vie tanto triste, e troppo lunga a me a farla a piede. Ispesi
6 ducati d'oro d'opere e ferri e per tutto quello bisognò :
e prima in dua volte ispesi 12 lire, che fu tutto gittato
via; e non si può errare, avere in simil lavori parere da
chi a pratica di quello che altrui à di bisogno. 3 Questo mu-
gnaio è molto debolino d' animo d' ingegno e di cervello e
1 Cognato dell' Isabella, e quello tra i fratelli Guicciardini, che
tutto attendeva alle cure domestiche. Non ebbe moglie. Fra le sue
lettere, che molte sono anch' esse villerecce e assai belle [ed io
ne ho poi pubblicate col titolo di Lettere d'un campagnuolo fiorentino], se
ne hanno di que' medesimi giorni da Poppiano, a Luigi e a Niccolò.
2 « .... e eravamo nel più basso tempo dell' anno » Dino Compa-
gni, II, x. Vedi la lettera precedente, a pag. 261.
3 Identica locuzione in uno degli antenati dell'Isabella (Franco
Sacchetti, nov. ccxiv) : « E non si può errare, che V uomo in questa
«vita faccia col suo e lasci stare l'altrui». Noi oggi, con simile in-
tendimento, diciamo, non si sbaglia ; in costrutto con V infinito, me-
diante la prep. a, come V Isabella (che ve la sottintende), e altrove
(nov. clxxxvii) lo stesso Franco : « E però non si può mai errare a
« porsi nel luogo del compagno, e fare la ragion sua come la sua
«propria; e così facendo, rade volte, vivendo, incontra all'uomo al-
« tro che bene ».
DEL CINQUECENTO
269
di persona : e bisognerebbe tenervi uno che sempre rasset-
tassi ora le pale e ora e' marmi ; e non so come vi si paghe-
rà, chè m' è detto è poverissimo. Io farò seco quello potrò.
Circa el grano della buca piena, sono forse 15 giorni che
io la feci aprire, e cavossene tanto che v' entrò Pieretto e
nuli' altro : cercossi tutto intorno intorno la paglia, trovossi
asciutta; e andossi colle canne per insino al fondo, e per
tutto si trovò asciutto. E così lo tenni 3 o 4 giorni, e ricer-
cossi di nuovo ; e trovandolo asciutto per tutto, rimessesi el
cavato, e riturossi, e così s' è. Quel della buca ìscema si cavò,
e tutto lo feci vagliare, ed è in sul palco della camera della
casina. Venduto non se n' è, perchè non ho auto bisogno di
denari, e perchè e' non ci pareva perdessi istando qualche
poco a vedere : arebbesene 32 e 33 soldi. Delle fave ho ven-
dute qualche istaio, e così se ne vende, 22 soldi 28 e 26.
Sapete che io vi scrissi che Francesco di ser Cione non
poteva darvi denari, e che vi darebbe terra : rileggete la
mia prima lettera. Dal Fogna ebbi lire 6 ; da Gregorio ho
auto lire 87 ; lire 27 ebbi da sei» Antonio che gli aveva ri-
scossi da Francesco di ser Cione, e '1 resto mi disse quanto
di sopra è detto.
E' vini bianghi stanno bene : el maggior male ci sia è
che sono pochi, e non buoni come sogliono. A' lavoratori
ho fatto Tanbasciata vostra: dicono, gli aquai e ogni altra
cosa istar bene, e che anno cura e' bestiami no paschino
dove dite. Attendono a ricórre 1' ulive ; e da Sant'Andrea
in qua ci è istato assai buoni tenpi : prima ci era acqua,
nebbia e umido, come iscrivete esser costà.
E' lavoratori nuovi ci vennono per San Simone, che ci
era Messere. Dipoi non ci è venuto quel de' Lotti; quel di
Pieretto ci è istato 2 volte, e V utima fu per Sa' Niccolò ;
che mi dissono fasciorono e' piantoni, perchè non temessino
el freddo : dopo la vendemia seminorono certe biade usano
270
UNA MADREFAMIGLIA
in que' tenpi, che è vena : ora attendono all'ulive. De' po-
deri vecchi per ancora non ci fanno altro. Delle pere ci fu
poche : toccòmene 2 bigoncie, vendute che furono le co-
sime. 1 Feci conto essermi tocco, di tutte le frutte, lire 34
e soldi 10. Delle mele m* è tocche circa 40 bigoncie ; ma
sono tanto triste e brutte, che se ne caverà poco : honne
vendute un monticello a soldi 8 la bigoncia; non Pò an-
cora misurate. Del mugnaio, cercando, forse si troverebbe
qualche cosa ; ma non vorrei entrare in queste ragione fac-
cende, non ci sendo voi : e così ho detto a Giovanni da Ri-
palto. Del lavoratore che torna dove Piero, mi pare un bel
promettitore, e fassi di buono animo a far bene ogni cosa :
se riuscirà a fatti, andrà bene; e a questo voi ci sarete, a
Dio piaccendo : se riuscirà, n'arò piacere assai. Questo
de' Lotti parla poco, e poche volte io l'ò visto: par sensata
persona. Bisogna giudicare alla giornata ; come dice el pro-
verbio, Non ti conosco se io non ti maneggio : e puossi male
vedere se non si pruova. Delle ulive ci è poche ; el fattoia-
no pensa ci sia un trenta barili d'olio in questi 2 poderi.
A ser Antonio feci l'anbasciata vostra, che l'ebbe cara :
vive, el poverino, co molto tormento. Se ci capiterà Fran-
cesco Caradori, gli dirò quanto iscrivete : non l'ò visto se
non un tratto, poi ci sono.
Quanto alla vostra de" 5, m' è istato grato lo intendere
siate dello stomaco e de altre vostre indisposizione quasi
al tutto rettificato ; che n'ò auto piacere. A Dio piaccia
conservarvi, e voi sappiatevi riguardare. Cavalcante non
ho visto, benché io abbi inteso sia istato 15 giorni in Fi-
renze : pensate se io l'arei visto volentieri ! Parmi che vi
Sorta di pera autunnale.
DEL CINQUECENTO
271
rincresca molto le faccende e la stanza, 1 che v'andasti così
con fastidio e malvolentieri, e penso v'abbi a rincrescere
tutto questo tenpo : ma vorrei che voi facessi come voi
dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi coteste fac-
cende per piacere. Pensate voi che io abbi un gran con-
tento e ispasso, trovarmi qui co due fanticelle, e poco al-
tri rivedere e con altri parlare, e '1 più del tempo iscri-
vere, e pagare opere, e vendere, e tener conti ? e tutte
queste faccende rincrescono alle persone di tenpo. Bisogna
in questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi pia-
cere delle cose che dispiacciano, altrimenti si starebbe sen-
pre in tormento ; e pensare che '1 ienpo vola, chè siamo
già al terzo di questo camino. Io vo ispesso a vedere ser
Antonio; e quando io lo veggo in quelle pene, mi pare es-
sere una signora, pensando che posso dormire e mangiare
e avere qualche riposo. Pertanto, quando siano a questo,
ringraziano Idio.
La terra della fossa tutta seminorono e' lavoratori, come
lo dissi loro : el bottino non si rienpie per esser seminato
sopra la terra l'aveva a rienpiere ; e se io l'avessi a fare,
vi porrei qualche cosa in quella buca : e volendo voi pure
che la fossa si facci, bisognerà lasciare ire el grano. La
fonte getta dimolta acqua, quasi a bocca d'un mezo barile,
e '1 lavatoio senpre trabocca, e pare istrano esser tanto
basso, per esservi assai acqua ; e '1 vivaio si mantiene pie-
no : credo che meglio si raccorrebbe la vena della acqua,
quando non fussi tanta dovizia.
Quando Bongianni farà fare la buca iscrivete, pagarò
l'opere. E' pali non si sono auti : el Tozo mi disse gli pro-
1 1' uffizio e la dimora, in Castrocaro di Romagna dov'era Com-
missario.
272
XJNA MADREFAMIGLIA
vederebbe, ma che non si tagliono per insino a gienaio ; e
così intendo dal fattore di Cavalcante, che n'àa provedere,
per Bongianni. Io non ho conperato legne, e ho fatto fare
di queste pel podere, e quando si tagliò pe' pali di Vergi-
gnio 1 certi resti, e pel forno quelle mi scrivesti, e non
patisco : chè el tenpo è in modo, si può ire a torno. Del
vino, ho fatto venire da Firenze di quel di Paterno, che
era bonissimo, e alcuna volta n'ò conperato aMontagnana:
e ingegnerommi patire manco che io potrò.
E per questa non voglio dirvi altro; chè è tardi, e an-
cora ho a cenare. A voi mi raccomando. El Signore sano
vi conservi. Addì 12 di dicenbre 1542.
Isabella a Poppiano.
La stima de' porci venduti si scontrò con quella manda-
sti. Per la vostra de' 7 di novenbre, mi dite mandarmi,
come vi sentivi meglio, e' conti di questi che dicono avere
aver da voi : che è questo di Vanozo per conto della vite ;
e intendo avete a pagare un legno s'ebbe da Benedetto
Canbi, che si misse nella casina ; Meo Giorli dice gli avete
a pagare una opera ; el fabro dice gli avete a pagare 2 lib-
bre d'aguti e certo vino dette alla Maria, che è un pezoio
pensavo l'avessi pagato. Arei caro intendere da voi se tutti
questi anno avere quanto vi scrivo : sono piccola cosa, e
a tutti sodisfarò, chè penso sieno tutte cose dimenticate :
e chi à avere la pensa forse altrimenti ; e non è bene. Per-
tanto arei caro, el più presto potete me ne dessi notizia :
perchè oramai sare' tempo di ritornare in Firenze ; chè
siano a Pasqua, e le faccende sono presso a finite. Per di
qui sabato saranno finito e' tetti ; che erono condotti in
1 11 torrente, del quale vedi a pag. 260 in nota.
DEL CINQUECENTO
273
modo, mi costerà 3 ducati o meglio questo lavoro, tra cal-
cina, tegoli e mezane, e opere ; ma staranno bene. Ser An-
tonio è istato da domenica in qua un po' meglio, e istamani
à detto messa ; e raccomandasi a voi.
A' 13 ho fatta questa agiunta.
(Fuori) Al magnifico signore
Comessario di Castracaro
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Castracaro.
V.
Firenze, 9 gennaio 1543.
yhs
Carissimo Luigi, Ho aute 3 vostre, che non risponderò
per ora a quelle. Solo vi dirò come domani sarà otto giorni
che io tornai da Popiano: e là su mi governai, co riposo
e buona vita, con pollo pesto e istillato ; e migliorai tanto
che parve a Messere e a Bongianni che io ne venissi, pen-
sando se l'accidente mi fussi ritornato, sarei istato in pig-
gior grado. 1 E se ser Antonio fussi istato sano, o vi fussi
1 Questo suo male, che in altre lettere chiama « l'accidente gran-
de », o « quel mal grande », e che ogni tanto l'assaliva con maggior vio-
lenza che« que'piccoli », le aveva disturbato gli ultimi giorni di villa.
Sentiamolo da alcune delle lettere che ne scriveva, fra il 19 e il 25 di-
cembre, al figliuolo Niccolò in Firenze : « yhs. Carissimo figliuolo, Ieri
« vi scrissi di mio essere: dipoi mi so' istata all' usato, eistòmi volen-
« tieri nel letto calda; se io mi lievo, mi sento le ganbe debole ; e'polsi
« s'alterano, e non potrei istar troppo levata; mangio bene e non dor-
« mo male. Da domenica in qua non ho auto accidente d' inportanza,
« salvo che in questo levarmi; chè se io istessi alla dura, dubito non
c venissi : e qualche volta mi sento, come altre volte ho fatto, certo
Del Lungo
18
274
UNA MADREFAMIGLIA
istato un altro buon religioso apresso, mi mettevo a ristio
ancora per qualche giorno : ma non vi esendo, mi lasciai
« freddo nel capo tra l'osso e '1 cervello. Io pensavo esser oggi gua-
« rita, e potere fare le mie faccende : e in fatti e' non mi riesce. Non
« so come farò ; non posso indovinare quello s'abbi a essere : o in-
« drieto o inanzi. Ma quando io penso esser ne' 62 anni, mi fa pensare
« a più cose. Qui è istato oggi untenpo terribile, e '1 maggior vento
« mi paia mai averci sentito, e rotti tegoli enbrici e rovinato e
« iscomesso ciò che in 15 giorni s'era assettato ; e bisognerà da capo
« rifarsi. El fattoiano mi dice che parendovi da dare l'olio per uno
« ducato, crede arebbe uno che lo torre' tutto ; benché a San Casciano
« non valse tanto : domani s' intenderà quello che farà. Non dirò al-
« tro. A voi mi raccomando, e pregate Idio per me. El Signore sano
« voi conservi. Addì 22 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano. (Fuori;
« Egregio dottore messer Niccolò Guicciardini figliuolo carissimo,
« in Firenze). » E due giorni dipoi : « yhs. Carissimo figliuolo, Ebbi
« la vostra, e per quella mi dite che bisognando verrete voi, la Ca-
« terina, la Simona : e lo credo, e sonne certa, e tutti vi ringrazio,
« e bisognando vi si farà intendere. Dammi noia alcuna volta que-
« sto battito al cuore, e qualche triemito ; e se non fussi questo
«freddo, mi starei alcuna volta levata. Se accadrà cosa che inporti,
« vi si farà intendere, se non fussi qualche cosa istrana che l'uomo
« non pensassi ; io non so indovinare. Penso, se '1 tenpo mi serve,
c venirne presto, e farassi un poco di senprice cataletto, chè la let-
ti tina non sono usa ; e forse potrei migliorare di sorte torrei la
c mula.... » E in poscritta, non dimenticando mai la masserizia :
« Voi non avete risposto dello olio. » Se non che la famiglia, inquie-
ta, insisteva perch' ella si rimettesse in città. E la buona massaia,
che pure aveva scritto < .... istommi così tristerella, e pensate che
« del tornare io me ne istruggo, e ch'io vorrei esser costì », a quelle
insistenze, mezza scorruccita, replicava: « yhs. Carissimo figliuolo etc.
« È vero che ieri e oggi mi sono istata comodamente, come vi scris-
« si, e non bisognava pigliassi briga venire ; perchè bisognando che
« io me ne venissi, ci è Bongianni e Cavalcante che tutto potrebbono
« ordinare ; e benché voi vegnate domani, mi sarà tranbusto e non
« piccolo, esser a ordine giovedì. E pensate che questo avere ogni dì
« a pensare a nuova fantasia e iscrivere, non mi giova niente. Io farò
« quello potrò, e Idio m'aiuti : di venire o non venire, la rimetto in
« voi. Sono tenpi freddi, e voi non siate molto gagliardo ; non vor-
« rei avessi disagio e malassi : chè infatti inporta più e' casi vostri
« che el mio. Io non posso sapere se '1 miglioramento s'andrà inanzi
« o indrieto, perchè di sana vedete come mi fa : e pensate che io
DEL CINQUECENTO
275
consigliare. E pensate che el travaglio del partire, e la
mutazione della aria, e molte visitazione, mi parse fer-
massi el miglioramento. E istommi così trista per camera,
come molte volte m'avete vista, con deboleza di capo, oc-
cupazione di cuore (e non ci è ordine lo possi con nulla
vincere), debilità di matrice ; che el corpo la ganba e '1
cuore, tutto questo lato manco, mi sento travagliato ; con
poco gusto del cibo : el vino mi piace, e assai ne piglio
conforto; e sono buoni, come da Cavalcante intenderete,
che tutti di villa e di Firenze gli ha asaggiati, Manghi e
vermigli. E quando lui arrivò a Poppiano, istavo bene, e
meglio m'ero sentita che io fussi istata un pezo, come da
lui intenderete ; tanto che io ispesso pensavo che le natura
facessi in questa età suo isforzo: caminavo legiermente, e
dormivo benissimo e mangiavo, e così ogni altra mia ope-
razione, assai meglio che l'anno passato. La sera che Caval-
cante arrivò, la mattina tutta cominciai andar sozopra. Vero
è che el tenpo si mutò, e féssi freddo grande ; e benché io
avessi de' panni, io sentivo assai al capo e tutta la persona.
Mandai per maestro Giovanbatista per dirgli e' mia di-
fetti : e quando ci venne, disse volermi vedere cor un poco
d' agio, ohè aveva faccenda ; per allora non volse badare,
chè aveva faccenda : non V ò poi visto, e non me ne sono
curata, per tanto istia posata qualche dì, che possi me-
« arei più caro esser malata costì che qui : ma poi che la mia sorte
« vuole così, bisogna pigliare que' partiti che altri pensa sieno me-
« glio, sanza tanto tribolarsi. Io non vo' più tanto iscrivere e leg-
« gere, e fate di me quel che vi pare ; chè un sano, faccendo a que-
« sto modo, amalerebbe. Non altro. Cristo vi guardi. Addì 25 di di-
« cenbre 1542. Isabella a Poppiano. » Ma il corruccio della massaia
si sente, dalla lettera al marito, avei* presto ceduto il luogo all' af-
fetto materno, riconoscente verso le premure e le apprensioni del
suo caro Messere e delle giovani spose, che 1' avean rivoluta in Fi-
renze.
276
UNA MADREFA MIGLIA
glio giudicare e' mia difetti. Farò che ci verrà : e se vedete
costì el vostro medico, intendete da lui quello gliene pare.
E così doverresti parlargli per conto della Simona e di Pie-
rantonio ; chè T ò trovata sì grassa, che vi so dire F aequa
della Porretta non la disecca. Pierantonio si sta come si
suole....
Voi mi dite v'avisi quello vale la carne ; che n' ò parlato
con Cecco dalle porte : dicemi costerà lire 10 {^ a tòrla dal
beccaio. Pertanto che a me parebbe ne insalassi costì 4 pe-
ze più che so ne insalerete per voi, valendo quello m'a-
vete iscritto. Mi pare migliore ispesa far così : per in villa
s' insalerà quel porcello conperai, che sarà 150 libbre o
circa.
El grano vecchio non se n' è venduto, e non se ne tro-
verrà più che 24 e 25 soldi lo staio, perchè ogni cosa è
rinviliate. L'olio Messere n' à venduto 20 barili, lire 7
soldi 2.
Non dirò per questa altro. A voi mi raccomando. Cristo
vi guardi e sano vi conservi. Addì 9 di gennaio 1542. i
Isabella in Firenze.
Ritenuta 2 per insino a stasera, che ho auta la vostra
degli otto, che m' è istata gratissima : duolmi solo lo inten-
dere abbiate auto iscesa 3 già 2 notte. Avisate ispesso come
istate. Da Cavalcante intenderete di mio essere. E la Simona
e la Caterina 4 ci sono istate da poi tornai. Io non insalerò
1 Di stile fiorentino.
2 Ciò che segue è in foglio a parte o, come dicevano, polizzino.
3 costipazione, infreddatura, reuma : e dicevano scesa, perchè si
credeva che il catarro scendesse dal capo nelle altre membra.
4 La figliuola e la nuora.
DEL CINQUECENTO
277
qui carne, come da Cavalcante intenderete ; e così del ta-
gliare le legne a Poppiano : e darete aviso di quello vi
paia da fare e quando. Non dirò altro. Attendete a riguar-
darvi, e così farò io. Idio ci dia grazia ci rivegiàno sani.
(Fuori) Al magnifico signore
Comessario di Castracaro
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Castracaro.
XXI NOVEMBRE MDCCCLXXXIII.
PER LE NOZZE
DI
Annetta de' conti Guicciardini
col nobil g iovane
Carlo Martelli.
A chi ha letto queste pagine di carteggio familiare
così schiettamente donnesche, si urbanamente fiorentine,
con tal semplicità assennate, con tanta dignità affettuose,
se non dove un po' di malinconia talvolta le annebbia,
chiedo di poter comunicare alcuno de' pensieri che a me,
cavandole dagli originali, 1 si aggiravano per la mente.
E prima lo chiedo a Lei, gentile Annetta, che non isde-
gnerà riporre questo libretto fra i preziosi ricordi della
casa donde esce, figliuola e sorella dilettissima, per ador-
nare del suo ingenuo sorriso, allegrare, del suo tenero af-
fetto, confortare della sua mite e serena bontà, la nuova
famiglia, che alla sposa desiderata apre festeggiante le
braccia. Le memorie della casa sono sacre ad ogni animo
bennato : e il lustro del nome, la nobiltà dei natali, ne
impongono più gelosa la custodia, quando esse non sono
patrimonio solamente domestico ma cittadino. Pio culto,
pel quale da secolo a secolo le tradizioni si rannodano,
gli esempi rinverdiscono, e si avvicinano in certo modo
e congiungono gli spiriti. Nè con altri intendimenti io ho
1 Nelle Carte Strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze. Ve-
dine P Inventario, pubblicato per cura della R. Soprintendenza degli
Archivi Toscani.
280
UNA MADREF AMIGLI A
quasi chiamata partecipe alla gioia delle sue nozze que-
sta onoranda matrona dei Guicciardini, moglie di Luigi,
cognata di quel Francesco il quale fra le glorie italiane
è delle maggiori e che per volger d'età non tramontano.
E pensavo, trascrivendo per Lei queste lettere, quanto
la Isabella ritragga in atto di queir ideale di donna, che
ne' loro libri di governo familiare delinearono i nostri
buoni antichi. I quali, « avendo sopra tutte le cose per
« la più gioconda il far bene i fatti propri » (diciamolo
con le parole dell'aurea fra quelle scritture), ma non per
essi dimenticando il dovere di « attendere e servire alle
« cose pubbliche », volevano ripartiti acconciamente i ca-
richi e le incombenze, e lodavano « chi alla donna sua
« lascia il governo della casa e delle cose minori, e per
« sè ritiene ogni faccenda virile e debita agli uomini » ;
di guisa che « l'uomo rechi a casa, la donna serbi e di-
« fenda le cose e sè stessa con timore e sospezione; l'uomo
« difenda la casa la donna e i suoi e la patria, non se-
« dendo, ma esercitando l'anima e il corpo, con virtù con
« sudore e con sangue. » Così madonna Isabella, pel marito
Commissario in Arezzo, in Romagna, in Pisa, in Pistoia,
curava le faccende domestiche ; e gliene scriveva di villa
queste lettere, che tanto è a dolere non ci siano rimaste
in maggior numero, quant' è certo che il marito, uomo
di poco facil contentatura, le aveva carissime. « Quando
« sarai stata qualche dì a Poppiano, scrivimi come vi
« stanno le cose, » leggiamo in una sua « .... e se la fra-
« sconaia posta questo anno mette bene, et e' capperi et
« e' nocciuoli posti questo anno, .... e come mostrono li
« ulivi e le vite.... ». Ed ella medesima a lui : « Abbiatemi
« per iscusato, se io non vi scrivo ispesso, come forse
« vorresti e io ancor vorrei.... ».
Intendo le difformità che i mutati tempi pongono tra
DEL CINQUECENTO
281
il vivere, anche domestico, di ora e di allora : leggi, co-
stumanze, istituzioni, dissimili ; differenza di sentimenti,
impressioni, affetti ; relazioni sociali altramente determi-
nate ; civiltà che dell'invecchiamento ha le migliorie e le
magagne ; agi alla vita procacciati dalle gloriose vittorie
dell' umano ingegno sulla natura ; animi, e corpi diversa-
mente temperati : nè Ella certamente ritornerebbe oggi
di villa in città, nel modo che all' ava sua, ancoraché di
salute mal ferma e di età inoltrata, pareva non disadatto,
cioè « sulla mula », lasciando stare la lettiga come mor-
bidezza troppo squisita. Nonostante tuttociò, sia lecito a
noi poveri studiatori di carte antiche, vagheggianti a lume
di lucerna gli splendori di quelle età, credere che anche
nel pratico della vita, fatta pur ragione di quante diver-
sità ed eccezioni si vogliano, le memorie de' nostri vec-
chi possano utilmente risuscitarsi ; che possa qualche
volta una gentildonna del secolo decimonono rammentarsi
opportunamente di ciò che facevano e come facevano
quelle che hanno portato il suo nome tre o quattrocen-
to anni fa. Al qual proposito mi sembra che in queste
pubblicazioni nuziali dall'antico, delle quali è ormai in-
valsa la lodevole usanza, sarebbe gentil cosa si preferis-
sero scritture, non dirò sempre di donne, ma che abbiano
comecchessia del domestico : lettura più da sposi ; e con-
tributo alla storia, sì de' fatti e sì delle parole, non meno
importante di qualsivoglia altro.
Nei fatti chi prendesse occasione d'entrare dal carteg-
gio di Luigi Guicciardini, troppe cose avrebbe a mano ; e
lungo anche sol l'accennarle. Quella famiglia, de' cinque
figliuoli di messer Piero, 1 aspetta uno studio, e darebbe
1 Vedi nella seguente pagina l'Alberetto, che non sarà inoppor-
tuno alla migliore intelligenza delle Lettere di madonna Isabella.
282
UNA MADREFA MIGLIA
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DEL CINQUECENTO
283
materia importante a un volume : e della vita di Fran-
cesco e degli atti suoi temo non si darà con sicurezza un
giudizio compiuto, se prima non si faccia, poiché lo pos-
siamo, un tal libro. Il quale mostrerebbe in che modo e
per quali vie, entro agli animi di alcuni cittadini, e de' più
valenti, l'amore della libertà e della patria e della roba
si contemperassero nella devozione alla fortuna, dilunga
mano preparata e quasi casa per casa, de' discendenti di
Cosimo e Lorenzo de' Medici ; e darebbe delle ambizioni,
che ci paiono oggi pressoché parricide, non di messer
Francesco Guicciardini solamente ma anche di altri al-
trettanto famosi, le ragioni di fatto, se non la morale giu-
stificazione. Di quel libro personaggio principale sarebbe
Luigi; e documenti importantissimi, le lettere fra lui e
il figliuolo messer Niccolò, nel quale la famiglia presu-
meva rinnovare (secondochè parve ai contemporanei) con
la dignità di dottore la grandezza dello zio Francesco :
ma da questa era Luigi, almanco per certe qualità, un
po' meno lontano. Fiero uomo Luigi Guicciardini ; ed ebbe
occasione di dimostrarlo : con lode di valore e di fer-
mezza, quando si trovò Gonfaloniere di Giustizia nel-
V aprile del 27 a reggere la città che si rivoltava contro
i Medici ; con biasimo di crudeltà, quando Commissario
mediceo a Pisa nel 30, ricevuta la città dal suo prede-
cessore per la Repubblica, fece lui morire fra' tormenti.
Nè quelle sue lettere, che sono a stampa, scritte al fra-
tello dopo caduta la libertà, discordano datali atti; come
la descrizione, eh' ei volle dedicata a Cosimo duca, del
Sacco di Roma lo chiarisce avverso a quella prepotenza
straniera o, come dicevano, di barbari, della quale i Me-
dici avrebber voluto, e fu impossibile, non aver a valersi
nell'assoggettamento della patria. Ma sarebbero da cer-
care i suoi dialoghi e trattati ; che ne scrisse e di poli-
284
UNA MADREFAMIGLIA
tici (in alcuno de' quali pare intendesse vendicarsi del
Machiavello, che P avea figurato, tra gli altri medicei,
nell'Asino d'oro), e di altro argomento intitolandoli dagli
Scacchi. « Luigi se ne stava in villa, » scrive al Varchi
il Busini, dandogli notizie della cittadinanza nel 27 ai
tempi della libertà, « dove compose gli Scacchi, aggua-
« gliando quel giuoco a un buon padre di famiglia » : ma
in effetto cotesto trattato (che si conserva fra i mano-
scritti Magliabechiani), dedicato a sua Eccellenza esso
pure, è una «comparazione degli Scacchi all'Arte mili-
« tare » ; e mi par da rincrescerne, e da desiderare che il
Busini non avesse sbagliato nell'attribuire a Luigi ciò
eh' e' credette, al vedere, cosa da lui : perchè, invero, lassù
in villa, cioè a Poppiano, nel vecchio riparo de' suoi mag-
giori, con la valente sua donna, erano luogo e compa-
gnia adattissimi a scriver bene di quella materia familia-
re, come dimostrano le Lettere che io oggi do in luce.
Alle quali ogni discreto concederà volentieri il pregio
delle parole : e parole vuol dire cose parecchie e impor-
tanti. Perocché la parola, o la congegni il magistero d'uno
scrittore o nel vivo de' fatti si atteggi spontanea, ha, come
testimonianza storica, tanto grande valore morale, quanto
forse nessun altro de' segni con che all' uomo è dato figu-
rare il pensiero e l'affetto : massime se di secoli, come
a noi i tre primi della nostra cultura, durante i quali lo
scrivere, sì meditato e sì usuale, esemplava dalla con-
suetudine de' parlanti tuttavia incorrotta le schiette e
native proprietà dell' idioma. Non so se cento, od anche
meno, anni più tardi ci occorrerebbe in lettere di donna
fiorentina una così graziosa pittura villereccia, come in
queste di madonna Isabella, nè con tanto senso del vero.
Leggendole, noi la vediam proprio, quell'accigliata mas-
saia, tra le fantesche e i lavoratori, e i mugnai, e i mae-
DEL CINQUECENTO
285
stri muratori, e i fattori, e gli opranti, assegnare, distri-
buire, pagare, registrar partite, riveder conti, conferire
col cognato Bongianni, che di que' fratelli era come chi
dicesse il castaido ; poi scrivere un po' per giorno, tra
l'una faccenda e P altra, le sue lunghe e particolareg-
giate lettere al marito, e riferirgli, e dimandare, e ram-
mentare, e suggerire, e proporre : e il grano, e il vivaio,
e la gora, e la vendemmia, e il vino e l'olio, e il forno
e le legna, e il mercato a San Casciano, e le bestie da
soma col garzon che le mena, e le provviste invernali
compresovi un porcellino per insalare, e i lavori alla casa
e alle fosse e al mulino ; e poi le ragioni eli chi dee dare
e chi avere, e' contadini che lasciano i poderi e i nuovi
che vi tornano, e chi son eglino, e i discorsi con loro che
par di esserci presenti; e poi confortare il povero prete
di Poppiano, afflitto da malattia disperata ; e tribolarsi
con le fanti, pur raccomandando al marito d' aver egli
pazienza co' servitori ; e dietro a tutto questo, « le sue
faccenduzze », che teme per tanto lavorìo e tanto scrivere
debbano « andarle in disordine ». Ma elPera donna da ri-
parare a tutto, e da avanzarle tempo e lena per pensare
e alla figliuola sua Simona, prima da maritare e maritar
bene, in modo da « esserne consolati », poi allogata e da
doverle mandar le nuove e riceverne ; e al suo messer
Niccolò, i cui fatti le importano, alla madre, più di ogni
altra cosa del mondo ; e al marito, cui consiglia della
salute, o ammonisce di cose più alte, o lo rimbrotta che
in quelle sue commessene non gli piaccia portarla seco
e far una casa sola, come e' farebbe (dice amaramente)
se gli fosse toccata moglie più degna ; ma in quella stessa
lettera non crede poter lasciar la villa e le « molte cose »
nemmeno per una visita promessagli di quindici giorni,
salvo che improprio egli voglia così, chè allora verrà,
^86
UNA M A DREFA MIGLIA
anche se « dovessi lasciare ogni cosa andare in perdi-
zione ».
La vena del malumore trapela spesso da queste let-
tere, « essendo lei di natura » scriveva Luigi al figliuolo
« che si accuora assai le cose che non li vanno per el
« verso » ; ed ella stessa al marito, « Pensate che io non
« posso istare coll'animo in pace, chè sapete che io penso
« sempre al peggio » ; e in quasi tutte essa fa un lungo
discorrere de' suoi malori : ma come quelli non le impe-
dirono di arrivar presso agli ottanta (nata de' Sacchetti
nel 1480, morì, dopo una vedovanza di otto anni, e due
dopo al figliuolo, nel 1559), così quella sua natura al-
quanto rubesta e inquieta e crucciosa non la faceva sdare
nè rimetter punto della operosità di madrefamigiia e mas-
saia. Del resto le lettere di Luigi mostrano che 1' auste-
rità de' loro caratteri non impediva l'amore. « Benché sia
« vero » le scriveva una volta dalla Romagna « che io sia
« qui chiamato da ogniuno Signore, e che ciascuno mi
« stia inanzi senza nulla in capo, e che abbi quelli ser-
« vidori voglio, e che secondo el paese non mi manchi
« le cose ragionevole, nondimeno hai a tenere per certo,
« che infiniti dispiaceri ci ho avuti d'animo per le cose di
< costì e qui, e che non ci ho una ora di riposo o con-
« solazione alcuna, chè non che altro chi ordinariamente
« conversa meco non mi satisfa ; e che arei più senza
« comparazione piacere potere vedere le cose mie, te e
« la brigata, e parlare alli amici mia, e vedere le cose di
« villa, che queste signorie e sberrettate, et altre cose ci
« sono qua e che ci posso avere. Però mi pare mille anni
« ogni ora, potere venire costì per 8 giorni almeno. » E
altra volta, che ella da buona moglie e madre si sgo-
mentava di certe grosse spese domestiche, così egli, an-
che allora Commissario, piacevolmente e con affettuosa
DEL CINQUECENTO
287
confidenza la rassicurava: « Circa alle spese grande ab-
« biamo avuto questo anno, e per l'advenire aréno an-
« cora, per finire le muraglie e fornire le case, è veris-
« simo ; e se non fussi questa sorte abbiamo avuto, ncn
« aremmo potuto reggere a cosa alcuna, non che fare
«tutto; che penso si finirà ogni cosa e fornirà le case
« bene, e si porrà da canto qualche danaio, e più somma
« non pensi, per le cose che potessino accadere : e se
« non ho trovato qui una cavetta d'oro, come scrivi, ci
« ho trovato una certa vena che getta in modo dolce-
« mente che col tempo comparisce ; e sta' di buona vo-
« glia, che a tutto si riparerà facilmente.... Stanimi un
« tratto allegra, e pensa che questa volta siamo usciti
« del fango, e resteremo in modo che non ci potremo do-
« lere della sorte ; perchè le cose ragionevole non ci
« mancheranno, e presumi che questa vena che getta
« sopperirà a tutto. A iddio piaccia possiamo goderci in-
« sieme lo stato nostro, e che noi siamo sani. » E tutto
il carteggio di Luigi con la sua « carissima Isabella », o
dove parla di lei, è improntato di affetto e stima e fidu-
cia e reverenza grandi, con bizzarra mescolanza di al-
tro, come per esempio le superstizioni astrologiche ; se-
condo le quali e' le designa e prescrive i giorni e le ore
a punti di luna e di stelle, per andare o stare, partire o
tornare, e perfino sgomberare stanze, votar la cantino,
far manipolare medicamenti dallo speziale.
Alcuni tratti di queste lettere di madonna Isabella ri-
cordano la più viva e fiorita lingua de' comici e novel-
lieri di quel secolo ; in altri potrebbe il lessicografo
abbellirsi di voci e locuzioni specialmente attinenti a cose
di villa ; ve n' ha infine che ci offrono pensieri e senti-
menti espressi con singolare potenza. La discendente dai
collaterali di Franco Sacchetti, la cognata di Francesco
288
UNA MADREFAMIGLIA
Guicciardini, non fa torto al suo sangue nè al suo pa-
rentado.
Quel mugnaio dappoco, che non ispira punta fiducia
alla giudiziosa signora, ci par di vederlo : « molto debo-
« lino d' animo, d' ingegno, e di cervello, e di persona » :
dove ciò che un valga, e per le facoltà morali e per le
intellettive e per le animali e per le fisiche, è annove-
rato e distinto a capello, con proprietà inappuntabile.
Piena di gentilezza, ed espressa come meglio non si po-
trebbe, è questa sentenza (da altra lettera, di quelle che
lascio inedite) sul correr troppo a credere, massime se
vi si mescola P apprensione per coloro che ci son cari :
« Sempre si dice e pensa più che non è ; e chi sente e
« teme non può fare non gli dispiaccia ». E in un' altra,
più da giovane, del 1517 : « Sapete che la mia condizione
« è, sempre pensare a quello che io non vorrei » . E prima
aveva detto che contro tali apprensioni ricorreva alla
« orazione » : ma « el timore era maggiore, perchè mi
« pareva meritare ogni male » ; con finir poi a ricono-
scere, lietamente e grata, « esser Iddio più misericordioso
« che giusto. » È parlante il ritratto di quel servitore che
dà tanta briga al magnifico Commissario in Arezzo :
« faceva così in casa : ha una mala lingua, e commetti-
« tore di scandali, e bestiale, e senza pensare a nulla » :
e qui P Isabella, senza dicerto volerlo, danteggia garba-
tamente (vedi Inf. xxviii, 35) ; cioè attinge anche questa
volta (confronta a pag. 253) dalle medesime sorgenti po-
polari donde il Divino Poeta ; come altrove gli rivendica
una desinenza dalla tirannia della rima (vedi In/., xxxm,
120), quando ripetutamente scrive « fighi » e non « fichi ».
Rivendicazione più compiuta che non quella filologica
del Nannucci (Nomi, pag. 64), il quale di altre desinenze
in igo per ico adduce esempi, ma non proprio di figo. (E
DEL CINQUECENTO
289
nelle lettere del cognato Bongianni, grego ; e qui a pag.2G9,
275, bianghi: bianchi, invece, a pag. 263). E que' suoi conta-
dini ? F uno « un bel promettitore, e fassi di buono animo
« a far bene ogni cosa : se riuscirà a fatti, andrà bene » (e
soggiunge modestamente, « a questo voi ci sarete, a Dio
« piacendo ») ; l'altro « parla poco, par sensata persona ».
E d' ambedue poi si rimette alla più antica sapienza del
mondo: «Bisogna giudicare alla giornata; come dice il
« proverbio, Nor .i conosco se io non ti maneggio ; e
« puossi male vedere se non si pruova. » Così dov'ella
descrive il vivaio de' pesci, toccatole non sa da chi : e
alle sue grida e « molto rimore », i lavoratori « pareva
« che tutti si maravigliassino », e le dicono ragioni, ma
non la persuadono. E dov' ella è tutta dolente per la
« botte del vecchio » che s'è sfasciata: così « l'avess'ella
« venduto tutto 1 chè pensava, e le riusciva, averne per
« insino a Pasqua e dipoi, e era buono, e aranne a ri-
« comperare.... ». E dove al marito ritrae sè medesima
malaticcia, « così trista per camera, come molte volte
« m'avete vista »; e in altra lettera, delle inedite, « e cosi
« per casa mi sto tristerella » : quando poi a scrivere dei
malanni propri o degli altrui la si mette a distesa, ne fa
relazioni da disgradarne il Redi.
Ma l'animo suo e la parola sanno, quand' ella vuole,
levarsi in alto : anzi è osservabile, non meno del conti-
nuo inframezzare alle cure materiali i pensieri e gli af-
fetti della famiglia, il temperare che ella fa talvolta al-
cuna di quelle sue uscite un po' acrimoniose con un
quasi correttivo morale. Così a quel sinistro ritratto del
servitore Ottaviano soggiunge subito : « Siamo tutti pieni
« di difetti ; bisogna sopportarsi l'un l'altro, tanto che ci
« morremo ». Di quel eh' eli' è malcontenta, se ne conforta
sperando meglio da Dio ; « a Dio piaccia se ne pigli il
Del Lungo J9
290
UNA M A DREFA MIGLIA
« migliore partito, che non mi pare punto la nostra
« usanza » ; da Dio, nel cui nome tutte le sue lettere in-
cominciano e finiscono. E il sentimento di Dio e del do-
vere e della morte e del? eterno empie di sè e annobi-
lisce questi altri tratti : « Or sia come si voglia : tutto a
« fatto Iddio, e a lui piaccia sia con salute dell' anima
« vostra e mia. Che a poco altro che alla Simona e que-
« sto penso : che ormai mi veggo presso al tempo di
« rendere e' conti di questo viaggio presso a finito.... —
« Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io : pi-
« gliarsi queste faccende per piacere, e non si straccare
« el manco sia possibile, e isperare nel tempo che vola.
« E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è
« iscontenti ; e massimo nell' età nostra, che ogni cosa
« e' infastidisce. El tutto istà, ci riposiamo nella futura
« vita.... — Dell'orazione per voi, non si manca; pure che
« Iddio Faccetti : bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello
« credo che altro poco vaglia.... — Vorrei che voi facessi
« come voi dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi
« coteste faccende per piacere.... Bisogna in questo mon-
« do, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle
« cose che dispiacciono, altrimenti si starebbe sempre in
« tormento ; e pensare che '1 tempo vola.... ». E in una delle
inedite, al marito Commissario in Pistoia nel 37 per le
stragi intestine di Cancellieri e Panciatichi : « A Dio piac-
« eia por fine a tante discordie e tribulazioni, che sono
« causa de' pericoli successi. Confortovi istiate isvegliato
« con cotesti cervegli, e pensare a tutto quello possi na-
« scere ; e considerate donde sono nate tante loro an-
« gustie ; e sopra tutto raccomandarsi a Dio, che ci mo-
« stri el lume e la via, che mi pare siamo in tempi da
« avere bisogno dell' aiuto suo. » Ma l'aiuto di Dio quei
valenti uomini e donne, nell'atto che V invocavano, se ne
291
facevano degni menando attorno gagliardamente le ma-
ni : « col suo aiuto aiutarci, » sono pur parole della Isa-
bella « e i sperare in lui ».
Tale la gentildonna dei Guicciardini, il cui nome, le
cui ricordanze, mi parvero buon auspicio alle nozze di Lei,
Annetta gentile. Nomi e ricordanze di generazione in
generazione si mutano e si rinnovano : ma eh' e' non pas-
sino com'ombra e fumo, e se ne conservi la tradizione e
Pesempio, questa è la religione della famiglia. Degli Dei
falsi e bugiardi, i Lari e Penati sono i soli che soprav-
vivono : pietà di figliuoli e di nepoti alimenta di soavi
aromi, conforta di aure avvivatrici, la sacra fiamma di
questo mito immortale.
San Donato in Collina, nell'ottobre del 1&83.
UN'ALTRA LETTERA
DELLA
ALESSANDRA MA CINGHI STROZZI
Questa lettera (dall'originale autografo, nell'Archivio
fiorentino di Stato, Carte Strozzi Uguccioni, filza 249) fu
pubblicata per mia cura in Nozze Strozzi-Corsini (14
aprile 1890 : edizione di CCC esemplari, col facsimile della
lettera ; Firenze, tip. Carnesecchi), e ripubblicata in Nozze
Guasti-Boccardi (25 aprile 1892: edizione di C esemplari;
Firenze, tip. Carnesecchi). All'edizione del 1890 premessi
il cenno che qui riproduco :
« Cesare Guasti trascrisse, sfuggitagli, e noi sulla sua
trascrizione confrontata all'originale esempliamo, questa
Lettera da soggiungersi alla seconda fra le settantadue
che della Alessandra Macinghi negli Strozzi egli pubblicò
nel 1877 ; libro ormai noto e caro agli studiosi e ad ogni
anima gentile. 1 E che sia questa una delle più belle, ba-
sti eh' ella è una delle più materne ; e perciò di ottimo
auspicio la sua pubblicazione nelle nozze di discendenti
da quello che il Guasti chiamava « il più storico ramo
degli Strozzi », 2 e dava giusto merito alla veneranda
gentildonna di averlo ella conservato a Firenze, oppo-
nendo contro le partigiane proscrizioni la costanza pa-
ziente di madre, e quella virtù soave a un tempo e ga-
gliarda, per la quale, a' giorni tristi, più tenace nelP a-
1 Più volte citato e indicato in questo mio libro. Alessandra Macin-
ghi negli Strozzi. Lettere di ima gentildonna fiorentina del secolo XV ai fi-
gliuoli esuli, pubblicate da Cesare Guasti. In Firenze, G. C. Sansoni edi-
tore, 1877.
2 A pag. ix del Proemio.
296
un'altra lettera
nimo femminile è, come la fede nel meglio, così la spe-
ranza.
Di tali sentimenti e virtù anche questa lettera è docu-
mento nobilissimo : i personaggi della quale, Filippo, a
cui è diretta, e Lorenzo primo e secondo geniti della va-
lente vedova, e Matteo garzoncello che presto, poveretta !,
doveva morirle, e Niccolò Strozzi cugino del padre loro
e che di padre adempiva le parti, e Iacopo fratello di
Niccolò, e la Caterina maritata a Marco Parenti, e la
Alessandra che fu poi a Giovanni Bonsi, chi voglia co-
noscerli anzi come vive persone conversarli, cerchi il
libro al quale ci pare aver qui dato breve, ma assai ac-
cettevole, appendice.
La lettera a cui questa vien dietro è quivi stesso indi-
cata, « A dì 4 di questo ti scrissi »; e così alcune cose qui
accennate ricevono luce da quella o dalle illustrazioni
che il Guasti vi appose. Aggiungemmo, com' egli fece a
tutto il volume, qualche noterella dichiarativa. »
A Filippo degli Strozzi, in Napoli.
Al nome di Dio. A dì 8 di novenbre 1448. 1
A dì 6 di questo ehi una tua de' dì 16 del passato, alla
quale farò per questa risposta.
Tu mi di' de' fatti di Matteo, come t' ha scritto una let-
tera di nostro istato : ed è vero ; e stiano ancora peggio che
non dicie. Iddio lodato di tutto. E dell' aver mostro la let-
tera a Nicolò, a' fatto bene : però che lo stato nostro è
noto alli strani, ben debb' esser noto a quegli che ci sono
parenti e continovamente ci aiutano: chè Nicolò non à
ora a dimostrare la buona volontà inverso di voi, chè sen-
Ricevuta il 28 dì novembre.
DELL'ALESSANDRA MACINGHI STROZZI
297
pre è stato di buon animo a farvi del bene ; ed èciene di
te tale isperienza, che ne so' chiara; e tu più di me ne
deb' essere chiaro. Tu di' che, veduto che qua Matteo, sì
per amore 1 della morìa, che porta pericolo a starci, e sì
perchè e' perde tenpo e non fa nulla, Nicolò è contento 2
10 mandi costà, e eh' io lo metta in punto. Egli è vero che
qua è cominciato la morìa, e chi à 'vuto d' andare in villa
se n' è ito ; e ancora pelle ville n' è morti, e quasi per tutto
11 contado ne muore quand7 uno e quand'un altro; e la bri-
gata si sta per ancora in villa ; e credo, non faciendoci al-
trimenti danno, che torneranno ora a Firenze. Istimasi che
questo verno non farà troppo danno, ma che a primavera
comincierà a fare il fracasso : che Idio ci aiuti ! e Matteo
m' à sentito dire che, sendoci morìa, non ò danari da
partirmi : ed è vero. Io non so come io me lo mandassi,
chè è piccolo, ancora à bisogno del mio governo, ed io
non so come mi vivessi ; che di cinque figliuoli, rimanessi
con una, cioè l'Alesandra, che ogni ora aspetto maritalla:
che il più possa istar meco non sono du' anni; che quando
vi penso, n' ò un gran dolore, di rimanere così sola. E
dicoti che a questi dì andò Matteo in villa di Marco, e stet-
te vi se' dì, eh1 io non credetti tanto vivere eh' e' tornassi ;
e non avevo chi mi faciessi un servigio ; che mi pareva
esere inpacciata sanza lui, poi 3 mi scrive tutte le let-
tere. Da altra parte, ebbe in questa state un gran male, e
credetti che morissi : ma il buon governo lo scanpò. E
ragionando col maestro 4 dell' andar di fuori, mi disse : Voi
l'avete poco caro, se lo mandate ; però eh' egli è di gien-
1 per cagione.
2 desidera, ha caro.
8 poiché.
4 col medico.
298
un' altra lettera
tile conpressione ; 1 e se avessi un male fuor del vostro
governo, 2 sì mancherebbe : sicché, se F avete caro, nollo
partite sì tosto da voi. E per questo, e perch' io me ne
vego bisogno, me n' uscì il pensiero. È vero che, or fa
un anno, n' avevo voglia : ma avevo ancora la Caterina in
casa, che non mi pareva eser sì sola. Ma poi senti' come
Lorenzo si portava tristamente, 3 e che d'amendue avevo
avuto tanto dolore, che sendo morti no n'arei avuto mag-
giore eh' F ò, tra una cosa e F altra, diliberai non ne man-
dar più fuori, se grande bisogno non vi era: e Pò detto
co Marco e con Antonio degli Strozi. Amendue mi dicono
per ora nollo mandi : ma se pure a primavera ci sarà la
morìa grande, come si stima, esendo migliorata a Siena e
per tutto il camino per ensino a Roma, lo potre' mandare :
chè sarebbe pazzia la mia a mandallo ora, chè ora siano
nel verno ; chè diliberando mandarlo, nollo metterei per
via: sicché per ora non vi porre pensiero. So F meglio di
niuno il bisogno vostro ; e che se voi non ve ne guada-
gniate, non bisogna istare a fidanza d'altro. Io per me m'in-
gegnerò, per ogni modo e masserizia, di mantenervi .questo
poco eh' F ò, se '1 Comune non me lo toglie ; chè non
posso più difendermi. Idio sia quello che m' aiuti ; e a voi
dia virtù e santa, come disidero.
Del lino, istarò a tua fidanza; 4 e se me lo mandi, man-
dami drentovi libbre 10 di mandorle per la quaresima; che
verranno bene nella balla del lino. Chiegotele perchè sento
costà n'è buono mercato, e qua son care. Fa' di mandar-
mele, chè so è poca ispesa.
Di Marco, t' aviso eh' è buon giovane, e molto bene tie-
1 complessione.
2 fuori della vostra custodia ; senz'essere custodito da voi.
8 non stava bene di salute ; era malato»
4 mi rimetterò a quanto tu sia per fare.
DELL'ALESSANDRA MACINGHI STROZZI 299
ne la Caterina, e tutti se ne porta bene, 1 e molto me ne
contento ; chè è di buona virtù ; ma à troppa gravezza,
chè a da undici fiorini. Tutto a pagato per ensino a qui ,
e se non peggiora, ne sono molto contenta di lui : che Idio
gli dia della suo' grazia. La Caterina non è per ancora
grossa ; che al tenporale che è, Yb molto caro : 2 ma istà
magra della persona, che somiglia suo padre. Idio la fac-
cia pur sana.
A dì 4 di questo ti scrissi : manda' la sotto lettere3 di
Marco ; e perchè il fante si partì prima eh' io non credetti;
credo V arai a un'otta con questa. E per quella ti scrissi
della casetta di Nicolò Popoleschi, che s' è venduta a Do-
nato Ruciellai, che ci è a confini, cioè in sulla corte, che
per verun modo non si vole lasciare uscire di mano. Fi-
lippo, rispondi presto, chè lo voglio iscrivere a Iacopo a
Bruggia.
Nè altro per questa. Idio di male ti guardi. Per la tua
Allesandra fu di Mateo degli Strozi in Firenze.
Fa' d'esser ubidente a Nicolò, e di fare il debito tuo
inverso di lui, e d' eser conosciente del bene che vi fa.
Chè se cosi farai, anco io viverò contenta. Che Idio per
sua misericordia te ne dia grazia. A questi dì iscrisse Mat-
teo una lettera a Lorenzo a Vignone.
1 e si porta bene con tutti.
2 Cioè che non sia incinta, essendo tempo di morìa.
3 acchiusa in lettere.
INDICE
Nei primi secoli del Comune Pag. 1
Note 55
Da Dante al Boccaccio 67
Note . 95
Beatrice nella vita e nella poesia del secolo xm . .105
Note 149
La donna ispiratrice 157
Note 171
Nel rinascimento e negli ultimi anni della libertà . . 173
Note 225
Una mad refamiglia del Cinquecento 249
Un'altra lettera dell'Alessandra Macinghi Strozzi . . 293
. ERRATACORRIGE
46 Lionora; 88 correggi Lionora; (&
50 di messer Folco » di Folco
57 di Manetto » di messer Manetto
59 nota 41 — La data de' « 17 ottobre, a pag. 105 »
<ie\YElenco di L. Santoni, è erronea. La vera è
« 17 dicembre, a pag. 128 » del medesimo Elenco;
dove anche altre cose, oltre quel doppione, sa-
rebbero da raddirizzare.
132 si volle correggi sì voile
149 Dell'antico » 9 Dell' antico
154 Nei sonetti » 74 Nei sonetti
211 vendicati » vendicate
224 trioni!, Storia » trionfi. Storia
V
Prezzo Lire 3
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